Messaggio forte e chiaro: pollice verso, con loro nessun accordo, ad bestias
La sinistra è, da un punto di vista comunicativo (e non solo) ottusa e scontata.
Il termine ottuso deriva dal latin in obtusus (da obtundere, “spuntare”) e, in senso figurato, indica una scarsa intelligenza, lentezza di comprendonio, mancanza di perspicacia o chiusura mentale.
Lo slogan comunicativo è rimasto uno solo: antifascismo.
Slogan consunto, che la sinistra tenta di rivitalizzare, ma con poco successo, in quanto se per fascismo si intende intolleranza e violenza, questi due concetti si attagliano perfettamente, come un vestito confezionato su misura, con l’attuale sinistra, che di sinistra ha solo il nome.
Gustave Le Bon, in “Psicologia delle folle”, scrive: “Il potere delle parole è legato alle immagini che esse sono in grado di evocare ed è completamente indipendente dal loro reale significato. Talvolta le parole meno definite sono quelle che fanno più impressione, come ad esempio le parole democrazia, socialismo, eguaglianza, libertà, ecc., il cui senso è così vago che non basterebbero dei grossi volumi a definirlo. Nonostante questo, al suono delle loro sillabe è collegato un potere magico, come se contenessero la soluzione a tutti i problemi. Queste parole sintetizzano diverse aspirazioni incoscienti e la speranza della loro realizzazione”.
Tuttavia, aggiunge Le Bon, “non tutte le parole e tutte le formule hanno il potere di evocare delle immagini e ce ne sono altre che, dopo averne evocate, si logorano e non innescano più nulla nello spirito”.
È quanto sta accadendo alla parola antifascismo, che non dice più niente di quanto le sinistre varie vorrebbero dicesse.
Inoltre, sempre Le Bon, ci avverte: “Se si considera una determinata lingua, si vede che le parole di cui si compone si modificano assai lentamente col passare del tempo; mentre le immagini che esse evocano o il senso che viene loro dato cambiano continuamente. […]. Le parole hanno dunque significati mutevoli e passeggeri, che cambiano da un’epoca all’altra e da un popolo all’altro. Quando vogliamo operare con esse sulla folla, dobbiamo conoscere il senso che ogni specifica parola ha per essa in un determinato momento, e non quello che essa ebbe una volta o che può avere per individui che ragionano in un modo differente. Le parole, in questo senso, sono come le idee: non vi è un unico modo di interpretarle”.
Se per fascismo si intende ormai non più il fenomeno storico, ma genericamente violenza, sopraffazione, arroganza, chiamare a raccolta le folle in chiave antifascista c’è il rischio, per chi le chiama, di rivolgerle contro sé stesso.
Cosa sono le piazze violente giustificate, supportate e coperte dalla sinistra se non fascismo? Cosa è il pensiero unico se non dittatura, distruzione della libertà, restrizione dei diritti democratici?
Usare come slogan l’antifascismo come Wunderwaffe (letteralmente “arma meravigliosa”) evoca un’immagine di sopraffazione che oggi coincide con le piazze incendiate dai Propal, dagli antagonisti, dagli anarchici, dai figli e dai nipoti di chi ha continuato a predicare la teoria della “rivoluzione mancata” e della Resistenza tradita.
Le teorie dell’esproprio proletario, dell’occupazione delle case, del dare del fascista a chiunque non sia d’accordo con le idee propalate dalla sinistra, si rivoltano contro la sinistra stessa, che viene percepita come fascista.
Essere antifascisti, oggi, è, pertanto, essere anti-sinistra fascio-stalinista: antifasssssisti.
Pessima comunicazione, quella degli ottusi.
L’ottusità della sinistra, ovviamente, la rende incapace di capire la strategia comunicativa di Roberto Vannacci, il cui messaggio recente, costruito con l’intelligenza artificiale, non è un invito a uccidere qualcuno, ma ad uccidere l’idea che il suo movimento possa avere qualcosa a che fare con la sinistra e con i suoi vari esponenti.

Il video diffuso da Roberto Vannacci, intitolato «Il Generale Robertvs Vannaccivs scena colosseo Giuseppvs Borbonis» è un filmato, interamente realizzato con l’intelligenza artificiale, che mostra l’ex generale mentre veste i panni di un imperatore romano seduto nel Colosseo.
Gli avversari politici di sinistra sono mostrati legati, pronti a essere sbranati dai leoni.
Il pollice verso è un messaggio al popolo per dire che mai e poi mai lui e i suoi avranno qualcosa a che fare con i vari attori del Campo Largo che sono ad bestias nel Colosseo.
