di Giorgio Cattaneo
L’oscuro cardinale appulo indecente, dal congiuntivo impervio e declamante: centellinava esigue concessioni su quel che ci sarebbe stato consentito, dalla sua Magna Grecia vaticana, lungo quei giorni senza notti e quelli notti senza libertà. Alla sua destra il monsignore, spaventapasseri lucano: imperversava come un lupo agnelliforme, stinto vampiro unto di lugubre sventura. Poi venne l’arcivescovo magnanimo, il venerabile signore. L’uomo dai mille volti, il sire travicello: la carta verde, oppure l’estintore per estinguere i portuali irriducibili.
E vennero altri preti, oppositori, tutti smaglianti testimoni d’altra fede: i saltimbanchi e i numerologi, i metafisici silvestri, i redentori mistici e alienologi. Terre promesse un tanto a corso, l’escatologica ventura del destino prossimo, la palingenesi degli ultimi, il fatturato di speranze a suon di video, fino all’unisono sublime della rivoluzione astensionistica.
E il dogma eterno, sempre: tu credi a me, figliolo. Noi siamo via e verità, sono quegli altri a incanaglirsi nell’errore. Due religioni per la salvazione, complementare e speculare soluzione: la fede, ancora e sempre, per continuare a non pensare mai. Usi obbedir odiando, credendosi migliori. Il gioco antico, che ti ipnotizza all’infinito: la religione degli eccelsi. Una parrocchia o l’altra, non importa: quello è lo sport dei salvatori.




