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L’INSOSTENIBILITA’ DELLA SVOLTA GREEN (E I REATTORI AUTOFERTILIZZANTI RUSSI) – PARTE I

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di Massimiliano Bonavoglia*

Tenteremo di rispondere alle seguenti domande: Quanto è sostenibile la Transizione Green? La produzione dell’energia pulita rispetta l’ambiente? Rispetta i diritti umani, quelli dei lavoratori e quelli dei minori? Lo stoccaggio e lo smaltimento delle batterie in aumento iperbolico, costituisce un problema? La svolta ecologica aiuta l’agricoltura, l’allevamento e l’occupazione nell’eurozona? Trasformare la dieta tradizionale in insettivora, è sano ed è a qualche impatto occupazionale? Quali Paesi avvantaggia la transizione ecologica per il settore auto? Il decreto green migliora il mercato immobiliare nazionale, o lo mortifica? Lanceremo poi alcuni brevissimi spunti di riflessione.

La transizione verso un futuro energetico più verde è presentata dall’establishment come una necessità ineludibile, per affrontare le sfide del cambiamento climatico. Tuttavia, mentre ci impegniamo in questa trasformazione, è cruciale che esaminiamo attentamente le conseguenze ambientali, sociali etiche e morali legate alla produzione e allo smaltimento delle tecnologie verdi. Per di più, dovremmo riflettere non solo sull’impatto ambientale e sociale di queste, ma anche su come le regolamentazioni green stiano trasformando radicalmente l’agricoltura tradizionale, gli allevamenti e l’uso delle terre fertili in Europa. Il progetto di cui parliamo, coinvolge al massimo 450 milioni di persone, su un pianeta di più di otto miliardi di abitanti. Quindi una soluzione per tutti, adottata da una esigua minoranza.

La produzione di batterie e materiali per l’energia rinnovabile, sarebbe essenziale per ridurre le emissioni di carbonio, ma sta generando gravi conseguenze ambientali nei Paesi dove avviene l’estrazione delle materie prime. Appare come un paradosso: per inquinare meno nelle aree metropolitane del mondo più ricco, si deteriora l’ambiente di quello più povero, che in una logica globalista e in un’ottica olistica, risulta in ultima istanza controproducente. Altro paradosso. Per produrre batterie elettriche e la loro componentistica, si usano i combustibili fossili: nella grande maggioranza dei casi le imprese che estraggono sono alimentate a carbone[1], in una prima contraddizione, che fa solo da capofila ad una lunga serie. In secondo luogo, si disboscano irreparabilmente territori grandi quanto interi Stati. Nelle Filippine e in Indonesia, l’estrazione del nickel sta causando deforestazione, erosione del suolo e inquinamento delle risorse idriche, emissioni di CO2[2] in enormi quantità per i metodi estrattivi adottati, nonché sterilizzazione del suolo fertile, disboscamento, distruzione della biodiversità[3] e inquinamento delle coste[4] come è denunciato da anni invano da CRI e l’AI Research Climate Initiative presso l’Università della California, Berkeley[5]. Allo stesso modo, in Cile e Argentina, la produzione mediante l’estrazione del litio è non solo inquinante, ma necessita di ingenti risorse idriche: “La produzione di litio tramite bacini di evaporazione utilizza molta acqua, circa 21 milioni di litri al giorno. Per produrre una tonnellata di litio sono necessari circa 2,2 milioni di litri d’acqua”[6]. Il tutto in regioni spesso aride, compromettendo ecosistemi fragili e la sopravvivenza delle comunità locali, le cui proteste non fanno notizia nel mondo, perché mettono in dubbio la “nuova religione” della transizione ecologica occidentale[7].

Questi aspetti tutt’altro che green, non sono limitati ai territori di estrazione. L’inquinamento delle acque e del suolo causato dall’estrazione di metalli pesanti come il cobalto in Congo e la grafite in Cina, hanno conseguenze a lungo termine per la salute umana e per l’ambiente, contribuendo alla contaminazione delle catene alimentari e alla perdita di biodiversità globale[8].

