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Libano, la malafede degli europei

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Libano, la malafede degli europei

Chiacchiere inconcludenti e connivenza di fatto con Hezbollah e Hamas

Il Medio Oriente è al centro di una vicenda bellica che vede impegnati gli Stati Uniti e Israele, alleati ma con obiettivi diversi anche se in parte convergenti.

Gli Stati Uniti sono messi alla prova su una questione per loro vitale in quanto potenza talassocratica: il dominio degli stretti che, in buona sostanza, è il presupposto fondamentale per il dominio dei mari.

Risolvere la questione di Hormuz eliminando le pretese di controllo iraniane è di fondamentale importanza per riaffermare la posizione di potenza talassocratica mondiale.

Per Israele la questione è diversa: in gioco c’è la sopravvivenza. Israele non può consentirsi di avere nemici sistemici, come l’Iran e i suoi proxy, che ne vogliono la distruzione e, pertanto, combatterà contro di loro fino alla loro eliminazione o alla loro distruzione militare.

Comunque vadano le trattative tra Iran e USA, per Israele eliminare il pericolo atomico iraniano e togliere di mezzo Hezbollah, Hamas e Houthi è semplicemente sopravvivenza.

La conseguenza è che chiunque condanni Hamas, Hezbollah e Houthi a parole, ma ne consenta la sopravvivenza, attuando una connivenza di fatto con la rete delle catene di approvvigionamento di soldi e di armi, è in malafede.

Di questa malafede ho scritto ieri e l’altro ieri.

https://www.nuovogiornalenazionale.com/la-rete-di-hezbollah-in-uneuropa-che-schiaccia-un-occhio/

https://www.nuovogiornalenazionale.com/leroico-pedro-e-il-socialismo-a-libro-paga-delliran/

La malafede degli europei è evidente nelle dichiarazioni del ministro degli Esteri britannica Yvette Cooper, che esorta Israele e Hezbollah a rispettare il cessate il fuoco fallito in Libano, in seguito all’escalation degli scontri tra le due parti dopo diverse settimane di riduzione del conflitto.

In particolare, Yvette Cooper afferma che l’avanzata di Israele nel Libano meridionale “deve finire”, sostenendo che ha “ucciso e sfollato civili, distrutto infrastrutture e ridotto lo spazio per la diplomazia”.

Fin qui la solita presa di posizione contro Israele. Poi si arriva alla malafede esplicita. Secondo Cooper, Hezbollah “deve porre fine agli attacchi contro Israele e disarmarsi”.

Quando mai Hezbollah si disarmera volontariamente? Quando mai Hezbollah finirà di attaccare Israele?

“Tutte le parti – aggiunge come barzelletta finale – devono rispettare il cessate il fuoco e impegnarsi nei negoziati in buona fede”.

Israele dovrebbe negoziare con i terroristi di Hezbollah?

E chi controllerebbe il disarmo di Hezbollah, ammesso che addivenisse a questa determinazione?

L’esercito libanese, che dovrebbe farlo in base alla Risoluzione ONU 1701, ha più volte dichiarato di non averne la forza. Unifil è semplicemente il fallimento dell’Onu, in quanto negli anni, la missione si è trasformata in un “osservatore passivo”, impossibilitata a reagire e fortemente limitata nella libertà di movimento sul territorio controllato dalle milizie sciite.

Questo squilibrio strutturale ha portato l’amministrazione statunitense e la comunità internazionale a decretare la fine della missione, con lo smantellamento definitivo di Unifil programmato per il 2027.

I motivi del fallimento sono strutturali. Il contingente opera secondo il Capitolo VI della Carta Onu. Può ricorrere alla forza solo per legittima difesa e non può compiere azioni coercitive o requisizioni di armi senza il consenso dello Stato ospitante.

Unifil è nata per assistere l’esercito libanese (Laf) a riprendere il controllo del sud. Tuttavia, il governo di Beirut non ha mai avuto la forza politica o militare per imporre il disarmo al “Partito di Dio”.

