
di Giorgio Cattaneo
Lassù regna il sommo potere, marmoreo e inviolabile: quello che può contare su fedelissimi maggiordomi come Draghi, Prodi, Monti. Le grandi dinastie del denaro, si chiamino De Benedetti o Agnelli-Elkann. L’establishment nazionale, finanziario e ministeriale: il potere eterno. Quello che oggi sorregge l’America contro la Russia a spese dell’Europa. Ben al di sotto stava il titano di Arcore, vulcanico e corsaro. Utilizzato, ma tenuto sempre a debita distanza: troppo sguaiato e popolare, nei suoi modi, per sedere a corte. E pure troppo imprevedibile: non strettamente osservante.
In un talk su “VisioneTv”, l’eretico Glauco Benigni – esperto di media-market internazionale e già stratega del gruppo Espresso – offre una sintesi storiografica dell’avventura berlusconiana. Atto primo: l’élite statunitense lo sceglie, alla fine degli anni ’70. Missione: creare spazi pubblicitari a basso costo, nella televisione italiana, da mettere a disposizione delle multinazionali strellestrisce, agli albori della globalizzazione. Lui esegue, in modo impeccabile: la Rai dovrà piegarsi, accettando il nuovo tariffario concorrenziale imposto da Dell’Utri. Risultato: a trionfare saranno proprio le mega-multinazionali, mettendo in crisi la competitività del Made in Italy.
Grande regista, dietro le quinte: Rupert Murdoch, imperatore dell’editoria e pioniere della pay-tv. Sarà lui, insieme a un altro potentissimo – il miliardario saudita Al-Walid – a convincere Berlusconi (ormai divenuto a sua volta un colosso) a quotarsi finalmente in Borsa. Inutile l’accorata contrarietà del fedelissimo Confalonieri: caro Silvio, se accetti di quotarti sei finito; saranno altri a decidere per te, perché sarai eternamente sottoposto alla possibile ritorsione, in caso di scelte non gradite ai nuovi padroni, cioè i grandi fondi d’investimento.
Per inciso: da sola, oggi, la Trimurti (BlackRock, State Street e Vanguard) sul piano azionario controlla qualsiasi entità economica conti qualcosa, nel mondo. Un esempio? È bastata una semplice “lettera agli investitori” firmata da Larry Fink (BlackRock) a spostare, di colpo, un bel pacchetto di trilioni: dalle fonti fossili verso l’elettrico. La scusa: la nuova scienza climatica della professoressa Greta Thunberg. Il ricatto: se non traslocate le partnership, noi (la Trimurti) siamo pronti a “disinvestire”, cioè a mollarvi da un giorno all’altro.
È esattamente questa stessa macchina – planetaria – ad aver messo in croce anche Berlusconi, nel 2011, a colpi di intimidazioni. Non esegui gli ordini? In tre giorni, ti facciamo perdere centinaia di milioni, a Piazza Affari. Ecco il vero conflitto d’interessi, dice Glauco Benigni: il Cavaliere non era in grado di difendere fino in fondo la causa nazionale, cui magari teneva, proprio perché troppo vulnerabile sul piano finanziario privato.
Di tutto questo non c’è traccia, oggi, nell’imbarazzante celebrazione che il mainstream ha tributato al caro estinto, tra l’untuosità perenne dei servitori e la ferocia (anche postuma) degli sciacalli, denigratori velenosi e incapaci di fermarsi, nel loro livore sconfinato, neppure di fronte al mistero dell’umana fine. Ingombrante anche da morto, l’anziano principe defunto: parla da solo il lutto nazionale imposto da Giorgia Meloni, quasi a farsi perdonare l’iper-atlantismo servile e la russofobia parossistica del suo governo.
Facile, tributare i massimi onori ex post. È come seppellire in modo ipocrita – insieme a Berlusconi – anche i suoi appelli (totalmente ignorati) per tornare alla ragione, evitando di demonizzare il Cremlino. L’obiettivo indicato dal vecchio Silvio: scongiurare il suicidio italo-europeo rappresentato dallo scontro frontale con la Russia, che intanto – insieme ai Brics – sta aggregando attorno a sé i tre quarti del mondo: impressionante, in questi giorni, la partecipazione al forum economico di San Pietroburgo.
