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L’INFLUENZA GEOPOLITICA CONTINUA E LE NUMEROSE VARIABILI ECONOMCHE REGIONALI

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GIANCARLO ELIA VALORI

Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France      Honorary Professor at the Peking University

Il predetto titolo dell’articolo può leggersi anche come “le principali economie sono deboli mentre le economie emergenti sono attive”.

Con l’inizio del 2025, le principali economie mondiali si trovano ad affrontare una nuova ondata di incertezza. La crescita economica dell’Europa ha subìto un rallentamento e le tre principali economie, fra cui Germania, Francia e Italia, sono impantanate in turbolenze politiche e difficoltà strutturali, mentre i Paesi dell’Europa meridionale hanno reagito in controtendenza, dimostrando una forte resilienza. L’Asia continua a svolgere un ruolo chiave nella crescita economica globale, ma deve anche affrontare la doppia pressione della crescente guerra commerciale tra Stati Uniti d’America e Repubblica Popolare della Cina e della ristrutturazione della catena di approvvigionamento.

Mentre entriamo in questo nuovo anno giunto a febbraio, la parola chiave per la situazione politica ed economica globale rimane “geopolitica” e le economie regionali sono nuovamente in subbuglio a causa del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. L’Unione Europea, che negli ultimi anni ha mancato di slancio nella crescita economica, ha visto un avanzamento complessiva dello 0,9% nel 2024. La buona notizia è che il tasso di inflazione è sceso bruscamente dal 6,4% nel 2023 al 2,6% ad oggi, ma gli investimenti sono cresciuti negativamente dell’1,6% e gli investimenti in Germania, la più grande economia, sono diminuiti del 3%. Si prevede che il tasso di crescita economica sarà dell’1,5% nel 2025 e dell’1,8% nel 2026.

Esaminando le prospettive economiche dell’Unione Europea, la crescita delle principali economie ha subito un rallentamento ed è difficile trainare la crescita complessiva. Secondo le ultime previsioni dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE, istituita il 16 aprile 1948; un’organizzazione internazionale di studi economici per i Paesi membri: Paesi sviluppati aventi in comune un’economia di mercato), nel 2025 l’economia tedesca crescerà dello 0,7%, quella francese dello 0,9% e quella italiana dello 0,9%.

Germania, Francia e Italia rappresentano circa il 50% dell’economia della zona euro; la Germania da sola ne rappresenta quasi il 30%. Tuttavia, l’economia tedesca deve far fronte alle sfide derivanti dalla debolezza industriale, dall’incertezza nella transizione energetica e da un contesto economico globale sfavorevole – tra cui geopolitica e guerre commerciali e non solo commerciali – e si prevede che diventerà il Paese industriale a più lenta crescita nell’OCSE.

Non solo i Paesi confinanti come Belgio e Austria, ma anche i Paesi dell’Europa centrale strettamente legati all’economia tedesca come Cechia, Slovacchia e Ungheria hanno visto la loro crescita rallentare a causa della perdita da parte della Germania del suo ruolo di motore del progresso sostanziale economico. L’OCSE raccomanda al governo tedesco di rafforzare la pianificazione della transizione energetica e di adeguare moderatamente la politica di “freno al debito” per promuovere gli investimenti aziendali e la ripresa economica. Il cosiddetto “freno al debito” si riferisce ai limiti di spesa, principalmente per evitare che gravino pesanti oneri sulle finanze pubbliche per le generazioni future. Tuttavia, un’altra scuola di pensiero sostiene che anche le generazioni future potrebbero soffrire a causa dell’attuale carenza di investimenti o della scarsa manutenzione delle infrastrutture.

A causa delle diverse posizioni in materia di politica fiscale, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha sciolto il parlamento dopo aver perso il voto di fiducia il 16 dicembre 2024 e ha anticipato le elezioni parlamentari al venturo 23 febbraio, ossia sette mesi prima di quanto inizialmente previsto. Ciò significa che, mentre Trump torna alla presidenza degli Stati Uniti d’America, la più grande economia dell’Unione Europea sarà travolta da un tumulto politico, che inevitabilmente influenzerà l’attuazione di politiche adeguate per rispondere alle sfide di Trump. Il presidente della banca centrale tedesca, Joachim Nagel, ha recentemente avvertito che il piano tariffario di Trump potrebbe far perdere alla Germania l’1% del suo PIL.

