Il centrodestra non lo rincorre e aspetta la prova del consenso
Il generale punta a rappresentare una destra più identitaria, ma il governo difende la propria linea politica e internazionale. La partita si giocherà più avanti.
Roberto Vannacci sta diventando un rebus politico per il centrodestra oltre che per il centrosinistra, non tanto per la consistenza di Futuro Nazionale che, di fatto, è un partito personale senza una organizzazione e tanto meno esperienza politica, senza un vero programma politico, ad eccezione di qualche slogan di effetto, quanto per il significato politico dei consensi che il generale sta raccogliendo.
Gli ultimi sondaggi, da prendere con le molle, hanno collocato il suo partito intorno al 6 per cento e, in alcune rilevazioni, davanti alla Lega: un risultato che modifica inevitabilmente gli equilibri della destra italiana e costringe Giorgia Meloni a interrogarsi sul futuro della coalizione.
Anche per questo i media vicini alla sinistra e all’opposizione stanno dando grande visibilità al Generale con la speranza che diventi una fonte di problemi e di calo dei consensi nel centrodestra.
Il problema è piuttosto semplice da rappresentare, se il Generale esperto di mondi al contrario, resta fuori dal centrodestra e mantiene questi numeri, potrebbe sottrarre alla coalizione una quantità di voti sufficiente a rendere molto più complicata la vittoria alle prossime elezioni politiche.
Alcune simulazioni mostrano, infatti, un centrodestra tradizionale in difficoltà senza Futuro Nazionale e decisamente più competitivo con il partito del generale all’interno del perimetro della coalizione.
Sembrerebbe quindi naturale arrivare a una conclusione: Meloni prima o poi dovrà allearsi con Vannacci.
Io credo, però, che la questione sia molto più complessa e che, osservando con attenzione le recenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio e di Guido Crosetto, sia possibile intravedere una strategia diversa.
Infatti, Giorgia Meloni, parlando di Futuro Nazionale, ha scelto una formula politicamente molto intelligente, non ha detto che Vannacci non entrerà mai nella coalizione, ha sostenuto, invece, che sarebbe stato lo stesso generale a collocarsi fuori dal centrodestra.
Una differenza apparentemente sottile, ma nella comunicazione politica le parole raramente vengono scelte per caso. La premier ha inoltre ricordato, correttamente, che la politica non è una semplice operazione aritmetica e che sommare le percentuali dei partiti non significa automaticamente sommare i voti degli elettori.
Un’alleanza con Vannacci, infatti, potrebbe certamente portare dentro la coalizione il suo 6 per cento, ma potrebbe contemporaneamente spingere una parte dell’elettorato moderato verso l’astensione o verso altre forze politiche. Non è detto poi che tutti gli elettori di FN gradiscano l’ingresso nella coalizione di centrodestra.
Forza Italia avrebbe difficoltà a condividere alcune posizioni del generale, soprattutto in politica estera, sull’Ucraina e sui rapporti con l’Unione europea.
C’è, però, da tenere anche conto che l’impostazione data da Silvio Berlusconi al partito da lui creato è molto pragmatica, non escluderei, quindi, un atteggiamento accomodante nei confronti di Vannacci, magari dopo l’esito delle elezioni.
Per tornare alle differenze con Futuro Nazionale, la stessa Giorgia Meloni ha costruito negli ultimi anni una credibilità internazionale fondata sull’atlantismo e sulla capacità di dialogare con Bruxelles con il fine di portare a casa provvedimenti utili all’Italia.
Vannacci, al contrario, ha scelto una linea fortemente critica verso l’Unione europea e contraria alla prosecuzione del sostegno occidentale all’Ucraina. Una sua recentissima dichiarazione è emblematica e riguarda eventuali finanziamenti russi al suo partito; il generale ha dichiarato di non vedere perché ciò non possa essere possibile se tali finanziamenti rientrano tra quelli leciti.
Le parole di Guido Crosetto sembrano infine inserirsi perfettamente in questo quadro; il ministro della Difesa ha ricordato che chi decide di far parte di un’alleanza deve rispettarne gli impegni.
Formalmente il riferimento riguardava la NATO e gli obblighi internazionali dell’Italia, ma, politicamente, il messaggio è molto più ampio: non si può entrare in una coalizione di governo scegliendo ogni volta quali decisioni condividere e quali combattere.
In altre parole, il centrodestra non sembra intenzionato a modificare la propria politica estera per convincere Vannacci a entrare nella coalizione. Semmai, dovrà essere Vannacci, se vorrà partecipare a un futuro governo, ad accettare alcuni punti fondamentali della linea politica e internazionale dell’esecutivo.
A mio parere, il governo sta quindi, correttamente, adottando una strategia di attesa, evitando anche di dare riferimenti precisi all’opposizione.
