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LE MENZOGNE CHE FOMENTANO LA GUERRA

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di Piergiorgio De Grazia

10 ottobre 1990, Washington. A Capitol Hill è in corso una serrata riunione del Congresso degli Stati Uniti d’America. L’ordine del giorno è la discussione di un eventuale coinvolgimento statunitense nel Kuwait, invaso dall’Iraq di Saddam Hussein nell’agosto di quello stesso anno. Nel corso della seduta prende posto una ragazzina, presentata come Nayirah Al-Sabah. La giovane viene introdotta ai senatori come profuga ed ex volontaria presso un ospedale del Kuwait, presente quel giorno per testimoniare alcune indicibili atrocità compiute dalle truppe di Saddam contro la popolazione civile. Tra le lacrime, Nayirah racconta un episodio di una crudeltà tale da modificare il corso degli eventi. Facendosi coraggio infatti, racconta ai senatori di aver assistito a dei soldati iracheni che avrebbero prelevato dei neonati dalle incubatrici e li avrebbero gettati a terra, lasciandoli quindi morire orribilmente. Inutile dire che un evento tanto abominevole farebbe accapponare la pelle a chiunque. Al di là di qualsiasi sovrastruttura ideologica, infatti, un racconto tanto raccapricciante non può lasciare nessuno nell’indifferenza. Neanche i senatori allibiti ovviamente: tant’è che pochi mesi dopo gli Stati Uniti, insieme ad una coalizione di trentacinque stati, si intromisero nel conflitto noto come la prima guerra del Golfo. Anche l’allora Presidente Bush Senior utilizzò a più riprese quel macabro episodio a mo’ di espediente, col fine di spiegare e convincere l’opinione pubblica di casa sua della necessità di un coinvolgimento armato americano in quella guerra. Era tutto falso: una bufala, una grande, gigantesca fake news. Un libero esercizio di fantasia abilmente costruito per smuovere i più indecisi del Congresso a dare il via libera al conflitto. Per sapere che era stato tutto inventato di sana pianta dovremo attendere poco meno di due anni. Nel 1992 infatti, venne fuori che si trattò di una messinscena orchestrata nei minimi dettagli dalla società di pubbliche relazioni Hill & Knowlton. Si scoprì come, in seguito all’invasione, il governo del Kuwait fuggì in Arabia Saudita, dove stipulò un accordo con la sopracitata società a stelle e strisce. La ragazzina non si chiamava Nayirah, piuttosto Saud Nasir. Nasir, a questo punto, non era neanche una povera rifugiata scampata alla violenza cieca delle truppe irachene, bensì la figlia dell’ambasciatore del Kuwait negli USA. Insomma una vera e propria attrice chiamata a mentire all’opinione pubblica mondiale, col risultato di una guerra. Facciamo un salto in avanti di circa tredici anni. È il 5 febbraio del 2003, Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, New York. Nei banchi dei rappresentanti istituzionali degli USA siede Colin Powell. Non possiamo dirlo, ma immaginiamo che trentacinque anni prima non avrebbe mai pensato che un giorno avrebbe rappresentato il suo paese alle Nazioni Unite. Nel marzo del 1968 infatti Powell non si trovava a New York, bensì era di servizio in Vietnam, col grado di Maggiore dell’Esercito. Se lo accenniamo non è perché, come tanti altri, Powell ha servito il suo Paese in Vietnam, piuttosto perché gli venne affidato dai superiori un compito delicato. Quello di scrivere una relazione di inchiesta che acclarasse un fatto avvenuto tra soldati americani e civili locali: si trattava del Massacro di My Lai, una delle malefatte più vergognose della storia militare USA. Nel suo rapporto il giovane Maggiore scrisse testualmente “a diretta refutazione di quanto ritratto, c’è il fatto che le relazioni tra i soldati americani e la popolazione vietnamita sono eccellenti”. L’allora Ufficiale Powell ometteva così il massacro di cinquecentoquattro civili inermi, principalmente anziani donne e neonati, perpetrato dai soldati della compagnia C della 23esima divisione, per ordine del tenente William Calley. Tornando al 2003 però la storia è un’altra. Il contesto non è più quello della guerra in Vietnam. Powell non è più un semplice Ufficiale dell’esercito e, nonostante quella pesantissima menzogna, ha fatto molta strada. Adesso è Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America. Il consiglio di Sicurezza di quel 5 febbraio è particolarmente importante: deve esporre all’assemblea le prove del fatto che il regime di Saddam Hussein in Iraq possegga armi batteriologiche. Deve convincere i rappresentanti esteri e l’opinione pubblica che quel Paese, guarda caso una dittatura invisa agli USA, è in possesso di armi di distruzione di massa, virtualmente in grado di