Per quanto riguarda le altre due principali economie, la Francia sta affrontando problemi quali consumi e investimenti deboli; mentre il nostro Paese sta ancora lottando per liberarsi della sua crescita strutturalmente debole e non è in grado di guidare in modo efficace la crescita economica complessiva dell’Unione Europea.

Anche Francia e Germania stanno affrontando turbolenze politiche, che potrebbero danneggiare le prospettive di crescita economica. La Banca centrale francese ha affermato che le turbolenze politiche hanno avuto un impatto su famiglie e aziende e ha recentemente abbassato le sue previsioni di PIL per il 2025 dall’1,2% allo 0,9%. All’inizio di dicembre 2024, il Parlamento francese ha approvato una mozione di sfiducia nei confronti del primo ministro Michel Barnier, provocando il crollo del governo di coalizione di minoranza da lui guidato, poco più di tre mesi dopo l’insediamento (5 settembre al 13 dicembre 2024). Il nuovo primo ministro è il leader centrista Jean-Paul Amadeus, 73 anni, che si trova ad affrontare una situazione politica ed economica caotica e l’arduo compito di dare impulso allo sviluppo economico della Francia.

In Italia, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, ha affermato di recente che la crescita economica è stata inferiore alle aspettative, principalmente perché l’industria manifatturiera stava affrontando gravi sfide, tra cui rallentamento economico, instabilità geopolitica e delle grandi industrie come l’automobile. L’incertezza causata dal piano Transformation 5.0 (utilizzo di crediti d’imposta per supportare gli investimenti delle aziende nella trasformazione digitale e verde), così come le difficoltà delle complicate normative dell’Unione Europea e del supporto insufficiente, hanno causato una contrazione della produzione industriale italiana, e hanno portato da una diminuzione della volontà di investimento delle aziende a uno scarso coordinamento della catena di fornitura, sino a una lenta promozione della digitalizzazione e dell’innovazione tecnologica e ad un ulteriore indebolimento della competitività industriale.

L’Europa meridionale emerge come un nuovo motore, I principali Paesi europei che tradizionalmente svolgono il ruolo di motori economici non sono in grado di proteggersi. Al contrario, i Paesi dell’Europa meridionale come Spagna, Portogallo e Grecia, che hanno sperimentato crisi economiche, sono diventati nuovi motori di crescita economica nella zona euro attraverso riforme e forti industrie turistiche. Tra queste, la Spagna è stata classificata da «The Economist» come un’economia ricca con la migliore crescita economica nel 2024, con un tasso di crescita del 2,4%.

Guardando al 2025, l’ultimo rapporto World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale prevede che il tasso di crescita economica della Spagna sarà del 2,1%. Sebbene sia leggermente inferiore al 2,4% nel 2024, e del 2,1% nel 2025, è comunque significativamente superiore al tasso di crescita complessivo previsto per l’eurozona che è solo lo 0,9%, dimostrando il vantaggio relativo della Spagna nella ripresa economica. Secondo l’analisi del FMI, i principali motori della crescita economica della Spagna sono le esportazioni di servizi e i consumi pubblici. Insieme all’aumento dell’immigrazione e al miglioramento del tasso di partecipazione al lavoro, il mercato del lavoro spagnolo rimane forte.

Guardando al 2025, la Commissione europea ha sottolineato che le incertezze che influenzano il futuro dell’economia dell’Unione Europea sono aumentate. Oltre all’impatto delle due guerre, all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e al conflitto in Palestina, la Commissione ha sottolineato che «ulteriori misure protezionistiche da parte dei partner commerciali potrebbero sopprimere il commercio globale e mettere pressione sull’economia altamente aperta dell’Unione Europea». La Commissione ha specificamente menzionato che l’industria automobilistica, che rappresenta una larga fetta dell’economia in molti Paesi dell’Unione Europea, affronta importanti sfide strutturali nella transizione della filiera verso i veicoli elettrici. Inoltre l’industria manifatturiera dell’Unione Europea potrebbe ulteriormente perdere la sua competitività e trascinare verso il basso la crescita economica complessiva e le prestazioni del mercato del lavoro.

