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LA LEGIONE STRANIERA E LA GRANDEUR FRANCESE

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di Andrea Bozzo

Oggi, a causa dalla putiniana “Operazione militare speciale” in Ucraina, tornano a soffiare venti di guerra sul nostro continente come non accadeva dagli anni ’30, persino i solitamente mansueti governanti dell’Europa occidentale hanno riscoperto una retorica militaresca che sembrava ormai uscita definitivamente dal loro vocabolario politico.

In prima fila tra questi politici è immediatamente apparso il presidente francese Emmanuel Macron, il quale, pur non provenendo politicamente dalla destra neo gollista, sta cercando di ritagliarsi un ruolo di capofila di un’Europa più muscolare e più autonoma dalla politica estera di Washington. Aspirazione in realtà non nuova a Parigi, sin da quando nel 1966 uscì per volontà di De Gaulle, non dalla Nato come a volte si sente dire, ma dal Comando militare integrato della stessa, nella quale rientrò poi nel 2009, fondamentalmente perché non voleva che le sue forze armate potessero in caso di conflitto prendere ordini dai mai veramente amati americani.

E nemmeno tanto nuova, in risposta alle dichiarazioni del presidente Trump su un possibile disimpegno militare americano dall’Europa, è risuonata la recente dichiarazione dello stesso Macron fatta in diretta televisiva, secondo il quale, se gli Usa non garantiranno più il famoso “ombrello nucleare” sul Vecchio Continente, questo potrà essere sostituito da un “ombrello nucleare” francese.

Qui di nuovo riecheggia Charles De Gaulle, che con la famosa “Force de frappe” nucleare decise di dotare il suo paese di un deterrente militare atomico autonomo rispetto a quello americano. Dichiarazioni un po’ velleitarie in realtà, se teniamo presente il fatto che la Francia non possiede oggi, come non li possedeva nel 1966, armamenti nucleari strategici, ma solo tattici, dislocati principalmente su di un numero abbastanza limitato di sottomarini. Ad ogni modo la volontà politica messa sul tavolo è chiarissima. Se pensiamo poi che la Francia, a differenza di quasi tutte le altre ex potenze coloniali europee, non ha mai veramente del tutto rinunciato a mantenere un piede nelle ex colonie, soprattutto africane, persino con interventi militari diretti, ci possiamo rendere conto che i politici transalpini in realtà non hanno mai abbandonato del tutto una politica “muscolare” tipica delle cancellerie europee ottocentesche, frenati in realtà solo dalle ristrettezze di bilancio e dalla povertà di mezzi. Povertà che sperano ora di poter compensare grazie ai fondi ed al sostengo dell’Unione europea, naturalmente, nella loro visione, a guida militare francese.

E’ un progetto che risale in realtà agli anni ’90, almeno, dalla presidenza di Jacques Chirac, ma che oggi trova, a causa di Trump, qualcuno disposto a valutarla seriamente anche nel resto della Ue.

La “Grandeur” militare e politica francese sostenuta dall’economia tedesca, per farla piuttosto semplice. Progetto che non dispiaceva nemmeno al socialista Mitterand e che fu per un certo periodo assecondato anche dal cancelliere tedesco Helmut Kohl, all’epoca interessato a sostenere Parigi per riuscire ad incassare il benestare alla riunificazione.

Sin dalla guerra di Indocina il braccio di questa politica muscolare francese ha un nome ben preciso: Legione Straniera.
La Legione Straniera francese fu fondata ufficialmente il 9 marzo 1831 per decreto reale di Luigi Filippo I di Borbone-Orléans, Re dei Francesi.

Si era quindi nel pieno di quell’epoca che i manuali scolastici liquidano sbrigativamente sotto il nome di “Restaurazione”, intesa come restaurazione delle istituzioni politiche dell’Ancien Régime dopo gli stravolgimenti della Rivoluzione e dell’Impero napoleonico.