Statista irrisolto, Berlusconi: a tratti visionario e quasi spericolato, ma senza mai la forza di opporsi compiutamente al vero potere. Lo spettacolare accordo di Pratica di Mare, che avvicinò Putin alla Nato mettendo fine all’eredità della guerra fredda? Durò fino a quando la Casa Bianca prese nota del fatto che il nuovo capo del Cremlino non era della stessa pasta di Eltsin: non avrebbe mai fatto da zerbino. Tanto peggio per l’uomo di Arcore, se continuava a restargli amico: sarebbe diventato un peso, un ostacolo fastidioso. Un uomo da liquidare con i consueti sistemi già sperimentati all’epoca di Mani Pulite, ghigliottina giudiziaria e macchina del fango.
Lo misero alla prova in occasione dell’agguato occidentale contro la Libia di Gheddafi, partner strategico dell’Italia: la sua riluttanza militare, probabilmente, a Berlusconi costò carissima. L’anno seguente, infatti, un’altra manifestazione di insofferenza – di fronte all’imposizione dell’euro-rigore, via Bce e con i buoni uffici di Napolitano – gli valse la brutale cacciata, in mondovisione. Il limite del Cavaliere? Piegò la testa: prima sulla Libia e poi sulla tagliola Monti-Fornero. Sempre ostaggio del ricatto finanziario contro il suo impero privato, il tesoro di famiglia.
Così non osò impedire lo scempio, che pure aveva cercato di scongiurare. E arrivò persino a rendere atroce la sua capitolazione politica, votando l’obbligo del pareggio di bilancio: dispositivo neoliberista equivalente a un attentato (quello sì) alla Costituzione della repubblica “fondata sul lavoro”. Due anni dopo, tanta remissività fu “premiata” con la condanna definitiva e l’umiliante esclusione dal Parlamento. Ridotto al lumicino, non volle contestare neppure il delirio post-democratico della gestione pandemica. Tornò a dare segni di vita solo allo scoppio della fase finale della guerra nel Donbass: troppo poco, troppo tardi.
Già, ma gli altri? Come si erano mossi, nel frattempo, gli avversari ufficiali e i finti amici? Nel modo peggiore: fingendo di scannarsi su questioni irrisorie e in realtà obbedendo anche loro – soprattutto loro – alle solite direttive del supremo potere euro-atlantico, non esattamente amico dell’Italia. Dopo i sorrisetti beffardi di Sarkozy, le continue provocazioni di Macron.
Da una parte, la sub-italianità governativa ha esibito la foltissima schiera dei lacchè di regime, prontissimi a ripetere qualsiasi parola d’ordine nemica: ce lo chiede l’Europa, la patrimoniale per contenere il debito pubblico, i sieri miracolosi, la famiglia arcobaleno, l’agenda climatica, la guerra santa contro il bieco dittatore slavo. Dall’altra, ecco gli ex sovranisti di cartone: effimeri come il fuoco di paglia grillino, utile solo per convogliare il dissenso verso il nulla.
Ieri incapaci, i leghisti gialloverdi, di difendere la nomina di Paolo Savona come ministro. E oggi – in salsa meloniana – addirittura proni a qualsiasi diktat autolesionistico. Con buona pace del beato Silvio, santo subito (lacrime di coccodrillo, a beneficio delle telecamere). È un fatto: negli ultimi vent’anni, il fondatore di Forza Italia resta l’unico politico ad aver tentato di mettere in piedi uno straccio di politica estera italiana, sia pure a modo suo, in mezzo alle guerre americane e al grigiore sordido dei valletti europei.
Pieno di pecche, il Cavaliere: sempre tallonato da ombre lunghe e circondato da personaggi spesso imbarazzanti. Fuori discussione, invece, i suoi tanti trionfi del passato: nell’edilizia, nella finanza, nel calcio, nella televisione. Un’energia straripante e leggendaria. Un successo mai perdonatogli, dagli odiatori invidiosi. La “discesa in campo”? Ambivalente: formidabile cacciatore di voti, ma per farne cosa? Troppe promesse, a fronte dei magri bilanci. Però con un’attenuante significativa: scarso entusiasmo e nessuno zelo, rispetto alle direttive anti-italiane del grande potere, tanto care invece al fronte prodiano.