Meloni credo non abbia alcun interesse ad aprire oggi una trattativa ufficiale con il generale; farlo significherebbe riconoscergli immediatamente il ruolo di quarto leader del centrodestra e, soprattutto, legittimare la sua narrazione politica, quella di una destra che avrebbe perso la propria identità e che avrebbe bisogno di Futuro Nazionale per ritrovare la giusta strada.
Il caso Vannacci, a prima vista, potrebbe rappresentare una trasformazione della destra italiana: Meloni ha portato Fratelli d’Italia verso un profilo di governo e di maggiore affidabilità internazionale; Vannacci intercetta, invece ,una domanda più radicale, basata su identità, sicurezza e opposizione alle élite culturali.
È proprio la narrazione che Vannacci cerca di costruire quando si presenta come la “bussola” di un centrodestra che avrebbe perso la rotta, narrazione alimentata da frequenti frecciate polemiche all’operato del Governo e dal voto contrario in Aula.
Francamente dire che Vannacci rappresenta una qualche destra mi sembra prematuro; lui cerca consensi in quell’area ma la storia, l’esperienza politica, l’abilità politica rappresentata da Giorgia Meloni e anche da diversi altri storici esponenti di Fratelli d’Italia è ben altra cosa rispetto al suo partito di gente venuta via da altri partiti in cerca di fortuna.
Il punto decisivo sarà capire se Vannacci rappresenti un fenomeno personale legato alla sua figura oppure l’emersione di uno spazio politico stabile alla destra della coalizione.
Meloni deve invece dimostrare che il centrodestra ha già una guida e che quella guida è a Palazzo Chigi, per questo credo che, nei prossimi mesi, assisteremo a una sorta di guerra di posizione; Vannacci continuerà ad attaccare il governo sui temi più identitari, dall’immigrazione all’Europa, dal Green Deal alla politica estera, cercando di rappresentare la destra “senza compromessi”.
Meloni eviterà probabilmente lo scontro personale diretto e continuerà a riportare il confronto sui risultati ottenuti del governo, cercando, semmai, di varare provvedimenti che rafforzino l’azione su certi temi come la sicurezza nelle città, un modo per depotenziare la comunicazione di Futuro Nazionale e convincere gli elettori attratti dal Generale che non serve votare Futuro Nazionale se la destra al governo agisce con coerenza.
È una strategia rischiosa, ma politicamente comprensibile.
Vannacci ha infatti un vantaggio enorme: non governa, può quindi promettere, criticare, radicalizzare il messaggio e indicare soluzioni nette a problemi complessi.
Giorgia Meloni deve invece fare i conti con il debito pubblico, con Bruxelles, con la NATO, con i mercati finanziari e con gli equilibri internazionali. È la vecchia differenza tra la comunicazione dell’opposizione e quella di governo, un passaggio che la stessa Meloni ha dovuto affrontare dopo il 2022.
Il vero interrogativo riguarda, quindi, il futuro, se Futuro Nazionale continuerà a crescere e arriverà alle elezioni con percentuali vicine o superiori al 6 per cento, ignorare Vannacci potrebbe diventare impossibile.
Ma sono convinto che un eventuale accordo arriverà molto tardi, probabilmente a ridosso delle elezioni, o addirittura dopo, quando i rapporti di forza saranno finalmente chiari.
A quel punto, la trattativa non riguarderà soltanto qualche collegio o qualche posto in lista ma riguarderà, soprattutto, la natura politica della coalizione.
Vannacci dovrà decidere se vuole continuare a essere il leader di una destra simil-tradizionale, libera di criticare tutti, cosa facile quando non devi governare, oppure diventare una forza di governo, accettando, inevitabilmente ,dei compromessi.
Meloni, dall’altra parte, dovrà stabilire fino a che punto può allargare il centrodestra verso destra senza compromettere quel processo di legittimazione nazionale e internazionale che ha costruito in questi anni.
Per ora la strategia sembra essere quella di aspettare.
Nessuna rincorsa a Vannacci, nessuna trattativa pubblica e, soprattutto, nessuna chiusura definitiva. Meloni lascia che sia il generale a misurarsi con il consenso reale, con l’organizzazione di un partito e con le inevitabili contraddizioni che emergono quando un movimento personale deve trasformarsi in una forza politica strutturata.
Credo che il capo del Governo debba, però, non lasciarsi tirare nella mischia causata dal ciclone Vannacci, perché questa è una partita che può polarizzare e certamente appassionare gli elettori schierati ma può confondere e allontanare tutta quella massa di elettori moderati che, probabilmente, non votano più da alcuni anni.
Poi arriveranno le elezioni e parleranno i numeri, perché Giorgia Meloni ha certamente ragione quando dice che la politica non è soltanto aritmetica ma alla fine, quando si contano i seggi in Parlamento, anche l’aritmetica torna improvvisamente ad avere una certa importanza.
In tutto questo contesto in divenire rimane clamorosamente evidente, almeno per il momento, la debolezza di un’opposizione divisa sui temi importanti alla quale non rimane che sperare nel generale; un po’ poco per aspirare di andare al governo.