Nei programmi scolastici ufficiali tutto il periodo che intercorre tra il Congresso di Vienna del 1815 e le rivoluzioni del 1848 viene descritto come un periodo di oscurantismo reazionario dove poco o nulla sarebbe accaduto di interessante dal punto di vista storico, poco più che una parentesi tra una rivoluzione e l’altra.
In realtà le tensioni politiche esplose alla fine del XVIII secolo si erano solo assopite senza scomparire e questo era ancora più vero in Francia, dove molti dei protagonisti politici e militari della Rivoluzione e del primo Impero erano ancora al centro della scena pubblica.

La storia politica della Francia del XIX secolo è la storia dello scontro tra le sue famiglie politiche dell’epoca: Giacobini, come erano semplicisticamente chiamati tutti i Repubblicani che si rifacevano all’esperienza rivoluzionaria del 1789, Bonapartisti, nostalgici della gloria imperiale, e monarchici.
Questi ultimi a loro volta erano divisi in due gruppi, da una parte i “legittimisti”, i sostenitori cioè dell’antica e, a loro parere, unica legittima dinastia, quella dei Borbone, sostenitori del diritto divino a regnare dei discendenti di Luigi XVI e dall’altra parte  gli “Orleanisti”, i sostenitori della dinastia dei Borbone-Orléans, ramo cadetto della famiglia reale, discendente da un fratello minore di Luigi XIV, il Re Sole.

Il Congresso di Vienna nel 1814-15 aveva rimesso sul trono di Francia un fratello del decapitato Luigi XVI, che regnò benevolmente col nome di Luigi XVIII e che fu fautore di una politica di riconciliazione nazionale. A costui succedette nel 1824 un altro fratello di Luigi XVI, Carlo X, fautore invece di una politica più rigorosamente neo assolutista.

Questa politica, ed una concomitante crisi economica, provocarono nel 1830 una crisi parlamentare e di governo alla quale Carlo cercò di reagire alla vecchia maniera dei Borboni, sciogliendo cioè il Parlamento, sospendendo la costituzione concessa dal fratello e cercando di tornare a una forma di governo autenticamente assolutista.

Ma anche i Francesi reagirono alla vecchia maniera, ovvero con una rivoluzione per le strade di Parigi, che passò alla storia come Rivoluzione di Luglio, pilotata però questa volta dalla classe dirigente del paese, la quale, memore degli eccessi del recente passato, cercò come soluzione all’instabilità non l’instaurazione di una repubblica, che avrebbe rischiato di riconsegnare il paese all’estremismo giacobino, ma cercando di trasformare il Regno di Francia in una monarchia costituzionale sul modello britannico.

Era in altre parole il vecchio progetto del Visconte di Mirabeau e del Marchese di Lafayette, fallito nel 1791 per l’intransigenza della corte di Luigi XVI e la “fuga di Varennes”.

Non a caso lo stesso Lafayette era ancora nel 1830 uno dei protagonisti della politica francese, tornato in patria dopo gli anni passati in esilio durante la rivoluzione e l’Impero napoleonico.

Costoro scelsero quindi come Re un membro della famiglia dei Duchi d’Orléans, cugini dei Borboni, che rispondevano però ad un doppio requisito: erano di antico e legittimo sangue reale, a differenza dei Bonaparte, ma erano anche di solide convinzioni liberali.
Il nuovo Re, Luigi Filippo I, era infatti figlio di quel Philippe Égalité che, pur essendo Duca d’Orléans, aveva appoggiato la rivoluzione del 1789 ed aveva addirittura votato per la condanna a morte di Luigi XVI, per poi finire egli stesso ghigliottinato durante il Terrore.

Tutti questi rivolgimenti politici, che noi liquidiamo sbrigativamente in poche, asettiche e pulite righe d’inchiostro, nel mondo reale lasciavano sempre una scia di sangue, rancori e desideri di rivalsa e vendetta che dilaniavano non solo la società ed il popolo, ma anche le forze armate, che di una nazione sono sempre il riflesso dei suoi pregi e difetti.
La monarchia cosiddetta di Luglio si ritrovò quindi, nel 1830, con un esercito che rispecchiava le fratture politiche della Francia stessa e dove coabitavano reduci delle guerre napoleoniche, ufficiali aristocratici tradizionalisti, vecchi emigrées, repubblicani della prima ora e i rimasugli stranieri della Grande Armée. Ai vertici dell’esercito si trovavano ancora molti dei vecchi marescialli di Napoleone e fu proprio uno di questi, Soult, divenuto ministro della guerra, a suggerire a Luigi Filippo di creare un nuovo corpo, un’armata che raccogliesse tutti i potenziali avversari del nuovo regime e fornisse al contempo “carne da cannone” per la nuova avventura che proprio allora stava muovendo i primi passi: la conquista dell’Algeria.