Ricorda l’irriverente Augusto Bassi: di Berlusconi, ancora oggi, non si poteva non apprezzare quell’aria di eterno parvenu, anche dopo quarant’anni di jet privato. Che cosa non hanno mai potuto soffrire, di lui, i padroni della Terra e i loro camerieri del mainstream nazionale politicamente corretto? Forse proprio la colpa – imperdonabile – di aver fatto riecheggiare, almeno a livello retorico, una certa nostalgia per un’Italia che era stata in piedi, alla pari, tra i grandi del mondo: quarta potenza industriale, nei decenni dorati del benessere diffuso.
Dietro la maschera sorridente del Cavaliere, il suo ostentato e insopportabile ottimismo pubblico, c’era probabilmente anche il suo incrollabile ottimismo privato, il tratto irriducibile della sua personalità. Qualcosa di incompatibile, con la lugubre atmosfera di malaugurio – depressiva, auto-punitiva – rappresentata dai sacerdoti dell’austerity, i falsi teologi dell’ortodossia neoliberale trasformata in decrescita violenta e obbligatoria, con la benedizione del centrosinistra.
Era semplicemente irricevibile, l’evangelo berlusconiano: già eretico nel ’94, poi sempre più indigesto (citofonare Merkel, Obama, regina Elisabetta). Sempre un po’ goffo, il nostro, tra nani e ballerine? Ma in fondo la vera notizia è l’altra: non un’indiscrezione è mai filtrata dal mondo segreto dei veri cannibali, nonostante gli orrori che adesso trapelano da un casato intoccabile come quello dei Biden, in un’America che – dopo averlo defraudato sul piano elettorale – maltratta Donald Trump come una specie di delinquente.
Un presidente dimezzato, Berlusconi, come sottolinea Glauco Benigni? Pare proprio di sì, viste le sue puntuali titubanze – mai risolte – che gli hanno impedito regolarmente di afferrare il toro per le corna. Al netto, comunque, della sincerità delle intenzioni. E dall’alto di una carica di entusiasmo contagioso. Lo ricordava con affetto il grande Paolo Villaggio: sulle navi da crociera in cui lavorammo da giovani come intrattenitori, insieme a Silvio – diceva – io e Fabrizio De André lo prendevamo per matto; già allora, infatti, ci spiegava che presto o tardi avrebbe messo in piedi un impero televisivo, anche se all’epoca si limitava a esibirsi come artista da piano bar.
Poi, appunto, le cose accadono: e un giorno diventi davvero una specie di monarca, sia pure a sovranità limitata. Così – proprio minacciandoti – finiscono per detronizzarti in mondovisione ed esporti all’onta della gogna, accusandoti di ogni nefandezza. A torto o a ragione? Spietata cartina di tornasole: l’impunità eterna (quasi metafisica) che protegge gli accusatori. Loro sì, emanazione del grande potere: quello vero, che mette alla frusta i popoli. E detesta chiunque si permetta di evocare la grandezza delle nazioni e la legittima dignità dei loro sogni: indipendenza, orgoglio, prosperità. L’ascensore sociale, in funzione teoricamente per tutti. Incarnato proprio da lui, il provinciale brianzolo venuto su dal nulla.
Suggestioni crepuscolari, quelle dell’ultimissimo Silvio in versione geopolitica? Forse no, come dimostra il parterre dei funerali di Stato: unico leader europeo presente, il nazionalista ungherese Viktor Orbán. Da lontano, il cordoglio – autentico – dell’amico Vladimir: punta di lancia, oggi, di una specie di immane regolamento di conti planetario, pienamente in corso. Contro quello stesso super-potere che impedì al Berlusconi statista di essere il fuoriclasse che era stato, nel business, fermandolo sempre a un passo dal trionfo.
Come se da Arcore fosse arrivato un ultimo messaggio, sottotraccia: la partita, forse, non finisce qui. A scendere in campo – oggi – sembra essere l’uomo di Mosca. Attenzione: stavolta il verdetto potrebbe rivelarsi epocale, definitivo. E senza trucchi. Nonno Silvio se n’è andato, ormai. Ma quell’establishment ostile, che l’aveva prima sfruttato e poi messo fuori gioco, non ha l’aria di potergli sopravvivere a lungo: non più.





