
Che ci piaccia o meno, la strategia di una presunta sinistra, che aveva come obbiettivo strategico, dopo la caduta del muro di Berlino e la disfatta totale dell’ideologia comunista, di inseguire un accordo con il mondo della finanza internazionale, rinunciando a quella che era la strada maestra indicata dalla socialdemocrazia europea con il congresso della Bad Godesberg, fatta di partecipazione nella gestione dei servizi e del mondo della produzione industriale, oggi è visibilmente arrivata al capolinea politico .
Tutti i nodi e le contraddizioni sono ben esposti e visibili alla luce del sole .
La scelta del dialogo ha implicitamente significato l’accettazione e la sottomissione alle regole rigide del mondo della finanza globalista che, come un rullo compressore, ripropone nella sostanza lo stesso schema di pianificazione della cultura sovietica, fatta di piani quinquennali decisi dall’alto, dove l’esecuzione è sostanzialmente affidata nelle vaie fasi alla scarsa fantasia “di mediatori”, con la collaborazione di una stampa priva di curiosità è ancor meno di capacità di previsionale analisi critica .
Quello che emerge anche nel mondo del sindacato è la rinuncia di fatto ad attrezzarsi per ridare una vera dimensione alla contrattazione aziendale imperniata sulla premialità del lavoro, secondo ruoli e profili professionali legati alla qualità del prodotto, alla gestione flessibile degli impianti, secondo le esigenze reali del mercato.
Il sindacato doveva calarsi nel mondo reale dello sviluppo e dell’innovazione tecnologia con la consapevolezza che ognuno è padrone del proprio destino e che le forme di consensualità delle regole dovevano essere alla base di una cultura della contrattazione .
Definire un confronto di potere e cosa diversa dall’ avventurarsi nel mondo ideologico dei veti, rivendicandone il diritto di un potere innaturale in un economia di mercato.
La piena disponibilità alla salvaguardia e al pieno utilizzo degli impianti doveva essere il perno su cui basare un cultura della contrattazione dal basso, legata in contemporaneità ad una premialità di aumenti salariali significativi e legati alla flessibilità capace di cogliere tutte le opportunità che un mercato offre .
I mediatori di fatto hanno supplito a vuoti politici e limiti di cultura prospettica di una forza sindacale non in grado di essere autorevole nei fatti .
Storicamente il ruolo di supplenze cadenzate nel tempo da mediatori che intervenivano per castrare politicamente più che per stimolare di fatto un potere sindacale, ha fatto sì che il sindacato che non ha mai fatto un salto di qualità che spettava ad un gruppo dirigente avveduto.
Forse oggi va sottolineato con estrema chiarezza: quei mediatori, sacerdoti cresciuti ad una scuola ben disposta a fare un lavoro politicamente ingrato, al prezzo di un riconoscimento politico istituzionale, si trovano attualmente esposti alla berlina e resi un poco ridicoli da una storia politica di accordi carsici, dove ha sempre prevalso il linguaggio della lingua biforcuta e delle giustificazioni o del gioco delle colpe ,mai dei progetti e idee che riconducessero a responsabilità .
Il referendum voluto da Bettino Craxi sulla scala mobile aveva lo scopo di portare ad esaltare il lavoro attraverso la contrattazione .
Questo è il vero punto storico politico che continua a fare la differenza in una presunta sinistra.
Usare leggi piuttosto che esaltare e qualificare la contrattazione aziendale è stato il più eclatante degli errori politici che demagogicamente ci a disarmati.
Ora ipocritamente si piange sul latte versato.