Nel nuovo corpo confluirono infatti vecchi reggimenti già esistenti, alcuni addirittura tra i più antichi di Francia, come i reggimenti svizzeri della Guardia Reale, le cui origini risalivano addirittura a Francesco I di Valois ed alla battaglia di Marignano, ma che avevano il grosso difetto, agli occhi della nuova dinastia degli Orléans, di essere fedelissimi ai Borbone.

Come fedeli ai Borbone erano gli ufficiali di un altro reggimento composto da mercenari, questa volta tedeschi, il Reggimento Hoenloe, creato durante le guerre napoleoniche reclutando prigionieri di guerra. Oltre a questi confluirono nella neonata Legione Straniera i rimasugli di quei reggimenti composti da stranieri e che, risalenti alle guerre napoleoniche, erano ancora presenti nell’esercito francese dopo quindi anni dalla fine dell’Impero, ma che non erano mai stati disciolti per non irritare ulteriormente i Bonapartisti e che erano composti comunque da persone che non avrebbero potuto far ritorno ai paesi d’origine per motivi politici: polacchi ed irlandesi in esilio, disertori prussiani e russi, i resti degli eserciti degli effimeri Stati che Napoleone aveva creato dalla sera alla mattina, come le Province Illiriche o il Regno di Westphalia e più in generale da tutti coloro che la tempesta napoleonica aveva spazzato dall’Europa e portato a combattere sotto le insegne francesi.

Con il decreto di fondazione si delinearono quindi due delle caratteristiche che sarebbero divenute peculiari della Legione Straniera, innanzitutto che sarebbe stata composta da “stranieri o indigeni delle colonie” e poi che avrebbe dovuto combattere ed essere acquartierata esclusivamente al di fuori “dei territori continentali del Regno”, caratteristica quest’ultima che ha reso la Legione protagonista di ogni guerra coloniale intrapresa dalla Francia per i successivi 150 anni.
Divenne successivamente anche una valvola di sfogo per tutti gli irrequieti di Francia, gli esuli politici europei, i ricercati e più in generale di coloro che desideravano rifarsi una nuova vita ed un nuovo nome. I Francesi infatti aggiravano la clausola dell’arruolamento riservato agli stranieri dichiarandosi di volta in volta Svizzeri, piuttosto che Belgi o Canadesi o addirittura Monegaschi. E nella Legione si aveva l’opportunità di rinascere: ad ogni nuovo arruolato non venivano richiesti documenti d’identità o il casellario penale, ognuno poteva arruolarsi dichiarando le generalità che preferiva e con quelle generalità richiedere la cittadinanza francese al termine del servizio. Qualora ovviamente fosse sopravvissuto a cinque anni di guerre ininterrotte in ogni angolo del globo…
E’ paradossale che sia stata proprio la Francia a creare un corpo del genere dal momento che proprio in Francia, con la Rivoluzione del 1789, era nato il concetto di moderno esercito nazionale di leva, legato non più a vincoli di fedeltà personali ad un monarca o ad un contratto da mercenario, ma legato al concetto di cittadinanza.

Ai tempi dell’Ancien Régime infatti, in tutta Europa, quello del soldato era un mestiere come un altro, non un dovere civico da espletare con un servizio di leva obbligatorio, ed i militari erano professionisti legati con contratto ad un datore di lavoro che poteva anche cambiare a seconda di quelle che oggi chiameremmo “esigenze del mercato del lavoro”.

Così come c’erano famosi architetti ed artisti che giravano per le corti d’Europa a fornire i propri talenti e servizi ai sovrani, allo stesso modo esistevano generali che offrivano i propri reggimenti e capacità militari.