causare milioni e milioni di morti innocenti. Durante il suo discorso, dapprima mostra delle foto satellitari raffiguranti i luoghi in cui sarebbero nascoste delle armi irachene, per poi esibirsi in una scena entrata negli annali. Prende in mano una piccola fiala dal tappo azzurro, denunciando che si tratta di polvere di antrace: la prova definitiva che l’allora nemico numero uno della Casa Bianca, Saddam Hussein, disponesse effettivamente di armi batteriologiche. Peccato che la fialetta contenesse borotalco e che le immagini satellitari mostrate da Powell non furono mai identificate dagli ispettori ONU. Prima però che la commissione Chilcot dichiarasse che tutte quelle prove erano completamente false, le immagini erano circolate: convincendo giornalisti, insieme a parte dell’opinione pubblica, ancora una volta, della necessità di un intervento armato americano. La guerra scoppiò il 20 marzo dello stesso anno, meno di due mesi dopo e durò fino al 2011. I dati circa le vittime totali del conflitto non sono chiari. Certo è che, stando alla Croce Rossa, non si scende al di sotto dei seicentomila morti solo tra la popolazione civile. Milioni i feriti ed ancora di più gli sfollati. Insomma, certo non si può ridurre un massacro del genere ad un singolo atto di un uomo, malgrado si tratti del Segretario di Stato del Paese responsabile. Sicuramente però questa seconda bugia ha concorso a causare un’ecatombe ed una situazione di instabilità in quella zona che dura tutt’ora. Il protagonista di questa infame vicenda chiese pubblicamente scusa qualche anno prima della sua morte, avvenuta nel 2021. Alle scuse aggiunse la spiegazione secondo cui fu tutto frutto di un piano della CIA: piano che gli relegò, a quanto disse, un mero ruolo strumentale. Quale sarebbe il filo rosso che unisce queste due tristi storie? Vi è una risposta, la quale nelle sue mosse iniziali sembra ovvia, forse oltre i limiti di una scontatezza che si mescola con la retorica. Superata però questa zona di banalità si giunge ad una considerazione di estrema attualità. Allora ecco che la risposta è l’imperialismo: il quale, per mezzo dei suoi apparati e dei propri strumenti diretti ed indiretti di amplificazione propagandistica, non si pone dilemmi etici circa il ricorso a deliberate menzogne per raggiungere i propri fini. Un comportamento machiavellico da manuale insomma, anche se quest’ultimo, all’applicazione del suo “il fine giustifica i mezzi”, presupponeva almeno una buona probabilità di esiti favorevoli. La soluzione pare quindi chiarita, perché si pone l’attenzione sul soggetto centrale, sul “colpevole” del tutto, l’imperialismo. Ma come fa questo imperialismo a fare danni? Con le armi certo. Tuttavia, per arrivarci alle armi, con le quali miete innumerevoli vittime, l’imperialismo deve commettere un omicidio preliminare. Un assassinio che per riuscire deve essere assai ben camuffato, così da non risultare una nefandezza: bisogna prima uccidere la verità. Occorre accoltellarla e sbarazzarsene più in fretta possibile, prima che chi la ritrovi ne denunci la dipartita. Serve, in altre parole, che quando si spara la menzogna clamorosa per ottenere l’appoggio, rumoroso o tacito che sia poco importa, dell’opinione pubblica e di chi fa informazione, poi si agisca più in fretta possibile. Cosicché, quando poi si scopre che era tutto fittizio, il danno sia già bello e fatto e non vi si possa più porvi rimedio. L’arma del delitto della verità è senz’altro l’utilizzo della stampa e dell’asservimento, consapevole o meno, di chi si occupa di informazione. Diffondere le bugie, equivale a pugnalare la realtà e quindi ad assumere una parte di responsabilità in questo crimine. Il gomitolo della storia è infinitamente lungo. Il filo rosso che accomuna le storie di cui sopra scorre, fino ad avvolgere, a legare con forza le dinamiche del nostro presente. In modo particolare una di queste dinamiche. 10 ottobre 2023, Israele. Sui media di tutto il Mondo esplode con il fragore di un tuono una notizia raccapricciante: i guerriglieri di Hamas, durante una delle loro operazioni in un Kibbutz, avrebbero sgozzato decine di persone, tra cui ben quaranta bambini. A riportare la notizia è il quotidiano israeliano Haaretz. Questa, quasi non fa in tempo ad essere pubblicata nello Stato ebraico che, veloce come un razzo, si diffonde capillarmente in tutto il Globo. Non fa eccezione l’Italia, dove tutti, ma veramente tutti, i giornali il giorno seguente riportano la faccenda con gli stessi titoli. Il problema qui è che la notizia abominevole di cui tutti parlano ha come unica fonte una singola giornalista israeliana, la quale lavora per un canale di all news nato