Le pressioni internazionali hanno formalizzato la chiusura della missione entro il 2027, lasciando lo Stato libanese come unico responsabile della propria sicurezza.

Qui si inserisce la proposta italo francese di un profondo rinnovamento o della sostituzione della missione UNIFIL in Libano. Roma e Parigi hanno inviato lettere congiunte all’ONU ponendo un aut aut: o si cambiano radicalmente le regole d’ingaggio dell’Onu, oppure i contingenti verranno ritirati.

Gli Stati Maggiori di Italia e Francia stanno studiando un’operazione per addestrare le forze armate libanesi, con l’ipotesi di una transizione verso una missione europea che sostituisca la storica e inutile UNIFIL.

Senza entrare troppo nel dettaglio, l’esercito regolare libanese conta circa 77.000 effettivi, sconta una grave carenza di armamenti moderni e pesanti e affronta forti limitazioni operative e finanziarie che ne condizionano l’efficacia.

La forza è suddivisa principalmente nella componente terrestre (la più numerosa), con una presenza minore, ma attiva, di Aeronautica e Marina militare.  L’esercito dispone di veicoli corazzati leggeri, artiglieria obsoleta ed elicotteri, ma è strutturalmente sprovvisto di sistemi di difesa aerea o armamenti pesanti paragonabili a quelli di un esercito moderno.

Sebbene l’esercito libanese operi per mantenere la sicurezza interna, la sovranità e capacità di imporsi su tutto il territorio sono limitate dalla presenza di Hezbollah, le cui milizie dispongono di un arsenale e di capacità di combattimento spesso superiori a quelle delle stesse forze statali.

Hezbollah dispone di una forza paramilitare stimata tra i 40.000 e i 50.000 combattenti, organizzata su un modello ibrido tra guerriglia e esercito regolare. L’ala militare, nota come al-Muqāwama al-Islāmiyya (Resistenza Islamica), è suddivisa in unità operative specializzate e supportata da un vasto arsenale strategico.

Hezbollah ha unità di commando altamente addestrate, specializzate in infiltrazioni e operazioni offensive mirate (Unità Radwan) e unità regolari e riservisti incaricate della difesa locale, del presidio delle aree fortificate e del controllo dei network sotterranei (tunnel) nel Libano meridionale e nella Valle della Bekaa.

Hezbollah dispone di reparti dedicati alla gestione, manutenzione e lancio di un vasto arsenale di razzi, missili balistici e droni d’attacco, ha reti di Intelligence e Logistica con un apparato esteso per la sicurezza interna, controspionaggio e supporto logistico integrato col tessuto sociale.

Il gruppo è considerato tra le entità non statali più pesantemente armate al mondo. Il suo potenziale bellico comprende: un arsenale con oltre 100.000 ordigni, inclusi missili a lungo raggio, anticarro e antinave; una vasta flotta di droni da ricognizione e d’attacco, impiegati per la sorveglianza e l’offensiva tattica; dispositivi terra-aria portatili e sistemi missilistici, oltre a capacità di attacco costiero.

Buona parte della capacità offensiva di Hezbollah dipende dalle reti di approvvigionamento estese in Europa, riguardo alle quali gli europei schiacciano un occhio, quando non ne schiacciano due.

Ecco che la malafede degli europei è patente, nonostante le chiacchiere e gli appelli.

E a proposito di chiacchiere e di dichiarazioni, vanno segnalate quella del presidente francese Emmanuel Macron, il quale ha dichiarato che “nulla giustifica la grave escalation in corso nel sud del Libano”, dove le forze israeliane si sono spinte più a fondo nel Paese in una rinnovata offensiva contro Hezbollah.

