
di Giuseppe Augieri
L’articolo nel quale do il mio “bye bye a questa sinistra” ha registrato molti commenti. Alcuni di essi si sono autoalimentati, trasformandosi in dialoghi. Su essi e sulle “contestazioni” a me fatte mi sono riproposto, dopo qualche caso, di non intervenire più. Lo faccio solo ora, perché la piega assunta dalla discussione è ormai tutt’altra cosa rispetto a quanto da me sostenuto. Colpa mia. Dunque chiarisco. E forse riesco a fornire qualche risposta.
La vicenda Del Mastro, lo ripeto, ha caratteristiche di una ulteriore mossa del potere giudiziario. Il fatto che, in ottanta anni, solo in pochissimi casi il GIP abbia disconosciuto le conclusioni del PM costringendolo ad una imputazione coatta; che solo in pochissimi i casi si è arrivati ad una condanna dopo una richiesta del PM di assoluzione; che in “questo caso” le due “singolarità” si siano cumulate, tutto questo evidenzia che essa è ascrivibile ad una già delineata questione politica e non solo tecnica. La terziarità del giudice è risultata compromessa nel momento più sbagliato per sbagliare. Il comunicato dell’ANM ne chiarisce il senso perché scrive che con il caso Del Mastro (ma guarda che combinazione) è provato che è inutile legiferare sulla separazione delle carriere, “essendo dimostrato” che il giudice è autonomo rispetto al PM; ma tutto questo si legge come “avendovi dimostrato” e cioè “non sappiamo cosa altro fare per dimostrare chi comanda”.
Mi è stato fatto notare che comunque la pubblicizzazione di materiale secretato, se questo fosse vero, ed utilizzato a fini politici contro gli avversari è un atto gravissimo. Io sono d’accordo. Ed ho lo stesso voltastomaco che ho provato per l’utilizzo, sempre a scopo di “lotta politica”, da parte di Parlamentari anche non di secondo piano, delle chat private *rubate* a componenti della “parte avversa”: un utilizzo, essendo esse rubate, che sa molto di ricettazione. O come le soffiate documentate fatte a giornalisti “brava gente” di materiale riguardante procedimenti di accertamento giudiziari e dunque soggetti al segreto istruttorio, materiale utilizzato in pubblico ma anche per azioni di lotta politica; e che hanno mostrato – più che in filigrana – il collegamento tra parlamentari, giudici istruttori, interessi non solo politici, giornali. Sollecitare le voglie da guardone dal buco della serratura di una comunità non so se sia reato: politicamente è però qualcosa di putrido. Chiedere le dimissioni dell’ “accusato” sulla loro base lo sono di conseguenza.
Leggo che rimbrottano Meloni: quando era all’opposizione, era giustizialista e faceva altrettanto. E anche qui sono d’accordo. Il vizietto non è solo “di sinistra” e non è nuovo. Ma attenti!. Non so bene da quando, certamente da Mani Pulite, si è dato luogo ad un progressivo imbarbarimento dei rapporti politici, trasformatisi da confronto a scontro e poi a lotta e poi a spargimento di odio, utilizzando spiate, documenti “sottratti”, illazioni “birichine” fatte aventi in premessa un “sembra” che salva dalle querele chi lo dice ma, con il clima creatosi, condanna l’interessato.
Quello che è indubbio è che, sempre da Mani Pulite in poi, tutto questo ha portato ad una esondazione del potere giudiziario che di queste modalità, per crearsi un clima di consenso, si è servito largamente: sono stati i diretti interessati a dirlo, sollevando però solo un po’ di scalpore. Ora si è incominciato anche con dubbi, sospetti, accuse che riguardano i servizi segreti: cosa altro dobbiamo aspettarci?
Questa la questione politica che ho posto: possiamo ancora accettare che questo andazzo si perpetui? Non si sente l’obbligo di chiedere chiarezza e di affrontare tutto questo – separazione dei poteri, rivalutazione del primato della politica, rifiuto di ogni forma di comportamento scandalistico – per quello che è: una questione politica a tutto tondo? Chiedendo al Parlamento – e dove se no – di fare un serio esame, sfidando chiunque ad “alzarsi per dire: io no” perché nessuno può affermare di essere “senza colpe” in questo processo degenerativo?
E perché l’opposizione – la sinistra, anche mia – anziché imperversare in queste pratiche diventate quotidianità, in amnesie, in disattenzioni, non si fa promotrice di questa iniziativa che, affrancandola anche dai più che sostanziosi sospetti di avere goduto di immunità nella fasi di crollo della Prima Repubblica, esprima un primo importante atto di politica di dignità? Non vedrei, da spirito libero, nessuna vittoria più grande se dovesse alla fine risultare in minoranza.
Lo so, è già successo ed è stata una sconfitta. Sul finanziamento illecito ai Partiti si cercò di trasformare una frana – che poi ci fu – in un momento di riflessione che avrebbe consentito di riportare la “questione morale” nel suo alveo naturale: una soluzione che avrebbe lasciato inalterate le indubbie capacità di gestione politica di quella dirigenza, eliminandone però alla radice le negatività di alcuni comportamenti. Invece si distrusse la prima repubblica.
Stavolta io vedo che la posta è ancora più alta: in gioco non è la continuità e la salvaguardia della dirigenza politica – maggioranza e opposizione – ma il rispetto che si è perso e si continua a perdere del fare politica. E dunque un percorso di drammatica sostituzione, già ampiamente in atto, della politica con il dirigismo, della elezione con la nomina, della libertà piena con quella condizionata. O devo dire vigilata?
Lo so, non c’è un Parlamento a questo livello. Lo so, non c’è una figura all’altezza di Craxi che, poiché ”la mia libertà equivale alla mia vita” ebbe il coraggio di tentare; ed ancor più il coraggio – altro che pavidità – di essere esule per non accettare di essere giudicato dai suoi carnefici.
Lo so. Tutto questo non c’è. Ma non lo accetto supinamente.





