Matteo Lepore ha sbagliato
La sinistra, quella vera, non può essere contro lo Stato. Lo dico da persona di sinistra: Matteo Lepore ha sbagliato.
Non perché non si debbano accertare eventuali responsabilità. Quelle vanno ricercate sempre, senza sconti per nessuno. Ma perché chi guida una città ha il dovere di tenere unita una comunità, non di accentuarne le fratture.
Essere di sinistra non significa stare contro lo Stato, contro la Polizia o contro chi ogni giorno indossa una divisa. Significa pretendere uno Stato più giusto, più efficiente, magari più umano. È una differenza enorme. Sostanziale.
La sinistra storica ha costruito lo Stato sociale con scuola, sanità e ricerca pubbliche, ha difeso le istituzioni democratiche, ha conquistato diritti attraverso le istituzioni, non contro di esse.
Per questo delegittimare preventivamente le Forze dell’Ordine, mentre la magistratura sta ancora ricostruendo i fatti, è un errore politico prima ancora che istituzionale.
Esiste, poi, un problema che molti dirigenti della sinistra sembrano non voler vedere.
La società è cambiata, ma loro continuano a leggere il Paese con categorie che appartengono al passato. Infatti alcuni sono schierati con il Patto di stabilità, una bestia neoliberista che affama e distrugge il potere pubblico.
La sicurezza, poi, non è un tema della destra. È un diritto di chi vive nelle periferie, di chi prende l’autobus alle sei del mattino, di chi torna a casa la sera dopo il lavoro, di chi ha figli adolescenti e vorrebbe semplicemente sapere che possono uscire senza paura.
A queste persone non interessa la propaganda. Chiedono ordine, legalità e servizi pubblici efficienti. Chiedono che lo Stato esista. E poi c’è la grande dimenticata: la classe media.
È quella che paga tutto. Le tasse, il trasporto pubblico, i libri di scuola dei figli, il mutuo, gli affitti, le bollette. È quella che finanzia il welfare senza rientrare quasi mai tra i beneficiari. È quella che sente ogni giorno il peso dell’insicurezza economica e sociale.
Negli ultimi anni la sinistra ha progressivamente smesso di rappresentarla. Ha abbandonato il lavoro come baricentro della propria identità e ha inseguito battaglie simboliche, mentre molte delle politiche economiche sostenute hanno assunto un’impostazione sempre più neoliberale: una parte crescente della classe media non si sente più rappresentata.
E allora arriva la strategia più scioccante. Si pensa di conquistare consenso radicalizzando alcuni messaggi, ma quei voti spesso non arrivano.
Nel frattempo, si perdono i moderati, i lavoratori, gli artigiani, gli impiegati, i pensionati e famiglie che per decenni hanno costituito il cuore dell’elettorato progressista.
Perché senza uno Stato autorevole non esistono nemmeno i diritti. Esistono soltanto conflitti sempre più profondi.
E in un’Italia già attraversata da tensioni sociali, economiche e culturali, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è una politica che contribuisca a scavare fossati invece di costruire ponti, caro sindaco Lepore…





