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L’ESERCITO EUROPEO ALL’ASILO MARIUCCIA MADE IN LONDON

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I leader europei si riuniranno a Londra domenica (domani) per discutere di difesa e di strategie dell’Europa sul futuro dell’Ucraina. Ad annunciare l’incontro è stato il premier polacco Donald Tusk martedì, al termine di un incontro con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa.

Il vertice, confermato da Downing Street, sarà una sorta di continuazione dei recenti incontri informali di Parigi e anticiperà il Consiglio europeo straordinario convocato sullo stesso tema il 6 marzo.

DomanI, pertanto, gli sgangherati componenti di questa sempre più sgangherata Europa vanno a Londra, ossia nella capitale di un Paese che dell’Unione Europea non fa parte, per discutere di come fare un esercito europeo.

Sembra di essere all’asilo Mariuccia, con un insieme di fantolini che giocano a colorare quadrati, cerchi, triangoli, illudendosi di essere dei grandi strateghi.

A dirigere la danza c’è l’Inghilterra, che pensa di essere un Paese imperiale, poi arrivano i francesi, che pensano di essere Napoleone, in coda i polacchi, che ritengono di essere il nuovo nucleo bellico del Vecchio Continente. I Paesi baltici abbaiano, ma non mordono. La Germania è sull’orlo di una crisi di identità, ossia è divisa tra Est e Ovest e non può certamente essere il maestro di un’unità europea. La Spagna, la Grecia e il Portogallo sono militarmente inesistenti.

L’Italia ha una discreta marina e un’industria degli armamenti che è strettamente connessa con il sistema Usa. Se si scollega è in mutande.

Tuttavia, la prima questione da affrontare non è militare, ma è giuridica.

Una forza armata ha dietro di sé uno Stato e l’Unione Europea non è uno Stato. Conseguentemente non può esistere un comandante in capo dell’esercito europeo.

La baronessa von der Leyen, da questo punto di vista, è una signora nessuno.

Chi comanderebbe una forza armata arlecchino composta da eserciti di vari Paesi, con armamenti diversi tra di loro e con sistemi d’arma che rispondono a industrie degli armamenti non solo tra di loro diverse, ma spesso tra di loro in concorrenza?

Che facciamo? Il giro giro tondo, con un comando a turno?

Impossibile.

Prendiamo, ad esempio, l’Italia. Il comandante in capo delle forze armate italiane è il Presidente della Repubblica, il quale, in base all’articolo 87 della Costituzione, “ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere”.

Il Consiglio supremo di difesa, costituito con legge 28 luglio 1950, n. 624 (“Istituzione del Consiglio Supremo di Difesa” pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 28 agosto 1950, n. 196), “esamina i problemi generali politici e tecnici attinenti alla difesa nazionale e determina i criteri e fissa le direttive per l’organizzazione e il coordinamento delle attività che comunque la riguardano” (Art. 2 – Codice aggiornato con D. Lgs. 24 febbraio 2012). Esso è regolato dalle disposizioni del Titolo II del decreto legislativo 15 marzo 2010, numero 66 (“codice dell’ordinamento militare”).

Le forze armate italiane, pertanto, rispondo costituzionalmente al Presidente della Repubblica.

Come è possibile che le stesse forze armate rispondano, ad esempio, un semestre al comando di re Carlo III d’Inghilterra e il semestre successivo al presidente francese Emmanuel Macron?

Per quanto ci riguarda sarebbe una violazione patente della Costituzione.

La baronessa von der Leyen, non essendo l’Unione Europea uno Stato non può essere il comandante in capo di alcuna forza armata.

L’ordinamento delle forze armate nei trattati dell’Unione Europe, infatti, non è configurato come un sistema centralizzato o unificato, poiché l’UE non dispone di un esercito comune gestito direttamente dalle sue istituzioni. Piuttosto, i trattati definiscono un quadro per la cooperazione tra gli Stati membri in materia di sicurezza e difesa, lasciando la gestione delle forze armate principalmente nelle mani dei singoli Stati. Questo approccio riflette il principio di sovranità nazionale, che rimane centrale nell’architettura dell’Unione.