Avere però un’armata composta di mercenari permetteva più di un vantaggio; intanto degli stranieri che conoscono poco della Francia, prima di arruolarsi, sono meno tentati di lasciarsi coinvolgere dalle beghe politiche nazionali; ma ancora più importante, un esercito di stranieri non implicava, e questo vale ancor di più oggi, ripercussioni nell’opinione pubblica in caso di un suo massacro. Tutta l’epopea della Legione è costellata di battaglie talmente sanguinose che periodicamente facevano pensare a un discioglimento del Corpo: dalla battaglia di Camerone nel 1863, durante l’avventura di Massimiliano d’Asburgo in Messico, al quale la Francia aveva garantito appoggio militare, fino alle stragi delle trincee della I Guerra Mondiale, dalla guerra d’Indocina con la catastrofe di Dien Bien Phu, fino ai vicoli della casbah di Algeri immortalati da Gillo Pontecorvo. Ma ogni volta i ranghi venivano rimpolpati da nuovi disperati, esuli politici, militari di eserciti sconfitti o più semplicemente da irrequieti di ogni nazionalità in cerca d’azione ed avventura. Russi Bianchi dopo la Rivoluzione d’Ottobre, repubblicani spagnoli dopo la guerra civile, tedeschi dopo la II Guerra Mondiale, persino ex gerarchi fascisti come Giuseppe Bottai, piuttosto che gli esuli ungheresi dopo il ’56 o i soldati del Patto di Varsavia rimasti disoccupati dopo la caduta del Muro, la Legione ogni volta diventava il rifugio e la nuova casa degli sconfitti della Storia.

E fu proprio in Algeria, dove la storia della Legione era cominciata, che rischiò anche di concludersi. Dopo la vittoriosa Battaglia di Algeri, nella quale i paracadutisti della Legione avevano dato un contributo essenziale, e tra i quali militava come ufficiale un giovane Jean Marie Le Pen, un redivivo De Gaulle avviò trattative con i ribelli del FLN per portare l’Algeria all’indipendenza, provocando lo sconcerto dei Pieds Noirs, coloni europei presenti nel paese da generazioni ed innescando il Putsch di Algeri del 1961, come fu chiamata la rivolta dei generali che comandavano l’esercito francese in Nordafrica. Pronunciamento militare di stampo sudamericano a cui parteciparono alcune unità della Legione, fatto che fece dubitare della famosa fedeltà di questi mercenari stranieri e che portò un furibondo De Gaulle a un passo da sciogliere il Corpo. Oltretutto con il tramonto dell’impero coloniale francese molti si domandavano se esistesse ancora il bisogno di una unità del genere. Nonostante i dubbi la Legione sopravvisse e nel 1962 traslocò dalla “casa madre” di Sidi Bel Abbes in Algeria ad Aubagne in Provenza, dove si trova tuttora il comando e, sebbene progressivamente ridotta dai 40.000 uomini di allora agli 8.000 di oggi, ha continuato ad essere uno strumento essenziale della politica estera francese.

Ogni volta che i governi transalpini hanno voluto “mostrare i muscoli” nel mondo, ma senza rischiare contraccolpi politici dovuti alla morte di ragazzi francesi, in ognuno di quei casi hanno inviato, e continuano a farlo, gli stranieri della Legione. Nel 1983 a Beirut furono uccisi in un attentato più di sessanta legionari con una singola bomba, ma in Francia non cadde il governo e non ci furono manifestazioni delle mamme dei soldati come negli Usa ai tempi della guerra in Vietnam. Nessuno versa lacrime sulla tomba di un mercenario straniero, a parte i suoi compagni d’arme…
La Legione Straniera creata per motivi politici di corto respiro quasi due secoli fa, è sopravvissuta a cinque diversi regimi politici, monarchia di Luglio, seconda repubblica, secondo impero, terza, quarta e l’attuale quinta repubblica; ad innumerevoli imprese  coloniali, a due guerre mondiali, all’abbandono delle colonie stesse ed alla fine della guerra fredda. E’ sopravvissuta persino al servizio di leva, abolito in Francia nel 1997.

E tutt’oggi continua ad offrire a persone provenienti da ogni angolo del mondo una seconda vita ed una nuova patria, non la Francia si badi bene, ma secondo la mistica del Corpo, la Legione stessa, fedele al suo antico motto, “Legio Patria Nostra”.

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  • Redazione

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