Al contrario l’Asia è dinamica ma la crescita rallenta ancora. Rispetto all’Europa, lo sviluppo economico complessivo dell’Asia è più attivo, ma non riesce ancora a sfuggire alla tendenza al rallentamento della crescita. Secondo il rapporto sulle prospettive economiche della Banca asiatica di sviluppo (Asian Development Bank, ADB, creata il 19 dicembre 1966, e composta di 67 Paesi), il tasso di crescita economica complessivo di 46 Paesi in via di sviluppo nella regione Asia-Pacifico, esclusi Giappone, Australia e Nuova Zelanda, è stimato al 4,8% nel 2025, leggermente inferiore al 4,9% previsto a settembre 2024. E poiché è probabile che il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, Trump, modifichi rapidamente le sue politiche commerciali, la crescita economica nei Paesi asiatici in via di sviluppo sarà ancora più debole.

L’ADB ritiene che se Trump riprendesse a imporre tariffe elevate sui beni provenienti dalla Repubblica Popolare della Cina, o addirittura aumentasse i dazi sulle importazioni dal 10% al 20% sui beni provenienti da altre economie, ciò farebbe aumentare i prezzi e avrebbe un impatto indiretto sul mercato asiatico. Inoltre, se gli Stati Uniti d’America tagliassero significativamente le tasse e aumentassero la spesa per la difesa, ciò potrebbe ampliare il deficit fiscale, far salire i tassi di interesse e avere un impatto negativo sui flussi di capitali e sulla crescita economica in Asia.

Considerando i singoli Paesi asiatici, la crescita del PIL prevista per la Repubblica Popolare della Cina nel 2025 è del 4,5%, per la Repubblica di Corea (sud) del 2,0%, per l’India del 7%, per Singapore del 2,6% e per la Malaysia del 4,6%. Per quanto riguarda il Giappone, l’OCSE prevede che il Paese raggiungerà una crescita dell’1,5% nel 2025, poiché l’aumento dei salari reali stimolerà consumi e investimenti.

Lo status dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations; fondata l’8 agosto 1967 e costituia da dieci Paesi) sta diventando sempre più importante e le nuove politiche di Trump hanno un grande impatto.

Da Trump 1.0 a Trump 2.0, lo status economico e commerciale dell’ASEAN non è più lo stesso. L’ASEAN è geograficamente vicina alla Repubblica Popolare della Cina. Pertanto, dopo lo scoppio della guerra commerciale tra Washington e Pechino, l’ASEAN è diventata la prima scelta delle aziende multinazionali per trasferire la capacità produttiva nella Repubblica Popolare della Cina. Inoltre, con l’area di libero scambio tra CAFTA-DR (Dominican Republic–Central America–United States Free Trade Agreement, fondata il 1° gennaio 2006, e composta da sette Paesi), ASEAN e Repubblica Popolare della Cina e l’accordo RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership, fra Repubblica Popolare della Cina, Giappone, Repubblica di Corea [sud], Australia, Nuova Zelanda e i dieci Paesi ASEAN, entrato in vigore il 1° gennaio 2022), la maggior parte del commercio di materie prime è vicina a zero tariffe, il che è diventato un importante vantaggio per l’ASEAN per attrarre investimenti esteri.

La reciprocità tariffaria con la Repubblica Popolare della Cina è una delle condizioni imposte dall’ASEAN per attrarre investimenti stranieri, ma alcuni Paesi di questa organizzazione non hanno un atteggiamento del tutto positivo nei confronti del CAFTA-DR. Nel giugno 2024, il Ministero del Commercio indonesiano ha preso in considerazione l’imposizione di tariffe dal 100% al 200% sui prodotti realizzati nella Repubblica Popolare della Cina, come le scarpe, e questo per proteggere le piccole e medie imprese nazionali. Il Comitato congiunto per il commercio, l’industria e le banche della Thailandia ha invitato il governo a imporre tariffe aggiuntive sulle importazioni da Pechino per impedire che le aziende nazionali falliscano a causa del dumping di merci provenienti dalla Repubblica Popolare della Cina.

Il dumping è l’esportazione di merci a prezzi molto più bassi di quelli praticati sul mercato interno o su un altro mercato, oppure addirittura sotto costo, da parte di trust già padroni del mercato interno, generalmente condotta con l’appoggio dello Stato, allo scopo d’impadronirsi dei mercati esteri.

