
Secondo i primi exit poll si annuncia un trionfo del Partito Laburista, con una vittoria schiacciante dei Laburisti con 410 seggi, mentre la maggioranza è fissata a 326. Bisognerà aspettare le proiezioni e i risultati per confermare queste stime.
Se in Europa continentale c’è chi guarda a destra, l’isola della Brexit sterza stavolta in direzione opposta: verso il centro se non proprio a sinistra, tornando ad affidarsi al Labour – sotto la leadership moderata di sir Keir Starmer – dopo 14 anni di governi e convulsioni Tory.
Lo spoglio notturno delle schede delle elezioni britanniche riguarda ormai solo i numeri destinati a fissare le dimensioni del trionfo laburista, frutto anche e soprattutto dell’annunciatissima disfatta dei conservatori del premier uscente Rishi Sunak, sospesi fra la prospettiva d’una batosta di portata storica e quella di un annichilimento epocale, come da indicazioni unanimi della vigilia.
A conclusione di una giornata di voto senza grandi nubi nelle quattro nazioni che formano il Regno Unito (Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord) anche a livello meteo, dopo un mercoledì grigio e piovigginoso. Come a cancellare gli affanni di una campagna elettorale intensa, eppure priva di suspense: apparsa decisa nei suoi esiti sin dal giorno uno della convocazione a sorpresa delle urne da parte di Sunak, qualche mese in anticipo rispetto alla scadenza naturale. Una scommessa kamikaze destinata in realtà a far scoccare giusto un po’ prima del tempo l’ora di un risultato scontato, figlio d’un diffuso rigetto da fine ciclo del partito di governo uscente più che della capacità d’attrazione dell’offerta programmatica – prudente quanto vaga – starmeriana.
Scenario che si traduce ad ogni buon conto in una svolta generazionale. Nella fine di quasi tre lustri di governi a guida conservatrice segnati da crisi, scossoni, scandali, lacerazioni interne e cambiamenti di leader, fra responsabilità proprie e conseguenze di terremoti internazionali; oltre che dai contraccolpi – almeno per ora largamente negativi – di quella sorta di gioco di prestigio che è stato il referendum del 2016 sul divorzio dall’Ue, sfociato nella Brexit. Una svolta che si consuma nel nome del ritorno alla normalità, caratteristica per ora dominante del profilo da ex procuratore della corona prestato alla politica del 61enne Starmer; e che gli elettori desiderosi d’un qualche cambiamento vero (oltre lo slogan elettorale indistinto del ‘change’) sperano non significhi normalizzazione. Ma che certo prefigura una cesura rispetto ai fuor d’opera di un Boris Johnson, il più controverso e divisivo (ma anche simbolicamente significativo) fra i 5 premier della girandola Tory di questi 14 anni.
La super maggioranza in Parlamento che le previsioni tratteggiano lascia del resto se non altro margini di manovra all’uomo incaricato di riportare le insegne del laburismo a Downing Street dai tempi di Tony Blair e Gordon Brown. Un uomo nato politicamente nella corrente intermedia della ‘soft left’, salvo spostarsi passo dopo passo su posizioni sempre più centriste, il quale tuttavia promette di lavorare a un miglioramento più equo delle condizioni di vita della “gente comune” come antidoto alla “minaccia populista”. Sebbene escludendo di voler cavalcare i contrasti sociali o riaprire ferite come la stessa Brexit, a cui fu a suo tempo contrario, ma che adesso non intende rimettere in causa. Le priorità programmatiche immediate riguarderanno semmai l’avvio accelerato d’iniziative legislative ordinarie su temi ecumenici quali “la stabilità e il rilancio dell’economia”, la sanità, l’edilizia pubblica, la sicurezza e il contrasto (senza piano Ruanda) “dell’immigrazione illegale”.
Ai Tories toccherà ripartire dal baratro, con un nuovo leader dopo l’addio inevitabile di Sunak. Per provare a riconsolidare almeno il primato indiscusso a destra, minacciato da Nigel Farage e dal suo Reform UK; e quello della leadership dell’opposizione parlamentare alla Camera dei Comuni, conteso – in uno scrutinio da incubo, senza precedenti in 190 anni di storia, per il partito che fu di Margaret Thatcher – dai redivivi Liberaldemocratici di Ed Davey.
Poco prima della fine del voto è stato annunciato l’elenco dei nuovi membri della Camera dei Lord nominati dal premier conservatore uscente Rishi Sunak a conclusione della legislatura.
Come si legge nel comunicato di Downing Street, ci sono sette esponenti dei Tory, come l’ex premier Theresa May, Alok Sharma, ex ministro-presidente della CoP26, Chris Grayling, ex segretario ai Trasporti, oltre alla vice Speaker uscente della Camera dei Comuni Eleanor Laing e al capo della staff di Sunak, Liam Booth-Smith.
E si contano otto Laburisti: la veterana Harriet Harman, ex vice leader del partito, ed ex ministre come Margaret Beckett e Margaret Hodge, oltre alla ex vice Speaker dei Comuni Rosie Winterton. Nell’elenco c’è anche una esponente dei libdem, uno del Partito Unionista dell’Ulster (UUP) e due indipendenti. Le nomine vengono fatte da re Carlo III su proposta del primo ministro in accordo con i l leader degli altri partiti.





