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La Spagna regressista che l’Europa non racconta

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Spagna - Europa

La forte asimmetria narrativa nasconde la realtà

La Spagna resta uno degli Stati europei più esposti geopoliticamente sul fronte africano.

Ceuta, Melilla, Canarie, pressione migratoria, rapporti delicatissimi con il Marocco, controllo delle rotte mediterranee e atlantiche, Madrid vive una vulnerabilità strategica che spesso nel dibattito europeo viene sottovalutata o semplicemente ignorata.

Eppure, basta osservare una mappa geografica per capire quanto la posizione spagnola sia complessa. Le due enclavi di Ceuta e Melilla rappresentano un’anomalia geopolitica unica, due città europee situate fisicamente in Africa, circondate dal territorio marocchino e sottoposte a una pressione migratoria costante.

Attorno a queste frontiere si gioca una partita molto più ampia che riguarda sicurezza europea, rapporti tra UE e Marocco, controllo dei flussi migratori, stabilità mediterranea e influenza africana.

Per questo la Spagna, pur mantenendo una forte narrazione progressista sul piano internazionale, ha costruito negli anni un sistema di controllo dei confini estremamente duro, basato su barriere fisiche, filo spinati, muri di separazione, cooperazione securitaria con Rabat e forte militarizzazione delle frontiere.

La realtà geopolitica obbliga Madrid a confrontarsi con gli stessi problemi che attraversano tutta l’Europa mediterranea, pressione migratoria, instabilità africana e necessità di controllo strategico dei confini.

E proprio a Melilla, il 24 giugno 2022, si è consumato uno degli episodi più drammatici della recente storia delle frontiere europee.

Circa duemila migranti subsahariani tentarono di attraversare in massa la barriera tra Marocco e territorio spagnolo. Le immagini fecero il giro del mondo: corpi ammassati, persone schiacciate nelle strettoie, violenze, caos, lacrimogeni e decine di vittime.

Le cifre ufficiali parlarono di almeno 23 morti, ma ONG internazionali e organizzazioni indipendenti denunciarono numeri molto più alti, parlando di decine di vittime e dispersi. Amnesty International e Caminando Fronteras definirono quell’evento uno dei momenti più oscuri nella gestione contemporanea delle frontiere europee.

Le immagini arrivate da Melilla furono devastanti, uomini ammassati contro le reti, corpi schiacciati nelle strettoie, persone prive di sensi lasciate per ore sull’asfalto, feriti trascinati via, caos totale lungo una frontiera che avrebbe dovuto rappresentare i valori umanitari europei.

La domanda più inquietante nasce proprio qui, perché davanti a fatti così gravi non si è sviluppata la stessa indignazione politica e mediatica che normalmente investe l’Italia e altri governi europei?

Perché la Spagna continua a essere raccontata quasi esclusivamente come il volto progressista e morale dell’Europa, mentre episodi di questa portata vengono rapidamente assorbiti nel silenzio internazionale? È una domanda scomoda, ma inevitabile.

Perché se immagini simili fossero arrivate da altri confini europei governati da leadership considerate “non progressiste” probabilmente il dibattito continentale avrebbe assunto toni completamente diversi. Invece, attorno a Melilla si è creata una sorta di rimozione collettiva.

Questo non significa negare la difficoltà della pressione migratoria o la complessità della gestione dei confini africani. Significa, però, riconoscere che esiste spesso una forte asimmetria narrativa nel modo in cui l’Europa giudica sé stessa.

Ed è proprio questa contraddizione che rende il caso spagnolo così emblematico, un Paese celebrato come modello progressista che, quando si confronta con la realtà brutale delle frontiere, finisce per utilizzare strumenti di sicurezza e dinamiche di contenimento molto simili a quelle che pubblicamente critica altrove.

Emerge che oltre le appartenenze ideologiche, quando la pressione sui confini diventa sistemica, anche le democrazie europee più celebrate si trovano davanti agli stessi dilemmi, alle stesse paure e alle stesse dure contraddizioni.

Ma le contraddizioni narrative non finiscono, sono spesso raccontate in modo superficiale, guardiamo l’economia spagnola.

Negli ultimi anni la Spagna è stata frequentemente indicata come modello virtuoso del Sud Europa, soprattutto nel confronto con l’Italia. Crescita del PIL, turismo record, energie rinnovabili, immagine internazionale forte e capacità di attrarre investimenti hanno alimentato l’idea di un sistema economico particolarmente dinamico.

Ma la Spagna reale è molto più complessa. La crescita economica esiste, ma si regge in larga parte su turismo, servizi, consumo interno, molti fondi europei, logistica e immobiliare.

Questo significa che una parte consistente del modello spagnolo resta fortemente dipendente da settori vulnerabili agli shock globali.

La Spagna è diventata una potenza turistica mondiale, ma proprio questo successo sta producendo squilibri enormi, quale crisi abitativa, aumento incontrollato degli affitti, precarizzazione del lavoro, pressione sui territori e overtourism nelle grandi città e nelle isole.

Barcellona, Malaga, Valencia, Baleari e Canarie stanno vivendo tensioni sociali crescenti legate proprio al peso del turismo di massa. Anche il mercato del lavoro continua a mostrare fragilità strutturali. La disoccupazione giovanile spagnola resta tra le più alte d’Europa e molti posti di lavoro rimangono legati a occupazioni stagionali o precarie.

Sul piano industriale Madrid non possiede il peso manifatturiero dell’Italia né la capacità produttiva tedesca. Questo rende l’economia spagnola dinamica ma anche molto esposta ai cambiamenti internazionali.

Esiste, poi, un’altra contraddizione raramente evidenziata. Mentre la Spagna viene spesso presentata come modello progressista europeo, al suo interno crescono tensioni territoriali, identitarie, sociali e migratorie.

Catalogna, pressione africana, crisi abitativa, polarizzazione politica e crescita delle destre mostrano un Paese molto più fragile di quanto appaia nella narrazione internazionale.

La verità è che la Spagna non è un’eccezione europea. È piuttosto uno dei primi laboratori delle trasformazioni che stanno attraversando tutto l’Occidente mediterraneo: globalizzazione, migrazioni, turismo di massa, crisi sociale, transizione energetica e nuove tensioni geopolitiche tra Europa e Africa.

Ed è forse proprio questa la chiave per comprendere la Spagna contemporanea, non è il paradiso progressista spesso raccontato nei media europei, ma uno Stato che vive in prima linea tutte le contraddizioni della complessità di quest’epoca.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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