Non possiamo ignorare il costo ambientale e umano nascosto dietro le tecnologie verdi. In Paesi come la Repubblica Democratica del Congo il cobalto, essenziale per le batterie al litio, è spesso estratto attraverso il lavoro minorile: “Lo ha ripetutamente denunciato anche Amnesty International che, dopo un primo rapporto nel 2016, ne ha pubblicato un secondo l’anno scorso, lanciando anche un appello internazionale per mettere fine allo sfruttamento del lavoro minorile. “- Questi bambini – vi si legge – lavorano in condizioni estreme, alcuni di loro più di dodici ore al giorno, senza alcuna protezione e percependo salari da fame. Si ammalano prima e più dei loro coetanei. Rischiano ogni giorno incidenti sul lavoro, a causa di carichi troppo pesanti fino alla morte per i frequenti crolli nelle grotte artigianali. Spesso sono picchiati e maltrattati dalle guardie della sicurezza –”[9]. Minori persino nell’età della prima infanzia, che dovrebbero essere a scuola o giocare in ambienti protetti, sono costretti a lavorare in condizioni pericolose e altamente logoranti, con rischi altissimi per la loro salute e il loro futuro, senza alcuna tutela. Questo scempio è eticamente inaccettabile e contraddice i valori di equità e giustizia che dovrebbero guidare la nostra transizione energetica, oltre che rivelare un controsenso generale se l’obiettivo è ridurre l’inquinamento planetario: “Quando si visita questa zona della Repubblica Democratica del Congo – ha dichiarato Mark Dummett, direttore del programma Imprese, sicurezza e diritti umani di Amnesty International – si è immediatamente colpiti dal forte inquinamento e dalla mancanza di azione da parte del governo e delle aziende dell’industria estrattiva per evitarlo e per proteggere le persone che lì vivono e lavorano e che non hanno alcun modo di sfuggire alle polveri. Le preoccupanti scoperte di questo rapporto – ha aggiunto – indicano che il danno fatto, potrebbe avere effetti a lungo termine -”[10].

L’estrazione di altri materiali, come la mica in Madagascar[11], segue un percorso simile, con minori anche molto piccoli, impiegati in condizioni precarie e pericolose ed esposti a intossicazioni frequenti. Questa realtà dovrebbe farci riflettere sul vero costo umano delle nostre scelte tecnologiche.

Oltre alla produzione, la fine vita delle batterie e dei pannelli solari rappresenta un altro problema urgente. Questi prodotti contengono materiali tossici che, se non gestiti correttamente, possono contaminare il suolo e le acque, ponendo rischi significativi per l’ambiente e la salute pubblica. Le attuali tecnologie di riciclo sono insufficienti[12], con una bassa efficienza nel recupero dei materiali e processi che spesso generano ulteriori rifiuti pericolosi.

In molti Paesi, le infrastrutture per gestire questi rifiuti sono carenti, portando a un accumulo di materiali pericolosi o alla loro esportazione verso nazioni con regolamentazioni ambientali meno stringenti, che molto spesso sono i medesimi in cui viene estratto, con una moltiplicazione dei danneggiamenti al territorio e suoi abitanti. Questo trasferimento del problema non risolve la questione, ma semplicemente la sposta, creando nuove aree di crisi ambientale e sociale. I Paesi ricchi impongono ai loro cittadini l’uso di batterie elettriche, che vengono prodotte con grave danno per i Paesi poveri, che poi devono anche stoccarne le scorie da smaltimento. 

Le politiche green stanno creando pressioni immense su settori chiave dell’economia europea come l’agricoltura e l’allevamento, al punto che c’è da chiedersi se il legislatore sia in buona fede. Regolamentazioni sempre più stringenti sui metodi di coltivazione e sulle emissioni provenienti dagli allevamenti, stanno mettendo in ginocchio decine di migliaia di imprese agricole europee. Molti agricoltori e allevatori, non potendo sostenere i costi associati alle nuove normative, sono costretti a chiudere o a ridurre drasticamente la loro produzione, quando non subiscono un esproprio in piena regola dei propri terreni, per far posto alla installazione di impianti fotovoltaici o gigantesche pale eoliche[13]. Ennesimo paradosso, leggiamo da ricerche come quelle di: “(…) due studiosi di Harvard, Lee Miller e David Keith, che nel 2018 hanno cercato di capire quale sarebbe l’impatto sul clima se un terzo degli Stati Uniti fosse coperto da pale eoliche. Secondo i loro modelli scientifici, è emerso che la temperatura locale aumenterebbe di circa 0,24° C”[14]. Meno terreni agricoli, meno cibo prodotto. Dunque in una prima fase, il reperimento degli elementi necessari per produrre batterie elettriche, motori elettrici e impianti di accumulo di energia solare richiedono deforestazione, disboscamento e distruzione della flora e della fauna di territori sempre più ampi, causando la riduzione di ossigeno e l’assorbimento dell’anidride carbonica. In una seconda, più realizzativa, la destinazione di altri territori agli impianti green solari o eolici, sottrae altra terra alla produzione di cibo e alla occupazione.   

Questa crisi non si limita a una riduzione della produzione alimentare. Secondo alcune stime, le nuove regolamentazioni potrebbero portare a una perdita di posti di lavoro a 4 o 5 zeri in tutta Europa, aggravando il problema della disoccupazione e creando un esercito di nuovi disoccupati. Un esempio significativo è l’impatto delle direttive europee sugli allevamenti, che potrebbero ridurre il numero di occupati nel settore almeno del 30% nei prossimi anni.

