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Le divergenze parallele tra Donbass e Iran

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Donbass e Iran

La realtà dietro le narrazioni di comodo

Dalle convergenze parallele di morotea memoria non pensavo si passasse un giorno alle divergenze, ancor più geometricamente incongruenti.

Sono le disparità di giudizio che certa stampa si permette sulla valutazione dei due grandi conflitti in corso nell’area euromediterranea: il russo – ucraino e l’israelo-americano-iraniano.

Il grosso delle testate giornalistiche riconosce all’Ucraina lo status di nazione aggredita e vorrebbe concederlo, almeno sotto traccia, all’Iran.

Una minoranza di quotidiani invece contesta che la Russia abbia realmente aggredito Kiev, mentre sostiene esplicitamente che Teheran sia stata assalita da Washington e Gerusalemme. Sarebbe bello se le linee editoriali, nel loro pluralismo, si sforzassero di inverare il certo e accertare il vero.

Stiamo ai fatti e andiamo per parallelismi. A seguito della rivoluzione ucraina nazionalista di Maidan del 2014, il progetto di riforma federale dello Stato venne messo in soffitta e ai russi o ai russofoni sul territorio venne imposta la lingua ucraina.

Anche alla Crimea si progettava di togliere l’autonomia che aveva. Ragion per cui la Repubblica peninsulare ha votato la secessione da Kiev e l’annessione a Mosca, mentre nel Donbass, l’11 maggio di quell’anno sono nate le Repubbliche secessioniste del Donetsk e di Luhansk.

È seguita una guerra tra le forze separatiste, supportate militarmente dalla Russia, e l’esercito ucraino (Operazione Anti-Terrorismo – ATO), che ha causato migliaia di morti in otto anni nel quadro di violenze diffuse.

Il lettore si chieda qui chi è aggredito e chi è aggressore, visto che alle minoranze ucraine – per modo di dire, visto che in totale sono il 47% della popolazione – non è stato riconosciuto il diritto all’autodeterminazione che fu invece garantito, ad un certo punto, alle Repubbliche secessioniste della Jugoslavia.

Il 21 febbraio 2022, a fronte del fallimento degli Accordi di Minsk del 2014-2015, la Russia ha riconosciuto ufficialmente la Repubblica Popolare di Donetsk e la Repubblica Popolare di Luhans, per poter avere il motivo di intervenire, pochi giorni dopo, il 24 febbraio, in loro soccorso con l’invasione su larga scala dell’Ucraina.

Anche qui, considerando che Kiev era stata armata fino ai denti dalla NATO che si preparava ad accoglierla tra le sue fila, si domandi il lettore chi è aggredito e chi è aggressore. O al massimo, se si può riconoscere che nel corso del tempo i ruoli si scambiano o si equiparano.

Un solo giornale italiano importante ha avuto il coraggio, senza però subire ostracismo, di sostenere le ragioni della Federazione Russa. Ragioni la cui negazione in blocco è, ad oggi, il vero motivo dell’impossibilità di concludere una pace compromissoria.

Ora andiamo in Medio Oriente. Nel 2023 Hamas ha aggredito Israele nel suo territorio, uccidendo 859 civili, 278 soldati e 57 membri delle forze dell’ordine nei dintorni della Striscia di Gaza. I miliziani di Hamas hanno attaccato anche un festival musicale, il Nova festival, a cui partecipavano all’incirca 3 000 giovani, uccidendo 364 partecipanti e rapendone 44.

Al termine dell’attacco 251 persone, di cui circa 30 bambini, sono state rapite e portate come ostaggi nella Striscia. Sono stati segnalati numerosi casi di stupri e violenze sessuali contro donne israeliane. Israele ha allora dichiarato guerra e ha invaso la Striscia. Chi è l’aggredito e chi è l’aggressore? E quale causa non si discredita coi metodi di Hamas?

A fronte dell’inanità delle forze di Hamas, in suo soccorso è intervenuto Hezbollah dal Libano in cui si è incistato e da cui il governo non può scacciarlo. Tra il 2023 e il 2024 si è acceso quindi un conflitto anche in Galilea.

