La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al meeting di Cl a Rimini ha dichiarato: “Abbiamo rimesso al centro il lavoro […], dimostrando sì certo, attenzione ai conti pubblici, però senza rinunciare a destinare risorse record alla sanità, al sostegno delle imprese, al potere d’acquisto dei lavoratori con redditi più bassi, delle famiglie più fragili. Lo abbiamo fatto con il taglio del cuneo fiscale reso strutturale, la detassazione dei premi di produttività e dei fringe benefit, l’IRPEF premiale per le imprese che investono e assumono, la decontribuzione, la super deduzione del costo del lavoro, prevista sempre in favore delle imprese che creano occupazione, abbiamo avviato la riforma dell’IRPEF con la riduzione da 4 a 3 aliquote con un intervento che ha un effetto diretto, tangibile, sulle tasche dei lavoratori e dei pensionati, ora è tempo di fare di più.
Prima di entrare nel merito consentitemi una nota scherzosa. Nel suo discorso ha spesso dichiarato che vanno posti tanti mattoni, considerati come l’azioni da fare. Mi dà la sensazione che con tutti questi mattoni voglia creare un “Tempio alla virtù” del suo governo.
Il suo intervento è un ottimo programma per il futuro, se fosse realizzato in concreto, ma sembra un po’ troppo enfatico. Le condizioni economiche e sociali del nostro Paese non sono proprio così ottimistiche per non parlare del mondo del lavoro.
Ad esempio, in alcune aree del Paese, quelle interne, si vive male. Lo testimoniano 139 Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e Abati che hanno scritto al governo e al Presidente del Consiglio una lunga lettera dal titolo: “Uno sguardo diverso”.
Lettera che è aperta ad altre adesioni successive e nella quale si denuncia che “nel Paese si sta allargando la forbice delle disuguaglianze e dei divari, mentre le differenze non riescono a diventare risorse”. Sottolineano che in queste aree “dove purtroppo anche il senso di comunità è messo a rischio dalle continue emergenze, dalla scarsa consapevolezza e dalla rassegnazione”. Criticano il recente Piano Strategico Nazionale per queste aree che descrive il calo demografico e lo spopolamento, quasi come fossero ineluttabili. Chiedono, invece, che si avvii “un percorso plurale e condiviso” per “rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale”. Proseguono con una serie di proposte molto dettagliate per rilanciare questi territori.
Venendo ai temi trattati dalla Presidente del Consiglio nel suo intervento voglio ricordare che è di dominio pubblico che i salari dei lavoratori in questi ultimi decenni hanno subito una regressione tanto da risultare tra i più bassi in Europa, con la conseguenza di una notevolissima inaccettabile riduzione del potere di acquisto.
Vorrei precisare che l’articolo 36 della Costituzione statuisce che la retribuzione deve assicurare al lavoratore “un’esistenza libera e dignitosa” e quindi per essere tale non può essere sempre e soltanto subordinata alla logica economica, che consente alla maggioranza dei lavoratori solo un minimo per la sopravvivenza che umilia le persone.
Su queste tematiche sono ancora pochi gli atti concreti del Governo che possano colmare questo gap anche attraverso una minore imposizione fiscale per allineare alla media europea gli stipendi degli Italiani.
Negli ultimi trent’anni si è imposta una moderazione salariale, che ha differenza di quella proposta da Ugo La Malfa, non ha avuto in cambio niente. Una moderazione salariale che avrebbe dovuto essere accompagnata da un controllo degli investimenti, che sarebbe dovuta avvenire solo in un contesto cooperativo in cui, da un lato i sindacati dei lavoratori moderano le rivendicazioni, gli imprenditori investono e innovano e il governo ai suoi diversi livelli programma lo sviluppo, le riforme necessarie, innova anche esso e garantisce un livello di giustizia sociale un senso di appartenenza che massimizzi la coesione economica e sociale e, quindi, legittima il sistema.
Purtroppo, questo non è avvenuto nel ventennio della programmazione e nemmeno nei decenni successivi, anche perché non sempre i sindacati sono stati uniti su queste posizioni. Le organizzazioni datoriali hanno rifiutato ogni controllo non solo dei profitti e delle rendite ma anche degli investimenti. I governi non hanno saputo promuovere quel modello partecipativo che è premessa fondamentale del modello cooperativo.
Nei tanti periodi di difficoltà economica la parola d’ordine è sempre stata la riduzione del costo del lavoro, ignorando la scarsa capacità imprenditoriale, le diseconomie molto forti, la corruzione che significava costi più elevati in quanto generava anche un aggravio per il sistema delle imprese.
Inoltre, l’elevato costo del lavoro che è anche il risultato del drenaggio di risorse attraverso la tassazione di ciò che è più facile colpire, ossia il lavoro dipendente, piuttosto che un’azione adeguata contro l’evasione fiscale e il lavoro nero, che sono stati – secondo le considerazioni in più di un’occasione della Corte dei Conti – una riserva oscura non per il benessere del Paese, ma per il profitto di pochi.
In definitiva il lavoro è stato sacrificato in favore di altri tipi di interesse.
Nella realtà sociale chi, senza essere succube degli addomesticamenti dei mass media, ancora si interessa di politica emerge la necessità di una profonda riscrittura del Patto Sociale e dunque dell’Alleanza Costituzionale, attraverso la più ampia partecipazione dei cittadini per individuare valori, strumenti, istituzioni e legislazione che possano essere il fondamento della nuova convivenza.
Da questo punto di vista si tratta di avviare una trasformazione della sensibilità politica, in grado di estendere per esempio il terreno di applicazione dei diritti.
Utilizzare la politica per negare diritti che – oggi – vengono percepiti come vitali, giusti e indispensabili, può apparire forse ragionevole da un certo punto di vista, ma piuttosto debole dal punto di vista politico, perché una norma priva di un sostegno, in senso lato, ‘politico, difficilmente può resistere senza trasformarsi nell’oggetto di un’insofferenza diffusa e senza essere percepita come una ‘ingiusta’ violazione di diritti fondamentali.
Cosicché oggi, viviamo in una società in cui esistono troppe apatie, troppe deleghe fino all’abbandono della militanza politica, che rende insufficiente la partecipazione democratica! Tutto questo avviene, anche, perché non ci sono più strumenti di partecipazione in cui impegnarsi, autorità morali e ideali che svolgono la funzione di stimolo ed esempio. In questa nuova realtà che si è determinata rischia proprio la democrazia.
Se tutto questo è vero allora il problema, che ci si deve porre: è come ripristinare condizioni in cui si riaffermino partecipazione e democrazia, pluralismo e valori, dignità per chi lavora e condizioni di vita migliore per tutti i cittadini ovunque vivano.




