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La guerra dei corridoi energetici

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corridoi energetici in Libia

Perché la Libia è tornata al centro della geopolitica

Cerchiamo di non commettere l’errore di leggere le notizie come episodi isolati, la minaccia dell’Iran di estendere il conflitto a Bab el-Mandeb potrebbe apparire come l’ennesima escalation militare.

In realtà, nei suoi effetti, racconta altro, ci dimostra che il potere non si esercita più soltanto attraverso eserciti, missili o flotte, ma attraverso il controllo delle infrastrutture che consentono all’energia, alle merci e alle informazioni di raggiungere i mercati.

La geopolitica di quest’epoca ogni giorno mostra che la competizione si misura sempre più sulla capacità di controllare i flussi.

Quando Teheran minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz e, attraverso gli Houthi, lascia intendere di poter bloccare anche Bab el-Mandeb, non sta soltanto cercando di interrompere il traffico petrolifero.

Sta mettendo sotto pressione l’intera architettura energetica costruita negli ultimi decenni, ricordando all’Occidente quanto la sua sicurezza economica dipenda dalla stabilità di pochi passaggi marittimi.

Hormuz e Bab el-Mandeb sono due dei principali nodi strategici del pianeta. Attraverso il primo transita una quota rilevante delle esportazioni mondiali di petrolio e gas del Golfo; il secondo rappresenta la porta d’accesso al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez, collegando l’Oceano Indiano al Mediterraneo.

Se entrambi diventano instabili, non viene messo in discussione soltanto il commercio internazionale, ma cambia la geografia stessa dell’energia. Ed è qui che torna in primo piano la Libia, più aumenta il rischio lungo le rotte del Golfo Persico e del Mar Rosso, più cresce automaticamente il valore strategico del Mediterraneo centrale.

Per anni la Libia è stata raccontata quasi esclusivamente come un Paese attraversato da guerre civili, instabilità politica e competizione tra milizie. Nessuno mette in discussione questa realtà. Ma oggi quella lettura non basta più.

La Libia non è semplicemente un produttore di idrocarburi. È il nodo strategico più vicino all’Europa nel quale convergono energia, rotte marittime e infrastrutture digitali.

Il suo petrolio e il suo gas non devono attraversare Hormuz, non devono transitare per Bab el-Mandeb e non devono percorrere migliaia di miglia nell’Oceano Indiano.

Attraversano direttamente il Mediterraneo con infrastrutture come il Greenstream che collega i giacimenti della Libia occidentale a Gela, in Sicilia, facendo dell’Italia uno dei principali punti di ingresso dell’energia nordafricana nel continente europeo.

Ma la Libia rappresenta anche il punto d’incontro tra tre infrastrutture strategiche del XXI secolo, energia, rotte marittime e connessioni digitali. Davanti alle sue coste transitano importanti dorsali di cavi sottomarini che collegano Europa, Nord Africa e Medio Oriente. Oggi energia e dati seguono percorsi diversi, ma condividono sempre più la stessa geografia.

Chi controlla il Mediterraneo centrale esercita un’influenza crescente non soltanto sugli approvvigionamenti energetici, ma anche sulle comunicazioni digitali che collegano tre continenti. È una trasformazione della quale si parla pochissimo.

L’attenzione internazionale è concentrata sui missili, sulle portaerei e sull’escalation militare, mentre sta cambiando silenziosamente il valore strategico delle rotte energetiche e delle infrastrutture.

E quando cambia il valore delle rotte, cambia inevitabilmente anche quello dei territori che le rendono possibili.

La centralità della Libia non dipende soltanto dalla quantità di petrolio che produce. Pur possedendo alcune delle maggiori riserve petrolifere dell’Africa e un greggio tra i più apprezzati al mondo per il suo bassissimo contenuto di zolfo, il vero vantaggio competitivo della Libia è la sua posizione geografica.

La geografia, in geopolitica, non è mai neutrale. Ogni crisi ridisegna le mappe. Le mappe dell’energia non fanno eccezione. Esiste una legge non scritta della geopolitica: ogni volta che un corridoio entra in crisi, il valore di tutti gli altri aumenta.

Mentre l’attenzione internazionale è rivolta al Golfo Persico e al Mar Rosso, il Mediterraneo centrale accresce silenziosamente il proprio valore strategico. La Libia non diventa importante perché cambia la sua geografia.

Diventa importante perché cambia la geografia delle alternative. Se Hormuz rappresenta oggi la vulnerabilità dell’approvvigionamento energetico del Golfo e Bab el-Mandeb quella del commercio tra Asia ed Europa, il Mediterraneo centrale diventa una delle poche aree capaci di offrire all’Europa una reale ridondanza strategica.

Per questo aumentano il peso della Libia, del Canale di Sicilia, delle infrastrutture energetiche italiane e dell’intero Mediterraneo centrale. Non è un caso che le grandi potenze abbiano progressivamente intensificato la loro presenza diplomatica, economica e militare nel Nord Africa.

La competizione non riguarda più soltanto i giacimenti, ma il controllo dei corridoi attraverso i quali energia, merci, dati e influenza raggiungono i mercati.

Per anni abbiamo raccontato la globalizzazione come un sistema nel quale le merci avrebbero sempre trovato una strada alternativa. Oggi scopriamo che il mondo è molto meno flessibile di quanto immaginassimo.

Esistono passaggi obbligati, infrastrutture insostituibili e nodi logistici dai quali dipende una parte significativa dell’economia mondiale. La guerra non riguarda più soltanto il controllo delle risorse. Riguarda il controllo delle connessioni.

Conta chi controlla i punti nei quali convergono energia, logistica, comunicazioni e infrastrutture digitali. La Libia è uno di questi punti. Ed è probabilmente questo il motivo per cui, pur rimanendo quasi assente dal dibattito pubblico europeo, continua a occupare un posto centrale nelle strategie delle principali potenze.

Se la minaccia iraniana dovesse tradursi in un’effettiva interruzione dei traffici tra Hormuz e Bab el-Mandeb, l’Europa sarebbe costretta ad accelerare la ricerca di fornitori e rotte alternative.

In questo scenario la Libia non rappresenterebbe soltanto un vicino produttore di petrolio e gas, ma uno dei pilastri della sicurezza energetica europea. Forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci.

Quali territori acquistano valore quando due dei principali nodi strategici del pianeta vengono contemporaneamente minacciati?

La risposta conduce inevitabilmente al Mediterraneo. Per questo il Mediterraneo non sta tornando al centro della geopolitica. Probabilmente non ha mai smesso di esserlo. Siamo stati noi, per troppo tempo, a rivolgere lo sguardo altrove.

La Libia non è il centro della crisi. È il centro della possibile risposta europea alla crisi. La competizione tra le grandi potenze non si misura più soltanto nel controllo dei territori o delle materie prime.

Si misura nella capacità di governare i corridoi attraverso i quali scorrono energia, commercio, dati e interdipendenze strategiche. È lungo queste direttrici che si stanno ridefinendo i nuovi equilibri internazionali.

Per questo, oggi più che mai, la geografia è tornata a essere la prima forma del potere.

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