Vannacci usa il linguaggio delle immagini che vale più di qualsiasi discorso.
L’esposizione ad bestias era una pena riservata a chi “valeva di meno” nella società romana, per umiliarlo pubblicamente. Era una pena tipica per schiavi, fuggitivi, ladri gravi o banditi, criminali per reati gravi e non si applicava ai cittadini romani di alto rango.
Vannacci rivolta contro la sinistra del Campo Largo le accuse a lui e ai suoi seguaci rivolte di essere, come disse Hillary Clinton degli elettori di Donald Trump, dei “deplorables”.
Il 9 settembre 2016, durante un evento di raccolta fondi a New York, l’allora candidata democratica Hillary Clinton utilizzò questa espressione per descrivere una parte dei sostenitori del suo sfidante repubblicano, Donald Trump.
Nel suo discorso dichiarò: “Per essere estremamente generalisti, poteste mettere la metà dei sostenitori di Trump in quello che io chiamo il ‘cesto dei deplorevoli’. Sono razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi, islamofobi – chi più ne ha più ne metta”.
Moltissimi elettori di Trump decisero orgogliosamente di riappropriarsi del termine, definendo sé stessi “deplorables” e stampando magliette, cappellini e cartelli elettorali con questa parola.
Il giorno successivo, l’11 settembre 2016, Hillary Clinton espresse pubblico rammarico, definendo la sua stessa generalizzazione “sbagliata” e scusandosi per aver quantificato la critica dicendo “la metà”.
Nel suo successivo libro di memorie del 2017 intitolato “What Happened”, la stessa Clinton ha ammesso che quell’uscita infelice fu uno dei fattori chiave che contribuirono alla sua sconfitta elettorale.
Quando Vannacci dice: “siamo la feccia”, siamo la “sporca dozzina”, usa la stessa strategia comunicativa dei trumpiani. Quando usa il Colosseo come teatro, dice che i “deplorables” sono loro, quelli del Campo Largo, i quali, se fossimo nell’Antica Roma, sarebbero condannati ad bestias.
Scrive sui social il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci: “Continuano a provare a censurarmi, a denigrarmi, a escludermi, a ridicolizzarmi, a espormi alla gogna mediatica. Il risultato è che oggi, qui su Instagram, siamo oltre un milione di persone. Ricordate la campagna del PD contro di me? Quando pubblicò un post con il mio faccione in primo piano e gli occhi coperti da un disperato imperativo: ignorarlo. Ecco, a sinistra, e ora anche in quella che si autodefinisce destra, ma che in realtà è una sinistra meno alla moda, nel tentativo maldestro di silenziarmi, hanno ottenuto l’effetto opposto: hanno amplificato le mie idee, portandole al centro di un dibattito nazionale che ha aperto gli occhi a tantissimi cittadini. Su Instagram siamo cresciuti rapidamente e oggi la community conta un milione di persone interessate all’unica novità politica degli ultimi 15 anni. Il futuro è con noi”.
Vediamo di capire a cosa si ispira la tecnica comunicativa di Vannacci.
“La folla – scrive Gustave Le Bon (Psicologia delle folle) – pensa per immagini e una singola immagine evocata è in grado di evocarne molte altre che non hanno nessun nesso logico con quella originaria”.
Vannacci usa il linguaggio delle immagini che vale più di qualsiasi discorso.
“Le folle – scrive Le Bon -, potendo pensare solo per immagini, si lasciano impressionare soltanto dalle immagini. Solo queste ultime le spaventano o le entusiasmano e soltanto queste sono in grado di influenzarne l’azione. Questa è la ragione per cui le rappresentazioni teatrali, che danno l’immagine sotto la forma più precisa, hanno sempre un’enorme influenza sul pubblico. Un tempo, pane e spettacoli erano considerati dalla plebe romana la rappresentazione ideale della felicità e, nonostante il succedersi dei secoli, questa rappresentazione ha subito poche variazioni. Non c’è nulla che colpisca l’immaginazione popolare quanto una rappresentazione teatrale. Tutta la sala prova nello stesso momento le stesse emozioni e queste ultime non si trasformano subito in azioni soltanto perché anche lo spettatore più incosciente non può ignorare di essere vittima di illusioni, e di aver riso o pianto per avventure immaginarie”.
“Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle – aggiunge Le Bon – vuol dire conoscere l’arte di governarle”.
A quanto pare, l’ex generale la tecnica comunicativa la conosce bene e la applica.





