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L’hantavirus, politica regressiva della paura

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Da Hormuz al virus

Obiettivo: più dipendenza psicologica dall’autorità

C’è una domanda che andrebbe posta senza isterie e senza complottismi da discount: perché ogni crisi sanitaria, anche quando i numeri sono limitati, riesce immediatamente a colonizzare televisioni, social e immaginario collettivo?

L’hantavirus è un caso interessante. Perché i dati raccontano una storia diversa dal clima mediatico.

L’OMS, il CDC e l’ECDC continuano a ribadire che il rischio globale resta basso e che la trasmissione uomo – uomo è rara e limitata quasi esclusivamente al ceppo “Andes”, in contesti di contatto stretto e prolungato.

Negli Stati Uniti, dal 1993 al 2023, sono stati registrati meno di 900 casi complessivi di hantavirus. Numeri minuscoli rispetto a qualunque influenza stagionale. Eppure, il dispositivo mediatico si è acceso come una slot machine impazzita: breaking news, esperti seriali, grafiche rosse, “nuovo virus”, quarantene, navi isolate, tensione continua.

Il caro vecchio carburante della società occidentale: la paura. Non è casuale. Le società anziane (come quella occidentale) reagiscono più alla percezione del rischio che al rischio reale. E la paura sanitaria ha un vantaggio enorme: riduce consumi, mobilità, conflitto sociale e spinge i cittadini verso una domanda di protezione.

Nella sostanza: meno movimento, meno protesta, più dipendenza psicologica dall’autorità. Nel frattempo, quasi sottotraccia, il mondo reale scricchiola sul serio.

Lo Stretto di Hormuz movimenta circa un quarto del petrolio marittimo globale. Le tensioni tra Iran, USA e Israele stanno ridefinendo militarmente l’area, con Teheran che parla ormai apertamente di “zona operativa estesa”.

Bisogna essere franchi: una crisi energetica vera non produce paura astratta ma scarsità concreta: carburante, logistica, inflazione, razionamenti, filiere ferme. Una pandemia psicologica immobilizza i cittadini, una crisi energetica immobilizza l’economia. Secondo l’EIA, le scorte petrolifere globali stanno diminuendo rapidamente a causa delle tensioni su Hormuz.

Il risultato? Il rischio è che il racconto sanitario diventi una gigantesca cortina fumogena emotiva, mentre il vero terremoto resta energetico e geopolitico. Una specie di teatro dell’ansia permanente dove il cittadino ideale non viaggia, non consuma, non protesta, non domanda spiegazioni.

Resta fermo davanti allo schermo, come un criceto in modalità streaming. Questo non significa negare i virus o minimizzare i rischi sanitari. Significa distinguere tra emergenza reale e costruzione narrativa dell’emergenza.

Siamo seri per una volta: ogni allarme viene pompato fino al livello apocalittico, il fine è anestetizzare la popolazione e renderla incapace di riconoscere la crisi vera quando arriva davvero. Trucchetto vecchio come il mondo…

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