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Chi sono gli Houthi e perché non vanno sottovalutati

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Houthi

Un pericolo concreto per le democrazie

Molti sentono nominare gli Houthi solo quando lanciano missili contro Israele, colpiscono navi nel Mar Rosso o minacciano il commercio mondiale.
Ma pochi conoscono davvero chi siano, come siano nati e soprattutto perché oggi siano diventati uno degli strumenti più efficaci della strategia dell’Iran per destabilizzare il Medio Oriente.

Gli Houthi, il cui vero nome è Ansar Allah (“Partigiani di Dio”), nascono negli anni Novanta nel nord dello Yemen.

Appartengono alla comunità zaydita, una particolare corrente dello sciismo diversa da quella prevalente in Iran, ma che nel tempo ha costruito con Teheran un rapporto politico e militare sempre più stretto.

In origine erano un movimento locale che denunciava la corruzione del governo yemenita, la povertà e la crescente influenza dell’Arabia Saudita nello Yemen.

Dal 2004 iniziarono una lunga guerra contro il governo centrale.
La svolta arrivò nel 2014, quando conquistarono Sana’a, la capitale dello Yemen, costringendo il governo riconosciuto dalla comunità internazionale a fuggire.

L’anno successivo intervenne una coalizione guidata dall’Arabia Saudita per ristabilire il governo legittimo. Da quel momento lo Yemen è precipitato in una delle guerre civili più devastanti degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di vittime dirette e indirette e una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta.

Ma, nel frattempo, è successo qualcosa di ancora più importante.
L’Iran ha compreso che gli Houthi potevano diventare un’arma strategica perfetta.

Perché affrontare direttamente Israele o gli Stati Uniti quando è possibile utilizzare milizie alleate che combattono al proprio posto?

È esattamente la strategia che Teheran ha costruito negli ultimi quarant’anni.

Gli Houthi fanno ormai parte di quello che l’Iran definisce “Asse della Resistenza”, insieme a Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad Islamica nella Striscia di Gaza, alle milizie sciite irachene e ad altri gruppi armati presenti in Siria.

L’Iran fornisce agli Houthi missili balistici, droni, tecnologia militare, addestramento, intelligence e assistenza strategica.

In questo modo riesce a esercitare una fortissima pressione militare senza esporsi direttamente a una guerra aperta.

Gli Houthi, quindi, non sono più soltanto una ribellione yemenita.
Sono diventati uno dei principali strumenti della proiezione di potenza iraniana.

Ed è qui che entra in gioco uno dei punti più delicati del pianeta:
lo stretto di Bab el-Mandeb, il cui nome significa “Porta delle Lacrime”.
È uno stretto largo appena una trentina di chilometri che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez.

È uno dei grandi “colli di bottiglia” del commercio mondiale.

Da lì transitano petrolio, gas naturale, container, materie prime e merci dirette dall’Asia verso l’Europa e viceversa.

Una quota enorme del commercio mondiale passa proprio attraverso questo stretto.

Quando gli Houthi minacciano le navi, non stanno colpendo soltanto Israele o l’Arabia Saudita.

Stanno mettendo sotto pressione l’intera economia mondiale.

Le compagnie di navigazione aumentano i costi assicurativi, molte navi sono costrette a circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, con settimane di ritardo e milioni di dollari di costi aggiuntivi.

E tutto questo ricade inevitabilmente sui prezzi dell’energia, dei trasporti e, alla fine, anche sulla spesa quotidiana dei cittadini europei.

La situazione diventa ancora più preoccupante perché oggi non esiste soltanto Bab el-Mandeb.

L’altro grande punto strategico è lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa una quota enorme del petrolio mondiale e sul quale l’Iran esercita una pressione costante.

Se Bab el-Mandeb e Hormuz vengono contemporaneamente minacciati, si mettono sotto pressione due delle più importanti arterie energetiche del pianeta.

È esattamente questo il motivo per cui gli analisti internazionali seguono con estrema attenzione ogni dichiarazione proveniente da Teheran e dagli Houthi.

In questi giorni gli Houthi hanno annunciato un embargo marittimo contro le navi saudite dopo aver accusato Riyad di avere bombardato l’aeroporto di Sana’a.

