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La Repubblica del pro forma

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La Repubblica del pro forma

La disillusa speranza di un’inversione di rotta

La penna di un Longanesi o un Flaiano – uno dei tanti tesori ormai perduti del secolo breve – probabilmente oggi scriverebbe che siamo diventati una Repubblica fondata sul pro forma.

La battuta è brillante. Lo spettacolo, molto meno.

Le democrazie occidentali si sono trasformate in gusci vuoti. Belle fuori, con le loro bandiere, i parlamenti, le elezioni, le televisioni che simulano il dibattito. Dentro, il nulla.

Il popolo vota sempre meno, ormai intorno al 50% in Italia, che una volta era campione mondiale di partecipazione. Ma quel voto, una volta espresso, serve più o meno quanto cambiare le tende del soggiorno mentre la casa sta bruciando.

Cambiano i governi, l’orientamento politico, ma sulle cose che contano davvero – soldi per conflitti da noi stessi innescati, vincoli europei, priorità economiche, transizione green, migrazione – la continuità è totale.

Ovvio, del resto, perché a comandare non è più la classe politica. Quella esegue. È diventata una conventicola di intermediari, di rappresentanti di commercio di decisioni prese altrove, a Bruxelles, nelle cancellerie atlantiche, nei think tank, nei grandi fondi d’investimento, nei colossi del digitale che regolano il discorso pubblico.

Governi di centrodestra, di centrosinistra, tecnici o populisti che siano, tutti seguono la stessa rotta, con qualche variazione di tono per salvare la faccia con l’elettorato, tutti ugualmente incuranti dell’iceberg verso cui stanno mandando a sbattere i loro Paesi.

Hanno coniato persino un termine affascinante: eterodirezione. E, in effetti, rimanendo invariata la musica, anche ai più miopi è sempre più chiaro che lo spartito è deciso altrove.

E chi prova a stonare viene prima irriso e delegittimato come populista o rossobruno, poi emarginato, infine, se proprio insiste, gestito con la nuova arte del potere, la repressione morbida, normalizzata, ma, in realtà, assai più efficace del vetusto manganello. Che, almeno, aveva il pregio di non nascondersi.

E questo è solo un lato del problema.

L’altro è l’obliterazione dei corpi intermedi e, soprattutto, la desertificazione della cultura di massa, quella roba novecentesca che dava spessore e coscienza a un popolo, oggi ridotta a un oceano di spazzatura in cui affogano le poche, isolate nicchie che si ostinano a resistere.

Formalmente, certo, nessuno brucia libri, chiude case editrici e giornali o perseguita intellettuali. Semplicemente, non ce n’è bisogno. E anche il sedicente potenziale democratico ed emancipatore della tecnologia, quella che ci avrebbe reso “tutti più liberi”, è stato totalmente normalizzato.

Perché è vero che oggi puoi scrivere un libro bellissimo e autopubblicarlo o produrre un disco in casa, autonomamente, con poche migliaia di euro. Ma è altrettanto vero che entrambi resteranno confinati in qualche cantina digitale.

La cultura di massa, quella che orienta il discorso pubblico e plasma lo spirito del tempo, è totalmente governata dal Potere.

In pratica, la società del controllo deleuziana, potenziata dagli steroidi della tecnologia e di capitali che ormai eccedono di diversi ordini di grandezza quelli degli stessi Stati, che, perciò, non ha più nemmeno bisogno della rozza censura novecentesca.

E così, il cerchio si chiude. Un popolo sempre più apatico, culturalmente impoverito e disilluso. Un’élite che governa senza consenso, per inerzia e con la gestione securitaria del malcontento. Una democrazia pro forma, appunto, che della democrazia mantiene le sembianze esterne ma ha perso la sostanza.

Ovviamente, a forza di svuotare il guscio, sempre più persone si stanno accorgendo che dentro non c’è rimasto più niente da difendere se non qualche slogan frusto. Che le belle parole sulle “nostre democrazie” suonano solo come l’ennesima, patetica bugia dei servi di corte.

Purtroppo, però, nulla accadrà. Un tempo si diceva che chi impedisce una rivoluzione pacifica prima o poi si troverà a gestirne una violenta.

Il fatto è che, oggi, i vecchi – gli unici ad avere ancora memoria del “prima” e gli strumenti per decodificare davvero il “dopo” – sono ormai stanchi o disillusi e quelli che nell’ordine naturale delle cose la rivoluzione dovrebbero farla, i giovani, sono (non per colpa loro: li hanno formattati così) i primi difensori dell’inevitabilità del sistema.

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