Home Politica estera L’EUROPA ALLA PROVA DEL NOVE: CAMBIARE O MORIRE VERDI DI RABBIA

L’EUROPA ALLA PROVA DEL NOVE: CAMBIARE O MORIRE VERDI DI RABBIA

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L’elezione di Trump, con un ampio margine di voti, pertanto inequivocabile, nonostante le speranze delle teste di legno del testa a testa, apre molte questioni in vari quadranti del mondo, ma per quanto riguarda il quadrante europeo, l’Unione Europea ora deve decidere se intende cambiare o se intende avviarsi, verde di rabbia, all’estinzione.

La politica Usa nei confronti dell’Unione Europea è sempre stata la stessa negli anni: l’Unione va bene se c’è, l’importante è che non sia troppo potente e invadente e che stia agli ordini della Nato.

Il tema vero, chiaramente, a questo punto è la Nato, fino ad ora nelle mani dei guerrafondai del Partito democratico, Clan Clinton in testa.

Ora la Nato dovrà fare i conti con una politica estera Usa diversa e ai ventriloqui dell’Unione Europea non resterà che adeguarsi.

Quale sarà l’assetto della Nato lo vedremo presto.

Interessante, a proposito dell’Unione Europea, quanto dichiara il segretario di +Europa, Riccardo Magi.

“La vittoria di Trump – afferma Magi – è a tutti gli effetti una sciagura per i diritti, per lo stato di diritto, per le minoranze, per la libertà, per la lotta al cambiamento climatico. Ma soprattutto rischia di essere una sciagura per l’Europa, che potrebbe trovarsi da sola a dover affrontare l’invasione di Putin in Ucraina, la questione mediorientale, il surriscaldamento globale, una crisi industriale senza precedenti, la conversione ecologica, la competizione cinese. È in questo momento che si sente la mancanza di una vera integrazione politica europea, che renda l’Ue un vero attore globale. È il momento della verità: o l’Europa diventa una vera Unione o precipiterà all’indietro”.

Il problema è che la ricetta di Magi, che è quella di Soros e della tecno finanza globalista, è esattamente quella che ha portato l’Europa ad essere sull’orlo del disastro.

Non poteva mancare una nota di colore (il verde rabbia), rappresentata dalle dichiarazioni di Elly Schlein, dimostrazione di come tra la politica e l’armocromia non ci sia alcun legame logico.

“La vittoria di Trump negli Stati Uniti – ha detto la Schlein, segretaria del Pd – è una brutta notizia per l’Europa ed è una brutta notizia per l’Italia. Non solo perché anche in questi ultimi giorni ha dichiarato la sua ostilità verso l’Unione Europea, ma anche per quello che ne conseguirà in termini di politiche economiche”.

“Chi oggi festeggia Trump per ragioni di bandiera – ha aggiunto la segretaria del Pd – smetterà presto quando gli effetti di una nuova politica protezionistica colpiranno imprese e lavoratori in Europa e qui nel nostro Paese. Prima che questo accada occorre uno slancio forte dell’Unione Europea”.

Vomitevole il commento dell’Avvenire, il quotidiano portavoce della Conferenza episcopale italiana, ormai trasformata dal cardinal Matteo Zuppi nella parrocchia del Pd, il quale di Trump scrive: “Privo di mezze misure, spietato come un nababbo del primo Novecento la cui ricchezza smisurata si accompagnava allo spregiudicato sfruttamento di ogni risorsa possibile (naturale, finanziaria, umana), aggressivo e irrispettoso nei confronti delle donne, dei disabili, dei meno fortunati, dei poveri, degli emarginati come di chiunque gli fosse avversario, “The Donald” ha cavalcato la rabbia e la fine dell’American Dream sfiancando il suo destriero, cadendo e risollevandosi, scandendo minacce e proclami degni di un dittatore da operetta («Costruirò un muro al confine messicano e saranno i messicani a pagarlo, e deporterò dieci o venti milioni di immigrati illegali») ma anche carichi di sovversiva seduzione populista”.

Anche qui, verdi di rabbia e bava alla bocca.