Successivamente hanno anche rivendicato attacchi contro petroliere saudite.

Pur sostenendo di non voler chiudere completamente Bab el-Mandeb, il semplice fatto che una milizia armata possa decidere quali navi possano attraversare uno dei principali passaggi commerciali del mondo è già, di per sé, un fatto gravissimo.

Ed è qui che nasce una riflessione che dovrebbe riguardare tutti.

È davvero accettabile che una milizia nata in uno dei Paesi più poveri del mondo possa tenere sotto scacco una delle principali rotte commerciali del pianeta?

È normale che un gruppo armato, sostenuto da una potenza regionale come l’Iran, riesca a influenzare il commercio internazionale, il prezzo del petrolio e la sicurezza della navigazione?

Il problema non è soltanto economico. È soprattutto politico e strategico.

Perché il messaggio che rischia di passare è che piccoli gruppi armati, se sostenuti da Stati come l’Iran, possano esercitare un potere coercitivo capace di condizionare le grandi democrazie occidentali.

Le rotte marittime internazionali sono un patrimonio comune dell’economia mondiale.

Non possono diventare strumenti di ricatto nelle mani di organizzazioni armate.

Per questo la vicenda degli Houthi non riguarda soltanto lo Yemen. Riguarda la credibilità dell’intero sistema internazionale.

Perché se si accetta che il commercio mondiale possa essere ostaggio di milizie armate, il problema non è più soltanto mediorientale.

Diventa un problema che riguarda tutti noi.

A tutto questo si aggiunge una riflessione che, a mio avviso, non può più essere evitata.

Negli ultimi anni l’Occidente ha spesso dato l’impressione di limitarsi a rincorrere gli eventi invece di prevenirli. Ogni volta che uno dei proxy dell’Iran ha alzato il livello dello scontro, la risposta è stata quasi sempre prudente, calibrata, spesso rinviata per timore di un’escalation.

È una preoccupazione comprensibile, perché nessuno auspica un conflitto più ampio, ma esiste anche il rischio opposto: che la continua cautela venga interpretata come debolezza.

È proprio su questo che Teheran ha costruito la propria strategia.

Evitare lo scontro diretto con gli Stati Uniti e con le democrazie occidentali, delegando invece il confronto ai propri alleati armati: Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, le milizie sciite in Iraq, gli Houthi nello Yemen e altri gruppi presenti nella regione.

In questo modo l’Iran riesce a esercitare una pressione continua senza assumersi direttamente il costo politico e militare di una guerra aperta.

Quando una milizia può minacciare una delle principali rotte commerciali del pianeta, quando può decidere quali navi far transitare e quali no, quando riesce a condizionare i premi assicurativi, il prezzo dell’energia e l’economia internazionale, il problema non riguarda più soltanto il Medio Oriente. Diventa una questione di sicurezza globale.

Le grandi rotte marittime, dallo Stretto di Hormuz a Bab el-Mandeb, non appartengono a un singolo Paese: sono arterie vitali del commercio mondiale.

Se il loro controllo finisce nelle mani di organizzazioni armate sostenute da potenze regionali, il precedente è pericolosissimo.

Oggi può accadere nel Mar Rosso, domani potrebbe accadere altrove.

Le democrazie hanno il dovere di difendere la libertà di navigazione, non solo per ragioni economiche, ma perché è uno dei principi fondamentali su cui si regge il commercio internazionale.

Se passa l’idea che sia sufficiente possedere missili, droni e il sostegno di uno Stato per bloccare una delle vie marittime più importanti del mondo, il rischio è quello di legittimare il ricatto come strumento di politica internazionale.

La pace si costruisce anche attraverso la deterrenza.
Se chi minaccia il commercio mondiale non incontra conseguenze credibili, sarà inevitabilmente incoraggiato a spingersi ancora oltre.

Ed è questo l’aspetto che dovrebbe preoccupare tutti, indipendentemente dalle simpatie politiche: non la forza degli Houthi in sé, ma il fatto che un’organizzazione armata possa arrivare a esercitare un potere coercitivo tale da mettere sotto pressione intere economie e da sfidare apertamente l’ordine internazionale.

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