Al netto del fatto che Israele ha agito nel territorio di uno Stato estero che però non controlla il suo territorio, chi è aggredito e chi è aggressore? E, soprattutto, con i missili di Hezbollah, in tanti decenni di bombardamenti, i Palestinesi cosa hanno guadagnato?

Nel 2023, in soccorso di Hamas e Hezbollah, sono arrivati i droni degli Huti dallo Yemen, a cui Israele ha risposto. Anche qui, chi aggredisce e chi è aggredito?

Israele, sapendo che il piano più terribile dei suoi nemici era quello di Soulehimani, ossia l’invasione di terra dal Libano di miliziani sciiti iraniani e di altre nazioni, in una zona difficile da difendere, mentre l’IDF era impegnato a Gaza, ha deciso di disarticolare l’alleanza sciita impegnata sull’Iran.

Ha abbattuto il pericolante regime dell’alawita Assad spianando la strada ad Al Joulani, al quale però ha distrutto gli armamenti migliori. Ha colpito in Qatar la sede di Hamas.

E ha progettato di rovesciare il regime degli Ayatollah in Iran, gli alti patroni di tutti i suoi nemici. In questo caso ha senz’altro aggredito, alzando di molto, e irragionevolmente, la posta. Ma non si può negare che Teheran e Damasco erano in prima fila nella lotta contro la sua esistenza. Non sono forse, al massimo, due aggressori?

All’epoca, nel 2025, Israele fu fermato da Trump nel suo piano di guerra contro l’Iran. Ma non ci fu l’ondata di sdegno che, peraltro tardivamente nello stesso anno, si diffuse in tutto l’Occidente per Gaza.

Né si riconobbe a Trump il merito di aver impedito un conflitto generale che già la Francia e la Gran Bretagna caldeggiavano per mettere un Pahlevi sul trono iraniano. L’Iran è due volte e mezzo la Francia e ha 80 milioni di abitanti, dei quali la metà ha trent’anni.

Nel corso dei mesi successivi, la crisi economica ha spinto il ceto medio iraniano a ribellarsi al regime teocratico. Gli Usa allora hanno vibrato, con Israele, un attacco per disarcionare il governo di Teheran, puntando su un regime change dal basso. È la prima volta che gli USA fanno una guerra non per destabilizzare la regione ma per stabilizzarla.

La fine del regime islamico, infatti, priverebbe i terroristi di tutta l’area del loro vero sostegno, farebbe cessare le tensioni tra Teheran e le Monarchie del Golfo, libererebbe la causa palestinese dall’ipoteca terrorista, espellerebbe cinesi e russi dal Golfo, ridimensionerebbe la Turchia e renderebbe superfluo Al Joulani in Siria.

Chi è qui l’aggredito e chi è l’aggressore? E perché alla guerra di Trump, già virtualmente finita, non si vuole riconoscere la legittimità che si diede, in barba al diritto internazionale, a tutte le altre fatte da Clinton, Bush e Obama ovunque in Medio Oriente e nell’Africa del Nord?

Il grosso della stampa, ancora mondialista, odiando Trump e Nethanyau come Putin, si trova ad appaiare Zelensky e Khamenei, oramai defunto. Lo fa nell’interesse di Wall Street e della City. La minoranza che invece difende Putin tanto quanto gli Ayatollah, sembra di fatto seguire una linea che un tempo sarebbe stata della Pravda brezneviana.

Abbiamo bisogno di meno politica nelle redazioni e di più imparzialità.

Autore

  • Vito Sibilio

    Vito Sibilio

    Vito Sibilio, docente di storia e filosofia nei Licei, PhD in Storia Medievale, storico patrio, scrittore, saggista, co-fondatore di Christianitas, membro dei cc. sc. di Medioevo Latino, Femininum Ingenium, scrive su theorein.it, reportnovecento.com e StoriaDelMondo.

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