per pubblicizzare il punto di vista ebraico. Ad ammetterlo è la stessa testata Haaretz al momento del lancio, aggiungendo, peraltro, che questa giornalista i quaranta bambini decapitati non li ha neanche visti: glielo avrebbero riferito. Confidenza, evidentemente, fatta solo a lei, dal momento che gli altri giornalisti presenti nello stesso Kibbutz hanno comunicato di non saperne niente. Qualche sospetto è venuto anche all’agenzia di stampa di stato turca Anadolu, secondo la quale “l’esercito israeliano non ha nessuna informazione che confermi la vicenda dei bambini decapitati da Hamas.” Questa ultima dichiarazione è particolarmente significativa, almeno nella misura in cui si conosce la propensione dell’Esercito di Tel Aviv al vittimismo e alla sistematica mistificazione della realtà per portare acqua al proprio mulino. D’altronde si sa, più asimmetrica e sporca è la guerra che ci si appresta a combattere e più è necessario far lavorare a ritmi serratissimi la macchina della propaganda. Le statistiche disponibili su Statista, ci dicono che nel conflitto israelo-palestinese, dal 2008 al 2020, il bilancio delle vittime è di 5590 palestinesi e 251 israeliani. Senza contare dunque che, nei soli primi nove mesi del 2023, Israele ha ucciso oltre 250 civili palestinesi, di cui 43 bambini. Questi invece sì, sono ampiamente documentati, purtroppo. È evidente come le comuni definizioni di “guerra” o “conflitto” non siano solo riduttive, bensì anche inadatte per descrivere il reale fenomeno di cui si parla. Peggio ancora se queste definizioni venissero utilizzate volontariamente a mo’ di tassello del gigantesco mosaico di questa narrazione di parte. Sarebbe più opportuno parlare di genocidio, che, contrariamente a quanto si pensa, viene perpetrato dallo stato di Israele nei confronti del popolo palestinese. Nel silenzio degli stessi che adesso si stracciano le vesti per i crudi attacchi di Hamas. Infatti parlare di “guerra”, di “conflitto” implica necessariamente che le due forze contrapposte siano almeno virtualmente in grado di fronteggiarsi. Non è questo il caso. Da una parte abbiamo uno degli eserciti meglio equipaggiati ed addestrati al Mondo, dall’altra una moltitudine di disperati che vivono quotidianamente sotto la prevaricazione e la segregazione. In questo contesto di totale squilibrio delle forze, il successo dell’attacco di Hamas si può spiegare con la strafottenza caratteristica dello Stato ebraico: il quale stavolta ha commesso l’errore fatale di credere alla sua stessa propaganda di invincibilità. Gaza infatti è letteralmente la zona geografica più fotografata del pianeta. Si stima che l’intelligence di Tel Aviv tra telecamere a circuito chiuso, satellite e droni, abbia una panoramica di ogni singolo angolo interno alla Striscia. Controllo assoluto che vale ovviamente anche per le conversazioni telefoniche ed i messaggi. Hamas semplicemente l’ha capito ed ha colto la palla al balzo per ritorcere questo grande fratello contro il suo legittimo proprietario: dando informazioni ed indicazioni, sempre, costantemente, false. Questa ultima menzogna scritta e diffusa in nome di un massacro è solo l’ultima, come visto, di una lunga e ricca tradizione. Notizie come queste veicolano di proposito eventi atroci, facendo leva sul senso di umanità che risiede in ciascuno di noi. Si gioca con le corde più profonde del nostro animo per estorcerci il consenso a bagni di sangue. Ma se conoscessimo davvero le cose come stanno, non solo condanneremmo queste bestialità, ma ci impegneremmo affinché non avvengano. È evidente come le risorse di chi costruisce ed alimenta la macchina della propaganda siano sconfinate. Ben sufficienti per questi obiettivi abietti. In confronto però, nella limitatezza delle nostre disponibilità economiche, se davvero facessimo il nostro dovere, potremmo vantare una ricchezza ben superiore. Quella morale. La storia a volte, anzi soventemente, sa essere beffarda e giocare spietatamente con l’ironia. Forse è un caso, o forse uno scherzo del destino se tra il racconto di Saud Nasir e la notizia circolata dei quaranta bambini israeliani decapitati sono trascorsi esattamente trentatré anni. Nella coincidenza c’è un aspetto marcatamente macabro, ossia l’uso strumentale e cinico dei bambini. Archetipi dell’innocenza usati per fomentare l’odio, per dipingere l’altro come un mostro senza pietà, che va fermato a tutti i costi, perché osa toccare anche gli indifesi per eccellenza. Dopo l’indignazione c’è la rabbia. Poiché di innocenti, non solo bambini, ne stanno morendo e ne moriranno innumerevoli. Anche a causa di una menzogna come questa.

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