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Bari: un bimbo ha due padri e una madre

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bimbo ha due padri e una madre

La regressione ormai dilaga e la logia è sparita

Con una sentenza senza precedenti, passata in giudicato nel silenzio più assordante, i magistrati pugliesi hanno riconosciuto il vincolo legale tra un bambino di quattro anni, due uomini omosessuali e la madre biologica.

Tre genitori per un solo bambino. Perché fermarsi? Meglio quattro. Forse pure cinque. All’asta della genitorialità progressista il rialzo è garantito.

Il meccanismo merita attenzione chirurgica, perché qui si annida il precedente che farà giurisprudenza. Il bambino nasce in Germania dal padre biologico, sposato con un uomo italotedesco iscritto all’AIRE di un Comune pugliese.

Dopo la nascita il piccolo viene affidato al padre biologico e cresce con entrambi gli uomini. La Germania consente l’adozione da parte del coniuge omosessuale e il marito adotta il figlio del compagno. Fin qui, diritto tedesco.

Il cortocircuito scatta quando i due chiedono la trascrizione dell’atto di adozione al Comune pugliese. Gli uffici anagrafici rifiutano: sospettano che dietro l’operazione si celi un utero in affitto.

La surroga della maternità è una pratica che dal dicembre 2024 costituisce reato universale, punibile con la reclusione massima purtroppo di soli due anni e una multa fino a un milione di euro, anche se commessa all’estero.

La coppia ricorre. La Corte d’Appello ribalta tutto, appoggiandosi alle relazioni dei servizi sociali tedeschi. Sentenza definitiva.

Il Parlamento italiano vota una legge. Un tribunale la svuota. E lo fa sulla base della valutazione di assistenti sociali di un altro Paese, con un altro ordinamento, un’altra concezione della famiglia e un’altra soglia di ciò che è lecito.

La sovranità giuridica italiana ha celebrato il proprio funerale in una Corte d’Appello pugliese e nessuno ha mandato fiori.

Perché in tutta questa architettura giuridica e ideologica, il bambino di Bari è l’unico che non ha voce. Ha quattro anni. Non ha scelto di nascere al centro di un esperimento sociale.

Non ha chiesto di avere due padri e tanto meno di diventare il precedente su cui costruire la prossima offensiva parlamentare. Il suo “superiore interesse”, formula magica che i tribunali invocano come un mantra.

I magistrati hanno stabilito cosa sia meglio per lui senza porsi una domanda elementare: cosa accadrà quando quel bambino, a scuola, dovrà spiegare ai compagni perché il suo albero genealogico ha tre rami invece di due?

Chi lo proteggerà dalla crudeltà innocente dei coetanei? Chi gli spiegherà perché la sua “mamma” è un’amica dei suoi “papà”? Di sicuro non la Corte d’Appello di Bari.

Ma il tempismo non è mai casuale nella politica italiana. La sentenza arriva mentre il Partito Democratico celebra con fanfare il decennale della legge Cirinnà (la proprietaria del cane più ricco d’Italia, con 24mila euro nella cuccia).

E mentre Alessandro Zan – reduce dalla sepoltura del proprio disegno di legge per mano dei franchi tiratori del proprio partito nel 2021 – rilancia con Schlein il pacchetto completo che prevede matrimonio egualitario, adozioni per le coppie omosessuali e accesso alla procreazione assistita.

Da sinistra si è alzato subito il coro delle prefiche: Laura Boldrini ha proclamato che il primo passo non bastava. Ivan Scalfarotto ha rivendicato il merito a Renzi. Forse Schlein avrà pure detto qualcosa, ma chi la capisce quando parla?

Il coro è unanime: avanti tutta.

Avanti verso dove, esattamente? I numeri raccontano una storia che il PD non vuole leggere. Nel 2024 le unioni civili sono state 2.936, in calo del 2,7% sull’anno precedente. I primi nove mesi del 2025 registrano un’ulteriore flessione del 3,1%.

E per la prima volta l’ISTAT ha reso noto un dato che nessuno aveva voglia di pubblicizzare: quasi 300 scioglimenti di unioni civili nel solo 2024. Uno scioglimento ogni dieci nuove costituzioni. Unioni che hanno al massimo otto anni di vita; le prime risalgono al giugno 2016.

Otto anni. Non una generazione. Non un decennio pieno. Otto anni per arrivare a quasi trecento scioglimenti su meno di tremila nuove unioni. Ma di questi numeri, nel giorno della grande celebrazione, non ha parlato nessuno.

Che cosa spinge dunque un partito che non riesce a vincere un’elezione da un decennio a piantare la propria bandiera su un terreno che mobilita le terze pagine di Repubblica e le assemblee del Manifesto ma lascia indifferenti – quando non ostili – milioni di elettori?

La risposta sta nel DNA di una sinistra gruppettara impazzita che ha sostituito il lavoro con i diritti civili, la fabbrica con il seminario gender, il salario minimo con i pronomi neutri.

Chiara Valerio ha celebrato su Repubblica la ristampa del libro di Monique Wittig, per la quale il lesbismo non era un orientamento sessuale ma una pratica politica.

Ma non basta, Michela Marzano ha teorizzato che l’identità di genere non abbia alcun rapporto con il dato biologico.

Mentre le liste d’attesa nella sanità pubblica superano i diciotto mesi, mentre gli stipendi italiani restano i più bassi dell’Europa occidentale, mentre il ceto medio affonda, il PD discute di bagni neutri e famiglie a geometria variabile.

Natalia Aspesi, che a novantasei anni ha ancora più buonsenso dell’intero Nazareno, replicava a chi teorizzava i bagni neutri con una domanda secca sul perché si stesse ancora parlando del pene quando il Paese cade a pezzi.

Ma al Nazareno nessuno l’ha ascoltata, perché il Nazareno non ascolta i numeri. Ascolta le élite. E le élite hanno deciso che il problema dell’Italia non sono i tre milioni di lavoratori poveri, non è la denatalità che svuota le culle a un ritmo che non ha precedenti nella storia repubblicana, non sono le imprese che chiudono e le fabbriche che delocalizzano.

Il problema dell’Italia, per Zan e Schlein, evidentemente è che un bambino di Bari non abbia ancora tre genitori riconosciuti per legge.

Se ne riparlerà dopo le elezioni del 2027, è la previsione. Probabile. Il PD ha bisogno di tornare al governo prima di imporre ciò che gli italiani non hanno chiesto.

Ma nel frattempo il trittico è completo: la sentenza che crea il precedente, la proposta di legge che lo codifica, l’apparato culturale che lo giustifica.

Tre gambe di uno stesso tavolo, montato con la pazienza di chi sa che le rivoluzioni più efficaci non si fanno nelle piazze ma nelle aule dei tribunali, nelle commissioni parlamentari e nelle terze pagine dei quotidiani compiacenti.

A Bari, intanto, San Nicola riposa nella sua basilica romanica. A fare miracoli, ormai, ci pensano i giudici.

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