Dunque, la conseguenza non secondaria è l’inevitabile diminuzione della disponibilità di cibo tradizionale, minacciando la sicurezza alimentare e la biodiversità agricola dell’Europa. Il fenomeno non si estende solamente alle terre fertili, ma assistiamo alla confisca di lagune destinate all’allevamento di molluschi e frutti di mare, per installare impianti fotovoltaici galleggianti, con un ulteriore attacco alla capacità di produzione alimentare[15].

Una delle conseguenze più inquietanti di queste politiche è la promozione del consumo di farine di insetti come alternativa alle proteine tradizionali. Sebbene presentata come una soluzione sostenibile, ci sono preoccupazioni crescenti sulla sicurezza[16] di questi alimenti. Alcuni studi suggeriscono che i componenti di molti insetti potrebbero essere tossici[17] per l’organismo umano, causando reazioni allergiche o accumuli di sostanze nocive nel tempo, con effetti sulla salute del tutto sconosciuti.

Questa tendenza, se non valutata attentamente, potrebbe portarci a una situazione in cui le nostre diete vengono radicalmente trasformate, senza un’adeguata comprensione delle conseguenze a lungo termine, di cui noi consumatori saremmo gli assuntori sperimentali, per non dire cavie.

Il problema della distribuzione delle risorse

Nel PNRR non v’è traccia alcuna di tutto quanto detto sin qui, tantomeno se ne fa menzione nell’Agenda 2030 tanto declamata dall’ex-presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi, alfiere dei piani europei dai tempi in cui era governatore della BCE. In campo ci sono appunto la svolta green, con tutte le sue nefaste ricadute sui popoli europei e mondiali, e la digitalizzazione, ossia il passaggio ad una moneta digitale centralizzata che coinvolga l’identità digitale di ogni cittadino. Tanta elettricità in più, insomma, che inquina come abbiamo visto, anziché tutelare l’ambiente.

Investigando presso lo U.S. Geological Survey (USGS), dell’International Energy Agency (IEA), si scopre che i componenti delle batterie elettriche per l’automotive del futuro non sono presenti in Europa:

Elemento

Paesi Produttori

Nichel

Indonesia, Filippine, Russia, Nuova Caledonia, Australia, Canada, Brasile

Litio

Australia, Cile, Cina, Argentina, Zimbabwe, Portogallo, Brasile

Cobalto

Repubblica Democratica del Congo, Russia, Australia, Filippine, Cuba, Madagascar, Canada

Grafite

Cina, Mozambico, Brasile, India, Canada, Madagascar, Ucraina

Terre Rare

Cina, Stati Uniti, Myanmar, Australia, Thailandia, India, Brasile

Manganese

Sudafrica, Australia, Gabon, Brasile, Cina, Ghana, India

Rame

Cile, Perù, Cina, Repubblica Democratica del Congo, Stati Uniti, Australia, Zambia

O meglio, geograficamente in verità sì, l’unico Paese menzionabile è la Russia, che inspiegabilmente l’Europa ha deciso spingere politicamente, socialmente, economicamente, militarmente e, non ultimo, dal punto di vista dell’energia, sempre più verso l’Asia.

Anche ad un primo sguardo sull’Automotive continentale e intercontinentale spicca l’inarrestabile ascesa della Cina nel settore automobilistico elettrico con implicazioni pesanti per l’industria automobilistica europea. La Cina sta diventando rapidamente il leader globale nella produzione di veicoli elettrici, grazie a una combinazione di politiche di sostegno, investimenti massicci e una strategia industriale ben pianificata. I numeri parlano chiaro[18]: nel 2023, la Cina ha prodotto oltre 7 milioni di veicoli elettrici, pari a circa il 60% della produzione mondiale totale. Questa cifra è di gran lunga superiore alla produzione combinata di veicoli elettrici in Europa e Stati Uniti. Le case automobilistiche cinesi, come BYD e NIO, stanno conquistando quote di mercato globali con tassi di crescita esponenziali. BYD, ad esempio, ha visto le sue vendite di veicoli elettrici crescere del 150% nel 2023, superando i principali produttori europei e americani. La Cina è leader mondiale nella produzione di batterie per veicoli elettrici. Il 70% delle batterie al litio-ionico globali proviene da produttori cinesi come CATL e BYD. Questo conferisce alla Cina un vantaggio significativo nel controllo della catena di approvvigionamento delle materie prime e nella tecnologia delle batterie. (segue)

* docente di Geopolitica e Diritto.

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