Il Trattato sull’Unione Europea (TUE), in particolare dopo le modifiche apportate dal Trattato di Lisbona nel 2009, è il principale riferimento per comprendere il ruolo delle forze armate nel contesto europeo. L’articolo 42 del TUE stabilisce la base della Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC), che fa parte della più ampia Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC). Questo articolo definisce i cosiddetti “compiti di Petersberg”, che includono missioni umanitarie, di mantenimento della pace e di gestione delle crisi, anche tramite l’uso della forza militare se necessario. Tuttavia, tali missioni sono condotte utilizzando le capacità militari messe a disposizione dagli Stati membri su base volontaria, non attraverso una forza armata permanente dell’UE.

Un elemento chiave dell’ordinamento è la clausola di difesa collettiva (articolo 42, paragrafo 7 del TUE), che prevede che, in caso di aggressione armata contro uno Stato membro, gli altri Stati debbano fornirgli assistenza “con tutti i mezzi in loro potere”. Questa disposizione, però, non implica un comando centralizzato delle forze armate, ma un coordinamento tra i governi nazionali, spesso in parallelo con gli impegni presi nell’ambito della NATO, di cui molti Stati membri fanno parte.

Il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), d’altra parte, non disciplina direttamente le forze armate, ma stabilisce che l’UE può sostenere la cooperazione tra Stati membri in settori come l’industria della difesa (articolo 173) e la ricerca tecnologica militare (articolo 179), favorendo iniziative come la Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), introdotta dal Trattato di Lisbona (articolo 46 TUE). La PESCO consente a gruppi di Stati membri di approfondire la collaborazione militare, ad esempio sviluppando capacità congiunte o partecipando a missioni condivise, senza però creare un esercito europeo unico.

Strutture operative come gli EU Battlegroups (gruppi tattici dell’UE), istituiti nel 2007, rappresentano un esempio concreto di forze multinazionali pronte all’impiego sotto il comando dell’UE. Questi gruppi, composti da circa 1.500 militari ciascuno e organizzati a rotazione dagli Stati membri, sono progettati per interventi rapidi in situazioni di crisi, ma rimangono sotto il controllo politico del Consiglio dell’UE e dipendono dalle risorse nazionali.

Un altro aspetto rilevante è la Capacità Militare di Pianificazione e Condotta (MPCC), creata nel 2017 all’interno dello Stato Maggiore dell’UE. Questa struttura coordina le missioni militari senza compiti esecutivi (come quelle di addestramento in Mali o Somalia), ma non ha autorità diretta sulle forze armate nazionali.

In sintesi, nei trattati dell’UE le forze armate non sono “ordinate” in una gerarchia centralizzata, ma sono integrate in un sistema di cooperazione intergovernativa. Gli Stati membri mantengono la sovranità sulle loro forze, decidendo autonomamente se e come contribuire alle missioni dell’UE.

Oltre all’aspetto giuridico, che è un ostacolo non da poco, c’è la questione produttiva e tecnologica.

L’industria degli armamenti europea è un settore complesso.

Le principali aziende europee del settore includono nomi come Leonardo (Italia), Airbus (paneuropea), Thales (Francia), BAE Systems (Regno Unito) e Rheinmetall (Germania). Queste realtà coprono un’ampia gamma di produzioni: dai sistemi aerei (caccia, droni) ai veicoli corazzati, dalle navi da guerra ai missili e alle tecnologie di difesa elettronica. Ad esempio, Leonardo, una delle punte di diamante italiane, si distingue per i suoi sistemi aerospaziali e navali, mentre Rheinmetall è nota per i carri armati e l’artiglieria. Airbus, con il suo approccio transnazionale, integra capacità di diversi paesi, producendo sia aerei civili che militari.