Va pure detto che durante la sua campagna elettorale, Trump ha minacciato di imporre dazi del 60% sui prodotti di Pechino, e dazi sulle importazioni sugli altri Paesi di almeno il 10%. Sebbene Trump non abbia nominato alcun Paese ASEAN specifico, questi Paesi con grandi surplus commerciali con gli Stati Uniti d’America stanno subendo una pressione enorme.

Inoltre, sebbene l’ultima politica statunitense di restrizione all’esportazione di chip sia rivolta principalmente alla Repubbllica Popolare della Cina, alcuni Paesi temono ancora di dover accettare la gestione delle esportazioni di Washington quando acquistano chip dagli Stati Uniti d’America. L’ordinanza di restrizione all’acquisto di chip degli Stati Uniti d’America riguarderà alcuni Paesi del Sud-est asiatico e del Medio Oriente e propone un «quadro di controllo delle esportazioni per la diffusione dell’intelligenza artificiale» per impedire a Pechino di ottenere chip di intelligenza artificiale realizzati negli Stati Uniti d’America attraverso altri Paesi, per espandere le proprie attività militari.

Xu Tianchen, economista senior dell’Economist Intelligence Unit (che fornisce previsioni e servizi di consulenza economici attraverso ricerche ed analisi di mercato), ha affermato che l’economia della Repubblica Popolare della Cina deve affrontare una duplice sfida, rappresentata dal commercio e dalla spesa in conto capitale, e che sarà difficile raggiungere l’obiettivo di crescita del 5% entro il 2025. Tuttavia, adeguate politiche di stimolo contribuiranno a stabilizzare l’economia e, secondo quella business unit, la crescita economica della Repubblica Popolare della Cina non dovrebbe essere inferiore al 4,5%.

La chiave per far sì che l’economia della Repubblica Popolare della Cina e possa uscire dalla sua difficile situazione nel 2025 sta nello stimolare la domanda interna ed abbassare il tasso di cambio. Per l’economia di Pechino – che dipende fortemente dalle esportazioni – le tariffe commerciali comprimeranno ulteriormente i profitti, influenzeranno l’occupazione, gli investimenti e la crescita economica e aggraveranno la sovracapacità e le pressioni deflazionistiche. Per cui Pechino deve cercare un nuovo slancio di crescita attraverso la domanda interna.

Tuttavia, la contrazione della ricchezza dei consumatori e l’indebolimento della fiducia dei medesimi consumatori sono diventati i principali rischi per la crescita economica. Stimolare i consumi delle famiglie diventerà nel 2025 un obiettivo politico di Pechino. Si ritiene che il governo cinese aumenterà il rapporto deficit fiscale al 4% del PIL (3% nel 2024), emetterà due trilioni di yuan di obbligazioni sovrane per sostenere i consumi e le industrie ad alta tecnologia e prevede di emettere da 4,5 a 5 trilioni di yuan di obbligazioni speciali degli enti locali, concentrandosi sulla costruzione di infrastrutture e sul settore immobiliare.

L’India è un’altra potente forza in Asia. Sotto vincoli geopolitici, l’economia indiana ha fatto notevoli progressi negli ultimi anni. L’ADB stima che la crescita economica dell’India rimarrà forte, grazie all’aumento della produzione agricola, alla continua resilienza nel settore dei servizi, ai prezzi del petrolio greggio inferiori alle attese e a un ampio mercato del lavoro. Stima che il tasso di crescita economica sarà del 7% nel 2025, mentre il Fondo monetario internazionale prevede il 6,5%, che è molto più alto delle principali economie e sarà uno dei maggiori motori della crescita economica globale. Tuttavia, la crescita economica dell’India deve ancora far fronte a rischi quali minacce geopolitiche, condizioni meteorologiche avverse e una crescita più lenta del previsto degli investimenti privati e della domanda di alloggi.

L’enorme forza lavoro e il potere di consumo sono i fattori strutturali dell’ascesa dell’India. Secondo le stime delle Nazioni Unite, l’India è diventato il Paese più popoloso al mondo e ha superato per la prima volta la Repubblica Popolare della Cina nel 2023. In quell’anno, il tasso di crescita del PIL reale dell’India ha raggiunto l’8,2%, la crescita più rapida tra le principali economie del mondo. Si stima che la produzione economica totale dell’India supererà il Giappone in pochi anni e diventerà la terza economia maggiore del pianeta dopo Washington e Pechino. Sotto l’influenza della geopolitica, l’era dell’India potrebbe essere alle porte.

 

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