
Una grande occasione c’è. Riguarda una completa, organica riforma della tassazione. La proposta di Meloni di una “attenzione al ceto medio” è attraente ma è un pannicello caldo, una “toppa” dal sapore amaro quasi quanto i bonus che imperversano nel nostro sistema tributario e che deformano il prelievo fiscale “netto” in modo talmente confuso da rendere impossibile – o quasi – capire quanto paga di tasse un determinato reddito.
Vi sono 40 diversi bonus, (ed altri correlati), ciascuno applicato a redditi diversi, (uno persino per redditi sino a 75.000 Euro) che affrontano situazioni “da sanare” diverse, che si intersecano tra loro in maniera disordinata: al punto che – è già successo – un aumento magari di 10 Euro per un livello di reddito modesto, porta ad essere esclusi dalla attribuzione di bonus dal valore di svariate centinaia di euro. Se vogliamo fare una corretta lettura politica, e finalmente non tecnica, oltre ai (pochi) bonus che sono una mancia pre-elettorale, la stragrande maggioranza di essi è una “elemosina” fatta rispetto a situazioni di disagio vere che non si intende affrontare seriamente in modo strutturale; e si intende mettere a tacere “sanandole” con qualche euro. Appunto elemosine. Che diventano un sostituto e l’alternativa ad un welfare ristrutturato. E ingessano ogni manovra fiscale. Solo per curiosità: costano circa 113 miliardi nel triennio. Qualcuno dice 140 miliardi: difficile anche calcolare il costo.
Bonus a parte, l’intero sistema fiscale italiano, oltre ad essere pesantissimo, è iniquo ben più di quanto si pensi. Il ceto medio italiano, tradizionale motore dell’economia del Paese, si trova ormai in una condizione di sofferenza, intrappolato tra fisco opprimente e un “welfare” di bonus. Il paradosso che sta danneggiando la spina dorsale del nostro Paese è che «il 60% degli italiani paga solo l’8% di tutta l’Irpef», mentre «il 15,3% delle persone, che guadagnano oltre 35mila euro annui, si sobbarca la maggior parte dell’intero onere fiscale». Il risultato è che chi lavora, produce e investe nel Paese è penalizzato da un fisco asfissiante, mentre a chi evade – o dichiara poco – vengono concessi bonus e sussidi, con un effetto distorsivo che peggiora ulteriormente il sistema.
La volontà di Meloni di abbattere il carico fiscale per il ceto medio sollecita e blandisce milioni di persone. Chiaro come politica, ma non modifica la sostanza del problema. E’ un passo che viene motivato considerando che l’80% degli italiani denuncia un forte squilibrio tra quanto paga allo Stato e i servizi pubblici che riceve in cambio. Inoltre, si dice ed è vero, la percezione diffusa tra i lavoratori dipendenti (che sono il cuore del ceto medio, lavoratori non “altro”: e questo è bene capirlo), è quella di un sistema fiscale che non riconosce il merito e penalizza la produttività, a fronte di un welfare sempre più generoso per chi non contribuisce attivamente all’economia. Questa impostazione e la relativa motivazione significa che il livello di servizi resterà scadente e lo si renderebbe meno “amaro” riducendo l’imposizione? E si può accettare? C’è un’alternativa?
La riduzione sarebbe peraltro assai scarna. Non credo sia fumo negli occhi quello gettato dal Governo parlando di attenzione al ceto medio. E’ da dicembre che si sta costruendo un “tesoretto”, tra l’altro molto apprezzato dagli investitori internazionali, come “sicurezza” rispetto a “scivolamenti” del PIL (che la situazione europea e mondiale non può far escludere) e che, calmatesi un pizzico le acque, potrebbe servire proprio per questa operazione. E’ evidente che si tratterebbe di un placebo, sia per la dimensione inevitabilmente piccola dello “sconto” e sia perché resterebbe in piedi la vera iniquità del sistema fiscale: la tassazione marginale dei redditi di un impiegato con un buon stipendio resterebbe la stessa dei redditi di un multimilionario.
L’insieme della anomalia dei bonus, oltretutto scoordinati, e di una curva dell’imposizione fiscale chiaramente iniqua va affrontata per quella che è: il segnale forte che è l’intera materia del fisco, aliquote ma anche i bonus, a dover essere messa in discussione.
Ecco l’occasione per un progetto alternativo. Magari anticipando proposte di flax tax che sarebbero poi difficili da contrastare, specie se si scegliesse la strada sbagliata, una bugia statistica, di contestazione utilizzata nel recente passato. Puntando ad un esame econometrico delle variazioni che si propongono: non proponendo solo un riflesso generico sui consumi e sul “risparmio”.
Le competenze all’interno dei riformisti vi sono. Fuori gli attributi, dunque.