Nonostante la presenza di questi colossi, l’industria europea soffre di una certa frammentazione. Ogni paese tende a privilegiare le proprie aziende nazionali, il che porta a duplicazioni nei sistemi d’arma e a una mancanza di standardizzazione. Pensiamo ai carri armati: in Europa si producono modelli diversi come il Leopard tedesco, il Leclerc francese e l’Ariete italiano, mentre gli Stati Uniti si affidano principalmente a un unico modello, l’Abrams. Questa dispersione riduce l’efficienza e l’interoperabilità tra le forze armate dei paesi membri della NATO e dell’UE.

Secondo l’Ispi, nell’UE, l’industria bellica ha raggiunto nel 2022 un fatturato di 135 miliardi di euro, con un 10 per cento in più dell’anno precedente e ha impiegato 516 mila addetti (+4% rispetto all’anno precedente).

Tuttavia, specifica l’Ispi, nessuna azienda di un Paese dell’Unione Europea compare nella classifica delle dieci aziende più grandi per fatturato a livello mondiale. L’italiana Leonardo è la prima azienda europea nell’industria della difesa e si posiziona all’undicesimo posto con un fatturato che nel 2022 è arrivato a 12,9 miliardi di dollari. Completano il podio UE il consorzio franco-tedesco-spagnolo Airbus con 12 miliardi di profitti nell’industria bellica (che rappresentano appena il 20% del fatturato totale dell’azienda) e la francese Thales con 9,6 miliardi. Il settore è ad elevata concentrazione di mercato: le prime dieci aziende UE (in tabella) rappresentano circa la metà del fatturato dell’intera industria. 

Tabella da 11

Da questo punto di vista, sostiene sempre l’Ispi, il confronto con l’industria statunitense non regge. La sola Lockheed Martin, la più grande azienda produttrice di armi del mondo, nel 2022 ha raggiunto un fatturato di 63 miliardi di dollari, di poco superiore alla somma dei fatturati delle prime dieci aziende dell’UE. Le prime dieci aziende a livello mondiale sono statunitensi o cinesi, ad esclusione della sola BAE Systems, con sede nel Regno Unito, che si colloca al settimo posto con 25 miliardi di dollari di fatturato.

Sempre secondo l’Ispi, mettendo a confronto il periodo 2018-2022 con gli anni 2013-2017, le importazioni di armi da parte degli Stati europei sono aumentate del 47%. Se si considerano gli Stati europei che sono anche alleati NATO, l’aumento di importazioni di armi raggiunge il 65% nello stesso periodo. Dall’altro lato, le esportazioni di armi degli Stati Uniti sono aumentate del 14%, facendo passare gli USA dal controllare il 33% delle esportazioni mondiali al 40% (rispettivamente nei periodi 2013-2017 e il 2018-22). Un totale del 23% delle esportazioni di armi statunitensi è stato destinato a Paesi europei nel periodo 2018-22, rispetto all’11% del 2013-17.

La dipendenza tecnologica militare dell’Europa dagli Stati Uniti è evidente.

Creare un’integrazione delle aziende europee degli armamenti è una questione che richiede anni di tempo, sempre ché sia possibile.

Se passiamo agli eserciti, al netto degli armamenti, più o meno sofisticati, vediamo uno scenario non rassicurante.

Negli ultimi anni, le forze armate britanniche hanno subito un calo numerico notevole, passando da 195.050 effettivi nell’ottobre 2020 a 184.860 nel 2023, con una diminuzione del 3,9% solo tra il 2022 e il 2023. Questo è dovuto a difficoltà di reclutamento, esodo volontario (circa 15.000 militari hanno lasciato il servizio tra gennaio e ottobre 2024) e una politica di modernizzazione che punta più sulla tecnologia che sugli organici numerosi. Nonostante ciò, il Regno Unito mantiene un budget per la difesa tra i più alti al mondo, con investimenti in droni, intelligenza artificiale e sistemi avanzati.

In sintesi, le forze armate britanniche oggi sono una forza professionale e tecnologicamente avanzata, ma numericamente ridotta rispetto al passato, con circa 184.860 effettivi complessivi e un focus su flessibilità e innovazione.