“La Francia continuerà a sostenere le autorità libanesi nei loro sforzi per ripristinare la sovranità dello Stato e l’integrità territoriale del Paese” – ha scritto su X Macron – aggiungendo che “la stabilità regionale “deve cominciare dal Libano, dove è urgente che tutte le armi tacciano, una volta per tutte”.

Parole, parole, parole.

Il problema è che la stabilità del Libano dipende dal fatto che abbia un esercito in grado di disarmare gli Hezbollah e se non c’è un programma che sia in grado di fare dell’esercito regolare libanese una forza armata reale e sufficientemente potente, si rimane nell’ambito delle chiacchiere e della propaganda.

La conseguenza è che Israele si arrangia, così come ha fatto nei giorni scorsi conquistando il castello di Beaufort, arroccato a 700 metri di altezza sul fiume Litani nel Libano meridionale. Il castello è uno dei punti strategici più importanti per la difesa degli insediamenti della Galilea e per la salvaguardia della sua sicurezza.

Castello Beaufort bandiere

 

 

 

 

 

A conquistare quello che era già un insediamento fortificato noto come Shaqif Arnun, la scogliera di Arnoun, fu il re crociato Folco d’Angiò, e poi re di Gerusalemme, nel 1139. Poco dopo su quello sperone fece costruire il castello che, in omaggio al nuovo signore franco, fu ribattezzato ‘Beau Fort’ (Bella fortezza) come è ancora noto, anche se il suo nome arabo è Qalat al-Shaqif.

Saladino riuscì a strapparlo ai nemici nel 1190 dopo un assedio di due anni, ma 50 anni dopo i crociati lo ripresero e nel 1260 lo vendettero ai Templari che però non ne godettero a lungo. Nel 1268 l’allora sultano mamelucco Baibars lo espugnò una volta per tutte.  Seguirono secoli di declino, con gli ottomani che lo distrussero in parte fino a un terremoto che nel 1837 che inflisse ulteriori danni. Diventato rifugio di pastori, il castello – o ciò che ne rimaneva – tornò all’antico ruolo strategico a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, quando l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) ne fece una base militare.

Allo scoppio della guerra del 1982, e all’invasione israeliana, Beaufort divenne teatro di una battaglia violentissima, cui il ministro della Difesa Israel Katz non ha mancato di fare riferimento nell’annunciare ora la «reconquista».  La notte tra il 5 e il 6 giugno 1982 unità scelte, tra cui la brigata Golani, ricevettero l’ordine di prendere il castello. Durante i 18 anni di occupazione israeliana, Beaufort fu più volte attaccato dall’Olp e da Hezbollah, fino al ritiro israeliano nel maggio del 2000.

Negli anni successivi il castello è stato restaurato ed è divenuto sito storico, ma l’area di Beaufort e Wadi Saluki ospita “significative” infrastrutture di Hezbollah, che secondo l’Idf sono state realizzate con l’assistenza iraniana, “da cui i terroristi di Hezbollah hanno gestito i combattimenti e compiuto numerosi attentati terroristici”. Secondo quanto riferito dall’esercito, centinaia di razzi sono stati lanciati dalla zona contro Israele e le truppe nel Libano meridionale.

Ora sul castello sventola di nuovo la bandiera di Israele.

Il castello è strategico per il controllo dell’area che Israele è intenzionato a conquistare e, probabilmente, a tenere: un’area che superato il Fiume Litani, si estende fino al fiume Zahrani.

L’esercito israeliano ha annunciato che le sue forze stanno avanzando ulteriormente nel sud del Libano in corrispondenza col fiume Litani. “Un numero significativo di soldati di terra dell’Idf ha iniziato operazioni offensive volte a espandere la Linea di Difesa Avanzata”, si legge in una nota dell’esercito, e si stanno muovendo “verso ulteriori aree”.

Le truppe hanno attraversato il fiume Litani.

Israele ha inoltre continuato a emettere avvisi di evacuazione venerdì per città e villaggi nel Libano meridionale, mentre i raid aerei si abbattevano sulla regione.

