
di Giuseppe Augieri
Squallidi intrighi di cortigiani da basso impero passati per politica. Vi sono forme di dispregio della democrazia che non sono regime nelle cose concrete, forse, ma lo sono nella cultura, anche inconscia, che queste cose muovono. Vedo il crepuscolo della democrazia come ce l’ha disegnata quelli che l’hanno costruita; e l’alba di una democrazia “imperfetta” che non prelude a nulla di buono.
La storia ci dice che prima di grandi sovvertimenti, si crea questo clima. Perché sono le cose di tutti giorni quelli che fanno la storia. I grandi avvenimenti sono sempre effetto del quotidiano lasciato scivolare in silenzio. Noi stiamo vivendo tutto questo.
Si è già da tempo superata l’incapacità anche di solo temperare la propria ideologia per privilegiare l’accordo: e non perché trovare una mediazione consenta di occupare la “poltrona”, ma perché consente il governo. E dunque è il rispetto per il popolo che chiede di essere governato, non di quello assegnare medaglie al valore.
Ora si va oltre: la lotta, aspra e di contrapposizione, è per vincere, anche a costo di non sapere cosa fare dopo. La negazione cioè della democrazia che non considera le elezioni un esercizio di pura conta, ma l’espressione di una volontà volta che chiede di essere guidati verso obiettivi concreti e possibili. Se manca la loro individuazione, il come realizzarli, il con chi realizzarli questa non è democrazia: è altra cosa. Difatti il linguaggio, l’atteggiamento, il ragionamento, sono improntati allo scontro senza esclusioni di colpi. In altre parole la violenza.
Così, per parlare solo dei fatti recenti, ci si scandalizza dell’attentato a Tramp dimenticando che in USA si è arrivati a confronti televisivi con Biden sull’onda e con contenuti di offese reciproche, avendo come obiettivo di verificare, in concreto, solo se uno dei candidati riuscisse a rispondere a tono alle domande anziché impappinarsi. E la chiamano politica? E ancora non ci si rende conto quanta violenza è stata fatta alla democrazia in Francia: ci sarebbe da scrivere una ponderosa trilogia sulla vacuità delle soddisfazioni che aleggiano. Ed in ogni caso lo scandalizzarsi è dietro l’angolo.
La definiscono politica: ma non è così. Quando la politica abdica alla sua funzione, difficile ma nobile e indispensabile, di dialogare, c’è spazio solo per le contrapposizioni, quelle che vediamo, che producono scontro. E poiché, nelle contrapposizioni dure, vige la regola del “morte sua, vita mea” e si fa di tutto per arrivare a questo bivio, con lo scontro che si incattivisce sempre più. Diventa violenza, quella che schematizza in blocchi ogni ragionamento e ne priva dei presupposti. Il sonno della politica si fa sonno della stessa ragione.
Goya ammoniva: il sonno della ragione genera mostri. Noi continuiamo a scandalizzarci di qualcosa che creiamo ogni giorni, convinti che sia il bene. Prima il “sentimento”, l’affermazione del proprio io ideologico. Primum philosophare: l’inversione del concetto di Hobbes, di Orazio, di Cervantes. La prospettiva non comprende il colore rosa. Cerchiamo almeno di non essere ipocriti.





