Palantir Technologies tra suggestioni, sottintesi e segretezza
Il testo che ho davanti è affascinante, ma proprio per questo va disinnescato. Perché funziona troppo bene sul piano simbolico e troppo poco su quello argomentativo.
Io stesso, rileggendolo, mi accorgo che sto operando una sovrapposizione arbitraria tra figure, contesti e significati.
Prendo Peter Thiel, lo colloco a Roma, lo avvolgo in una cornice quasi escatologica riferita all’Anticristo e poi lo faccio diventare emblema di un “nuovo potere globale”.
Ma questo passaggio non è dimostrato: è evocato. È una tecnica retorica precisa: caricare un evento reale (un ciclo di incontri riservati) di un surplus di significato simbolico fino a trasformarlo in segnale di qualcosa di più grande.
Il problema è che il “qualcosa di più grande” non viene mai davvero circostanziato. Quando affermo che “chi gestisce i dati gestisce il futuro”, sto dicendo una mezza verità elevata a verità totale.
Palantir Technologies è certamente una realtà potente, ma non è un oracolo. I dati non determinano il futuro: lo probabilizzano, lo modellano, ma restano dentro margini di errore, bias e contingenza politica. Io, invece, li tratto come se fossero una forma di sovranità assoluta.
E qui emerge un primo sottinteso: una visione quasi deterministica del potere tecnologico. Come se la politica, la storia, i conflitti reali fossero già stati assorbiti dentro l’infrastruttura dei dati.
È una posizione forte, ma non dimostrata. È più una suggestione che una tesi. Poi c’è l’altro movimento, ancora più problematico: il parallelismo con Federico Faggin.
Io costruisco una contrapposizione quasi mitologica: Thiel ovvero algoritmo, previsione e controllo; Faggin che ricorda coscienza, irriducibilità e mistero. Ma questa è una semplificazione estrema.
Faggin ha posizioni filosofiche sulla coscienza che sono affascinanti, ma controverse e non condivise dalla maggioranza della comunità scientifica. Quando parlo di “campo quantistico della coscienza”, sto introducendo un’ipotesi speculativa come se fosse un contrappeso epistemico solido al potere dell’AI. In realtà, sto facendo un’operazione più narrativa che analitica: creo due poli opposti per rendere leggibile il presente.
Ma il mondo reale non è così binario. Il punto più fragile del testo, però, è un altro: l’uso della segretezza come prova implicita di rilevanza. Scrivo che gli incontri sono “riservati, selettivi, lontani dal dibattito pubblico” e da questo faccio derivare l’idea che lì si stia giocando qualcosa di decisivo.
Ma questa è una fallacia classica: l’argomento dell’ombra. Non tutto ciò che è riservato è strategico. E non tutto ciò che è strategico è invisibile. Io invece suggerisco una coincidenza automatica tra opacità e potere.
Questo rivela un mio sottinteso più profondo: certa diffidenza verso le forme visibili della democrazia e una tendenza a pensare che il vero potere agisca altrove, in reti non dichiarate. È una postura interpretativa, non un fatto.
Anche il richiamo a Roma come “cuore simbolico dell’Occidente” funziona più come dispositivo letterario che come elemento analitico. È un modo per sacralizzare il contesto, per amplificare il senso di ciò che accade. Ma oggi i centri reali del potere tecnologico non sono a Roma, e io lo so. Sto usando Roma come metafora, non come nodo operativo.
Infine, l’Anticristo. Qui il testo compie il salto più ardito: prende un tema teologico e lo trasforma in “dispositivo interpretativo del presente”. È un’idea interessante, ma ambigua. Perché non chiarisco mai se sto parlando in senso simbolico, filosofico o quasi letterale. Il risultato è che creo una zona di indeterminatezza che aumenta il fascino del discorso ma ne indebolisce la precisione.
Il lettore resta sospeso: è analisi geopolitica o narrazione simbolica? Io non scelgo. E questo è un limite.
Se devo essere onesto fino in fondo, il testo sottintende tre cose: che il potere tecnologico sia ormai la forma dominante e quasi totalizzante del potere, che esista una dimensione nascosta e selettiva in cui si prendono le decisioni reali e che la coscienza umana rappresenti l’ultimo spazio di resistenza a questa trasformazione.
Sono tre idee potenti. Ma così come sono esposte, restano più intuizioni che argomenti. Quello che funziona è l’intuizione di fondo: il rapporto tra tecnologia, potere e umano è il vero nodo del presente. Quello che non funziona è il modo in cui lo dimostro: attraverso accostamenti simbolici, polarizzazioni nette e un uso eccessivo di cornici evocative.
In altre parole, sto scrivendo un testo che sembra spiegare il mondo, ma in realtà lo mette in scena. E forse è proprio questo il suo limite più serio: non distingue abbastanza tra interpretare e raccontare.