Di altro segno Wall Street, che festeggia la netta vittoria di Donald Trump alle elezioni per la presidenza americana, anche le le borse asiatiche ed auropee prendono le distanze, spaventate soprattutto dai dazi.

A volare a Wall Street sono stati il dollaro, il Bitcoin, che ha segnato nuovi massimi storici, la Borsa e in particolare il Nasdaq, dove è partita a razzo la Tesla (+14%) del sostenitore Elon Musk.

Sono saliti poi i rendimenti dei titoli di Stato americani mentre sono risultati nel complesso deboli le materie prime a partire dal petrolio.

Trump ha promesso di intensificare la faida tariffaria con la Cina, il crescente rivale economico e strategico degli Stati Uniti, ma non è detto che questa posizione si rifletta automaticamente sull’Europa.

In Medio Oriente, Trump ha promesso, senza dire come, di porre fine ai conflitti tra Israele, Hamas e Hezbollah.

Benjamin Netanyahu ha commentato la vittoria di Trump in modo entusiatico: “Congratulazioni per il più grande ritorno della storia! Il tuo storico ritorno alla Casa Bianca offre un nuovo inizio per l’America e un potente rinnovato impegno alla grande alleanza tra Israele e America. Questa è una grande vittoria!”

Durante il suo primo mandato, Trump ha spinto per rifare il Medio Oriente riconciliando Israele e Arabia Saudita, e ora tutti gli occhi sono puntati su come interverrà negli attuali conflitti della regione.

Per Israele si apre una finestra temporale straordinaria. Joe Biden ormai non conta nulla, ma è pur sempre il Presidente degli Stati Uniti in carica, con accanto Kamala Harris.

Gli Usa hanno già avvertito l’Iran che non sono in grado di tenere a freno Israele.

Benjamin Netanyahu, con un tempismo eccezionale, ha sostituito il ministro della Difesa, facendo intuire che i prossimi giorni saranno decisivi per un rendiconto finale con l’Iran e con i suoi proxy. Qualsiasi cosa farà Israele, a urne ormai chiuse e a risultati raggiunti, non influirà sulle elezioni Usa, ormai terminate e non avrà conseguenze su Trump, il quale ha vinto, ma deve aspettare di entrare in carica. Qualsiasi cosa accada sarà colpa del povero Biden, abbandonato dai suoi alla deriva.

Trump ha promesso di porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina entro 24 ore dall’insediamento, cosa che l’Ucraina e i suoi sostenitori temono sarebbe in termini favorevoli a Mosca.

Per ora la vicenda ucraina è del tutto asettica, diplomaticamente sterilizzata.

Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov è stato laconico: “Non dimentichiamo che stiamo parlando di un Paese ostile, direttamente e indirettamente coinvolto in una guerra contro il nostro Stato.

Non sono arrivate, pertanto, congratulazioni da Mosca, dove il portavoce del presidente Vladimir Putin, Peskov, ha dichiarato che le relazioni tra Russia e Stati Uniti hanno raggiunto “il punto più basso della storia”.

Patetico il commento del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj: “Apprezzo l’impegno del Presidente Trump per l’approccio ‘pace attraverso la forza’ negli affari globali. Questo è esattamente il principio che può praticamente avvicinare la pace giusta in Ucraina. Spero che lo metteremo in pratica insieme. Attendiamo con ansia un’era di forti Stati Uniti d’America sotto la leadership decisa del Presidente Trump”.

Pace attraverso la forza cosa è? Il Piano Victoria? Forse bisogna dire a Zelensky che Victoria, intesa come Nuland, è finita, come il suo partner Soros negli affari ucraini.

Il fatto è che per Zelensky l’esame di realtà significa la sua personale sconfitta.

Anche in questo caso, la finestra temporale che separa l’elezione dall’insediamento consentirà a Mosca di concludere l’occupazione del Donbass, definendo dei confini naturali sui quali attestarsi. Nel frattempo il Cremlino tasterà il terreno. Non c’è fretta per Mosca, che, nonostante le sanzioni e le previsioni della Nuland e della Banda Clinton, gode di ottima salute. Il tempo lavora a favore di Putin.