L’attraversamento del Litani ha un forte valore simbolico nel conflitto e sottolinea come le truppe israeliane stiano operando sempre più al di là di quella che Israele definisce la sua “linea di difesa avanzata”, un’area di diversi chilometri all’interno del Libano che occupa dall’invasione di marzo.

Gli attacchi con droni di Hezbollah contro le truppe israeliane nel Libano meridionale rimangono un problema persistente per le forze israeliane. Netanyahu è sotto pressione affinché dimostri che il suo governo sta ripristinando la sicurezza nelle comunità del nord di Israele, colpite dagli attacchi missilistici del gruppo militante sostenuto dall’Iran.

Ieri Netanyahu ha ordinato di colpire i sobborghi meridionali di Beirut, dopo l’uccisione di un soldato dell’Idf e il ferimento di altri tre nei pressi del castello di Beaufort.

Va detto che mentre sul piano tattico fino ad ora Israele ha conseguito alcuni risultati, sul piano strategico è ben lungi dall’aver eliminato i pericoli che ne mettono in discussione l’esistenza.

Come scrive Pietro Matteo Salvia, analista geopolitico su Domino (5/2026), “Israele si sta affidando alle sofisticazioni tecniche per prolungare una campagna di demolizione dei villaggi di confine, spingendo la popolazione autoctona a spostarsi verso le aree druse e cristiano-maronite. Il duplice obiettivo tattico intende creare attriti interni allo Stato libanese e fortificare una catena di sicurezza che si estende dalla piana siriana a sud di Damasco fino al Mediterraneo passando per il Libano Meridionale”.

“Le aree occupate – si chiede Pietro Matteo Salvia – saranno oggetto di colonizzazione civile israeliana oppure resteranno una fascia militarizzata difensiva? Le due prospettive non sono così distanti, giacché la distinzione tra ambito civile e militare israeliano non è così netta”.

La questione della eliminazione del pericolo rappresentato dagli Hezbollah in Libano si intreccia con la questione di Gaza, dove Hamas non si decide a consegnare le armi.

La richiesta che Hamas deponga le armi a Gaza è un punto centrale nei negoziati internazionali e nel dibattito politico globale.  A richiederlo è l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), il cui primo ministro palestinese Mohammad Mustafa ha dichiarato che Hamas dovrebbe deporre le armi, rinunciare al controllo su Gaza e cedere l’amministrazione all’Autorità Palestinese per unire i territori e alleviare le sofferenze della popolazione.  Per il governo israeliano, il disarmo di Hamas e lo smantellamento delle sue capacità militari sono condizioni irrinunciabili per garantire la sicurezza del Paese e porre fine al conflitto iniziato il 7 ottobre 2023.

Diversi mediatori e Paesi occidentali, inclusi gli Stati Uniti, considerano il disarmo o la transizione di Hamas in un partito politico disarmato come un passaggio chiave per una pace duratura.

Hamas ha costantemente rifiutato la richiesta di una resa incondizionata o di un disarmo unilaterale, considerandolo una minaccia alla propria sopravvivenza politica e alla sua influenza nella Striscia.

Nel frattempo Israele ha allargato la propria presenza al 70% della Striscia.

Alla luce della realtà, è chiaro che se gli Stati europei, al netto delle chiacchiere dell’Unione Europea che non esiste, dovessero smetterla di buttar via risorse per un riarmo che ha come obiettivo un pericolo che non c’è (l’invasione russa) e si concentrassero, ad esempio, a supportare, dopo accordi diplomatici, l’esercito libanese regolare, con finanziamenti, armamenti, supporto di intelligence, farebbero un passo concreto in avanti verso la stabilizzazione del Medio Oriente.

Gli Stati europei dovrebbero, inoltre, chiudere definitivamente con l’ipocrita politica nei confronti di Hezbollah e di Hamas, che è di condanna formale e di connivenza di fatto.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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