Nella capitale italiana il settimo round di colloqui diretti tra Gerusalemme e Beirut
Il prossimo 4 agosto Roma ospiterà un nuovo round di dialogo dedicato al Libano.
Una notizia che potrebbe sembrare uno dei tanti appuntamenti della diplomazia internazionale, ma osserviamola con lo sguardo della geopolitica, perché non riguarda soltanto il Libano, ma tutto il Mediterraneo.
Ogni capitale che deve ospitare o tenere un forum viene scelta per ciò che rappresenta, potere militare, potere strategico o economico. Roma continua a essere riconosciuta come il luogo in cui il dialogo può ancora trovare spazio, anche quando le posizioni sembrano inconciliabili.
Non è una casualità ma il risultato di una politica estera costruita nel tempo, fatta di relazioni pazienti, di continuità istituzionale e di una credibilità maturata sul terreno, soprattutto in Libano, dove l’Italia è da anni uno dei principali protagonisti della missione UNIFIL: la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite dispiegata nel Libano meridionale dopo la guerra del 2006 tra Israele e Hezbollah, che rappresenta uno dei principali strumenti di stabilizzazione dell’area.
Il suo compito è vigilare sul rispetto del cessate il fuoco, sostenere le Forze Armate libanesi e contribuire a evitare che le tensioni lungo il confine con Israele si trasformino in un nuovo conflitto aperto.
L’Italia ne è da anni uno dei maggiori contributori, sia in termini di personale sia di responsabilità di comando, un ruolo che ha consolidato nel tempo la credibilità di Roma come interlocutore privilegiato nei delicati equilibri del Levante.
Una presenza che non si è limitata all’aspetto militare, ma che ha contribuito a costruire fiducia con le istituzioni libanesi, con Israele e con gli interlocutori internazionali impegnati nella stabilizzazione dell’area.
Il vertice di Roma racconta un’altra realtà, una crisi da governare e non da risolvere, differenza sostanziale.
Per molti anni abbiamo continuato a interpretare il Medio Oriente attraverso una successione di guerre e di tregue, immaginando che ogni cessate il fuoco fosse il preludio a una pace definitiva.
Oggi quella lettura non è più sufficiente le crisi contemporanee non terminano davvero. Cambiano intensità, mutano forma, attraversano fasi di apparente quiete per poi riaccendersi, senza mai scomparire del tutto.
Il Libano rappresenta probabilmente uno degli esempi più evidenti di questa nuova condizione. Dopo il confronto con Israele e gli accordi che hanno consentito di ridurre le ostilità, il Paese continua a vivere una fragilità permanente. Hezbollah mantiene un peso politico e militare determinante.
Israele considera il fronte settentrionale una priorità della propria sicurezza. L’influenza dell’Iran continua a essere un elemento centrale degli equilibri regionali, mentre la crisi economica e istituzionale libanese resta irrisolta.
Non esiste una guerra aperta, ma non esiste nemmeno una pace compiuta, c’è uno spazio intermedio, nel quale la diplomazia deve lavorare senza interruzione. Questa, probabilmente, è la caratteristica della geopolitica del nostro tempo, lo abbiamo compreso in Ucraina, dove il conflitto ha assunto i contorni di una guerra destinata a ridefinire gli equilibri europei per molti anni.
Lo osserviamo nel Mar Rosso, dove la sicurezza della navigazione è diventata una sfida permanente. Lo vediamo lungo la Blue Line tra Israele e Libano, dove ogni equilibrio rimane precario e ogni incidente può trasformarsi in una nuova escalation.
Le crisi non sono più parentesi della storia, stanno diventando il contesto nel quale la storia si sviluppa. L’Italia possiede una caratteristica che oggi vale quanto una risorsa strategica riesce a mantenere aperti canali di comunicazione con tutti gli attori coinvolti.
Dialoga con Israele, sostiene il Libano, è parte integrante dell’Alleanza Atlantica, mantiene relazioni solide con i Paesi arabi e continua a essere percepita come un interlocutore affidabile anche nel Mediterraneo allargato.
Non significa esercitare una leadership fondata sulla forza, ma offrire uno spazio di equilibrio in una regione nella quale gli equilibri stessi sono diventati il bene più prezioso e per questo motivo il Libano riguarda direttamente l’Italia.
Non soltanto per la vicinanza geografica, ma perché dalla stabilità del Levante dipendono la sicurezza del Mediterraneo, le rotte energetiche, i flussi commerciali, la gestione dei movimenti migratori e, più in generale, l’architettura di sicurezza dell’Europa meridionale.
Chi pensa che ciò che accade a Beirut resti confinato a Beirut commette lo stesso errore di chi, negli anni passati, riteneva che le tensioni nel Mar Nero o nel Mar Rosso fossero questioni esclusivamente regionali.
Nel mondo interconnesso di quest’epoca complessa e veloce ogni instabilità locale produce conseguenze globali.
Il vertice del 4 agosto è il segnale che il Mediterraneo è tornato a essere uno dei principali teatri della competizione internazionale e che Roma intende svolgere un ruolo coerente con la propria storia e con la propria posizione geografica, non quello di chi alimenta le contrapposizioni, ma di chi prova a mantenerne aperto il dialogo.
Possiamo vedere negli ultimi tempi che la diplomazia non consiste solo nel firmare trattati di pace, ma nell’impedire che conflitti ormai cronici diventino irreversibili. Ed è proprio questa, forse, la più difficile delle sfide che la politica internazionale è chiamata ad affrontare.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