Per quanto riguarda il Vecchio Continente, il presidente di turno dell’Ue, Viktor Orban ha detto di Trump: “Lo hanno minacciato di prigione, gli hanno confiscato le proprietà, volevano ucciderlo… e lui ha comunque vinto.”

“Abbiamo molti piani che possiamo realizzare nel prossimo anno con il presidente Donald Trump”, ha affermato Orbán, che oggi terrà un vertice a Budapest con altri 50 leader europei, molti dei quali si sentono molto più preoccupati per l’impatto di una seconda presidenza Trump sull’economia e la sicurezza dell’Europa.

Già in linea la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen che ha detto: “Mi congratulo vivamente con Donald J. Trump. L’UE e gli USA sono più che semplici alleati. Siamo legati da una vera partnership tra i nostri popoli, che unisce 800 milioni di cittadini. Lavoriamo insieme a una partnership transatlantica che continui a dare risultati per i nostri cittadini”.

Dette a denti stretti, la congratulazioni a Donald Trump sono giunte da Emmanule Macron: “Pronti a lavorare insieme come abbiamo fatto per quattro anni. Con le tue convinzioni e le mie. Con rispetto e ambizione. Per più pace e prosperità”.

Come dire: alleati sì, ma con idee diverse. Macron, insomma, non è felice e lo fa capire. Del resto è proprio la sua Europa che andrà profondamente cambiata se vuole sopravvivere e la Francia, ormai resa patria del woke anche per colpa sua, ha tutto da perdere.

Si congratula, anche con una grande riserva, anche Olaf Scholz, il quale dice: “Per molto tempo, la Germania e gli Stati Uniti hanno lavorato insieme con successo promuovendo prosperità e libertà su entrambe le sponde dell’Atlantico. Continueremo a farlo per il benessere dei nostri cittadini”.

In quel per “molto tempo” c’è tutto un mondo da capire. Il fatto è che a mettere la Germania con le mutande alle caviglie non è stato Trump, ma la Banda Clinto-Obama, con la sua politica di continuo attacco alla Russia tramite accerchiamento Nato, fino a raggiungere il punto di rottura con l’Ucraina.

La coalizione di tre partiti guidata dal Cancelliere tedesco Olaf Scholz è ormai alla frutta.

Scholz ha licenziato il ministro delle Finanze Lindner, innescando la crisi della coalizione, con un probabile voto in primavera. «Lindner non voleva servire il bene comune ma la sua clientela e il suo partito», ha detto Scholz in conferenza stampa nella serata di ieri. La decisione, ha aggiunto, è stata presa per «evitare danni al nostro paese». «Troppe volte Lindner ha tradito la mia fiducia», ha affermato, mentre «dopo le elezioni americane abbiamo bisogno di dimostrare di essere affidabili». Scholz intende chiedere la fiducia in Parlamento a metà gennaio.

L’Europa è anche questo.

Francia e Germania hanno organizzato ieri, sembra una barzelletta, un incontro last minute dei loro ministri della difesa per discutere i risultati delle elezioni statunitensi e le sue implicazioni per l’Ucraina e la difesa europea, ossia per discutere del nulla.

La vittoria di Trump avrà effetti anche sulla linea politica del Vaticano, non solo filo cinese per convenienza, ma anche portatrice degli stessi paradigmi del mondo Dem che ha perso e degli obiettivi della tecno-finanza globalista.

Ottima opportunità, invece, la vittoria di Trump per l’Italia, nonostante quello che dice Elly Schlein.

“Italia e Stati Uniti – ha detto Giorgia Meloni – sono nazioni sorelle, legate da un’alleanza incrollabile, valori comuni e un’amicizia storica. È un legame strategico, che sono certo ora rafforzeremo ancora di più.”

Più alleata naturale di Trump rispetto a molti leader europei, Meloni, dal 2022 alla guida di un governo di centro destra, ha stretto alleanze con altri leader di destra in Europa e ora, anche in questo senso, la vittoria di Trump avrà una suo peso.

Se si guarda al futuro con una visione prospettica di ampio respiro, la linea del Piano Mattei potrebbe avere molte cose in comune da fare con gli interessi degli Stati uniti in versione trumpiana.

Vedremo.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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