A partire dalla sospensione della coscrizione nel 1997, le forze armate francesi sono composte esclusivamente da personale professionale, affiancato da riservisti e civili. Nel 2023, il numero totale di militari attivi è di circa 203.000 unità, di cui circa 114.000 nell’Armée de Terre, 35.000 nella Marine Nationale, 41.000 nell’Armée de l’Air et de l’Espace e oltre 13.000 in altri servizi interforze o di supporto. La Gendarmerie Nationale, che svolge sia funzioni militari che di polizia, conta circa 98.000 effettivi, ma non tutti sono considerati parte delle forze armate stricto sensu, poiché dipende anche dal Ministero dell’Interno.

Attualmente, le forze armate polacche contano circa 198.000 militari attivi (dato aggiornato al 2025), con un obiettivo dichiarato di espansione a 300.000 effettivi entro il 2035, come previsto dalla Legge sulla Difesa della Patria approvata nel 2022. Questo piano include sia il personale attivo che i riservisti, con circa 50.000 riservisti previsti nel totale. Inoltre, la Polonia dispone delle Wojska Obrony Terytorialnej (Forze di Difesa Territoriale), una componente di circa 32.000 volontari e riservisti, destinata a crescere fino a 50.000 entro lo stesso anno.

Le forze armate tedesche, note come Bundeswehr, comprendono l’esercito (Heer), la marina (Marine) e l’aeronautica (Luftwaffe). Attualmente, la Bundeswehr ha circa 180.000-190.000 militari in servizio attivo, un numero che è diminuito sensibilmente dai tempi della Guerra Fredda, quando contava quasi mezzo milione di effettivi. Questo ridimensionamento è avvenuto dopo la riunificazione della Germania nel 1990 e la fine della minaccia diretta del Patto di Varsavia.

Le Forze Armate spagnole (Fuerzas Armadas de España) sono composte da tre principali branche: l’Ejército de Tierra (Esercito), l’Armada Española (Marina Militare) e l’Ejército del Aire y del Espacio (Aeronautica Militare). A queste si affianca la Guardia Civil, che in tempo di guerra può essere posta sotto il comando del Ministero della Difesa, e la Unidad Militar de Emergencias (UME), un’unità specializzata nella gestione delle emergenze.

Al 2025, sulla base delle informazioni più recenti, la consistenza numerica delle Forze Armate spagnole si aggira intorno ai 120.000-130.000 militari in servizio attivo, con variazioni possibili in base a riforme, budget e missioni internazionali.

Le Forze Armate italiane, al momento attuale, sono composte da quattro componenti principali: Esercito Italiano, Marina Militare, Aeronautica Militare e Arma dei Carabinieri. L’Esercito Italiano conta circa 93.700 effettivi militari, a cui si aggiungono alcune migliaia di civili (circa 5.000), per un totale di quasi 99.000 persone. La Marina Militare dispone di circa 30.050 effettivi, un numero che include il personale del Corpo delle Capitanerie di Porto. L’Aeronautica Militare ha una consistenza di circa 36.850 effettivi, con un incremento di 3.050 unità negli ultimi anni. L’Arma dei Carabinieri, elevata al rango di forza armata nel 2000, conta circa 110.000 unità.

In totale, le Forze Armate italiane si attestano intorno a 170.000-180.000 effettivi militari

Le forze armate dei Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) sono relativamente piccole in termini numerici, ma ben integrate nella NATO, di cui tutti e tre gli Stati sono membri dal 2004. Di seguito una panoramica sulla consistenza delle loro forze armate basata sulle informazioni più aggiornate disponibili:

Estonia – Forze attive, circa 7.000 militari attivi, principalmente nelle forze terrestri. Questo numero include personale professionale e coscritti, dato che l’Estonia mantiene la leva obbligatoria per gli uomini tra i 18 e i 27 anni (durata del servizio: 8-11 mesi). Riserve: Circa 60.000 persone potenzialmente mobilitabili, con un ruolo significativo svolto dalla Lega di Difesa Estone (Kaitseliit), una forza paramilitare volontaria che conta circa 17.000 membri. Struttura: Le forze terrestri sono organizzate in due brigate di fanteria, supportate da unità di artiglieria e genio. L’Estonia si affida anche alla presenza di truppe NATO sul suo territorio come deterrente.

