
Le illusioni di Khamenei e la minaccia imminente di un vuoto di potere in Asia
La recente e schiacciante sconfitta militare subita dall’Iran per mano di Israele rappresenta più di una battuta d’arresto tattica: segnala un crollo ben più ampio nell’architettura di deterrenza regionale della Repubblica Islamica. Mentre il regime si affanna a riformulare questo fallimento come una “resistenza simbolica”, è inevitabile tracciare un parallelo con un altro Stato musulmano dotato di armi nucleari che ha più volte mascherato le proprie sconfitte strategiche dietro una spavalderia illusoria: il Pakistan.
Dalla catastrofica sconfitta nella guerra del 1971 con l’India, fino all’imbarazzante disfatta della recente Operazione Sindoor, il Pakistan ha fatto dell’autocelebrazione priva di fondamento una prassi. Ora, Teheran si trova a vivere una realtà simile, rischiando di percorrere lo stesso sentiero: un cammino in cui i vuoti di potere, le milizie per procura e la retorica ideologica alimentano un’ondata crescente di terrorismo regionale. Il progressivo indebolimento della leadership interna della Repubblica Islamica solleva interrogativi fondamentali: i giorni del Velayat-e Motlaqaye Faqih (il potere assoluto del giureconsulto) sono contati—ma la domanda vera è quando finirà questo regime, e chi prenderà il suo posto.
Vittorie dichiarate, sconfitte reali
Nel mese di aprile, Israele ha lanciato un’operazione di rappresaglia devastante che ha esposto in modo drammatico la vulnerabilità dell’Iran. Nonostante una vasta rete di proxy regionali—Hezbollah, gli Houthi e varie milizie in Iraq e Siria—l’Iran non è riuscito a impedire un attacco diretto e punitivo sul proprio territorio. I Guardiani della Rivoluzione, tradizionalmente considerati intoccabili, sono stati colti di sorpresa. La retorica di Teheran ha esaltato il martirio e la “vittoria morale”, ma i fatti raccontano un’altra storia: Israele ha colpito impunemente e l’Iran non ha saputo rispondere in modo efficace.
Questa messa in scena ricorda in modo inquietante la condotta del Pakistan dopo l’Operazione Sindoor, la campagna chirurgica indiana che ha colpito infrastrutture chiave nei territori amministrati dal Pakistan a seguito di attacchi terroristici transfrontalieri. Nonostante il duro colpo tattico e psicologico, le autorità pakistane hanno insistito su una narrazione patriottica e trionfale. Ma l’umiliazione era evidente: le forze indiane avevano superato la soglia dell’escalation, e le risposte convenzionali e ibride del Pakistan non erano riuscite a dissuadere.
Questa amnesia storica è pericolosa. Quando uno Stato interiorizza vittorie false, spesso cerca di compensare con comportamenti pericolosamente provocatori. Nel caso del Pakistan, ciò si è tradotto in nuove prove missilistiche, violazioni dello spazio aereo e minacce nucleari appena velate. L’Iran, dopo la sua recente sconfitta, potrebbe percorrere lo stesso tragitto, risvegliando provocazioni asimmetriche in tutta la regione invece di affrontare un reale ripensamento strategico.
Il vuoto di potere che si allarga
Sia l’Iran che il Pakistan stanno affrontando un processo di decadenza interna e pressioni esterne in un momento in cui l’intera regione dell’Asia Centrale e Meridionale sta scivolando in un pericoloso vuoto di potere. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan, l’impegno della Russia in Ucraina e il comportamento cauto e ambiguo della Cina hanno lasciato un vuoto nella leadership regionale.
Dentro questo vuoto si stanno già riversando attori maligni: militanti non-statali, jihadisti legati al narcotraffico, e gruppi estremisti che in molti casi mantengono legami storici con i servizi segreti pakistani.
I segnali sono già evidenti. Gli attacchi terroristici nella provincia iraniana del Sistan e Baluchistan sono in aumento, molti con presunti legami a gruppi basati oltre il confine pakistano. In Afghanistan, frammenti di al-Qaeda e ISIS-K si stanno riorganizzando nelle aree tribali, spesso ricevendo sostegno logistico indiretto o tolleranza da parte di elementi dell’apparato pakistano. Invece di isolare questi gruppi, alcuni settori dell’establishment della sicurezza pakistano sembrano pronti a scommettere ancora una volta sulla vecchia dottrina della “profondità strategica.”
Quando la sconfitta viene negata, cresce il terrorismo
Negare la sconfitta—che accada a Teheran o a Islamabad—non produce resilienza. Produce radicalizzazione.
Dopo il 1971, il Pakistan ha esternalizzato le sue insicurezze strategiche ai gruppi jihadisti, seminando i semi di decenni di violenza.
Oggi, con l’Iran indebolito e il Pakistan in crisi, la regione rischia di diventare una nuova culla per una generazione di militanti ideologici, rafforzati dal caos e ormai svincolati dal controllo degli Stati.
Il rumore di sciabole può funzionare sul piano interno, ma non arresta il marciume.
La postura nucleare del Pakistan non è riuscita a dissuadere l’India dalle sue risposte sempre più audaci al terrorismo transfrontaliero.
L'”Asse della Resistenza” iraniano si sta sfaldando sotto la pressione regionale e i colpi chirurgici israeliani.
Eppure, nessuno dei due regimi sembra disposto a fare i conti con le falle strutturali che li hanno condotti a questo punto.
L’illusione dell’invincibilità
La recente sconfitta dell’Iran, come le battute d’arresto subite dal Pakistan nel 1971 e durante l’Operazione Sindoor, dovrebbero essere momenti di riflessione profonda.
Invece, stanno venendo riscritti come miti di trionfo morale.
E questa non è solo cattiva storiografia—è una politica pericolosa.
Invita a nuove avventure militari, a più guerre per procura, a ulteriore spargimento di sangue.
Il vuoto di potere emergente in Asia Centrale e Meridionale non rimarrà vuoto a lungo.
O saranno gli Stati responsabili a colmarlo attraverso diplomazia, cooperazione e riforme—
oppure saranno gli attori violenti a farlo, con l’ideologia e le armi.
La scelta spetta a chi oggi detiene le leve del potere a Teheran e Islamabad.
Ma le conseguenze ricadranno su tutti noi.