Lettonia – Forze attive, circa 6.500 militari attivi. La Lettonia ha abolito la coscrizione obbligatoria nel 2007, ma l’ha reintrodotta nel 2023 in risposta alle crescenti tensioni con la Russia, con l’obiettivo di aumentare gradualmente il numero di effettivi. Riserve, circa 10.000 riservisti, con la Guardia Nazionale (Zemessardze), una forza volontaria, che contribuisce con circa 8.000 membri. Struttura: Le forze terrestri comprendono una brigata di fanteria meccanizzata, oltre a unità di supporto. Anche la Lettonia ospita truppe NATO nell’ambito della Enhanced Forward Presence.

Lituania – Forze attive, circa 12.000 militari attivi. La Lituania ha reintrodotto la coscrizione nel 2015 e oggi circa la metà del personale è composta da coscritti. Riserve: Circa 20.000 reservisti, integrati dalla Forza Volontaria di Difesa Nazionale (KASP), che conta circa 5.000 membri. Struttura: Le forze terrestri sono organizzate in tre brigate di fanteria, tra cui la Brigata “Lupo di Ferro” (meccanizzata), più un battaglione del genio. La Lituania è il paese baltico con la forza armata più strutturata e investe significativamente nella modernizzazione.

In sintesi, le forze armate dei Paesi baltici contano complessivamente circa 25.000-30.000 attivi, con un forte affidamento su riserve, volontari e supporto NATO.

Danimarca. Attualmente, le forze armate danesi contano circa 20.000 persone attive, di cui circa 9.000 sono truppe professionali. A queste si aggiungono i coscritti, con un sistema di leva obbligatoria che coinvolge circa 4.700-5.000 giovani all’anno, numero destinato a crescere a 5.000 annualmente a partire dal 2026, quando la coscrizione sarà estesa anche alle donne. La durata del servizio è stata recentemente aumentata da 4 a 11 mesi. Inoltre, ci sono circa 28.000 riservisti e 56.000 volontari nella Guardia Nazionale, che supportano le operazioni di difesa territoriale.

Svezia – Attualmente, le forze armate svedesi contano circa 30.000 effettivi in servizio attivo, di cui una parte significativa è rappresentata dalla Guardia Nazionale (Hemvärnet), che contribuisce con circa 22.000 uomini e donne. A questi si aggiungono circa 34.000 riservisti, che possono essere mobilitati in caso di necessità. La Svezia ha reintrodotto la leva obbligatoria nel 2018, ma in forma selettiva: ogni anno, migliaia di giovani vengono valutati, e circa 4.000-5.000 vengono arruolati per un addestramento di base, con una durata che varia tra i 4 e i 12 mesi, a seconda del ruolo. Questo sistema integra il nucleo professionale delle forze armate con personale di leva motivato e ben addestrato.

Norvegia – In tempo di pace, le forze armate norvegesi contano circa 23.000-25.000 persone, includendo militari attivi, coscritti e personale civile che lavora per la difesa. Di questi, i militari in servizio attivo sono circa 8.000-10.000, mentre il resto comprende coscritti (che svolgono un servizio di leva obbligatorio di 6-12 mesi) e personale amministrativo o di supporto. La Norvegia mantiene un sistema di coscrizione obbligatoria per uomini e donne (dal 2015, primo paese NATO a includere le donne), ma solo una parte dei giovani eleggibili viene effettivamente arruolata, selezionata in base alle esigenze operative.

In caso di mobilitazione totale, come durante una guerra, la capacità delle forze armate può crescere significativamente grazie alla Guardia Nazionale e ai riservisti, raggiungendo circa 80.000-85.000 effettivi. La Guardia Nazionale da sola conta circa 40.000-45.000 membri, addestrati per compiti di difesa territoriale.

In conclusione, a Londra ci sarà l’ennesima passerella che non porterà ad alcun risultato concreto.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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