Il ricatto strategico dell’Iran
Adesso mettiamo in evidenza che cosa sta accadendo esattamente tra Iran e Stati Uniti.
Per comprendere questa guerra bisogna partire da una constatazione fondamentale: l’Iran non sta rispondendo agli Stati Uniti cercando di colpire direttamente il territorio americano.
Non potrebbe facilmente farlo e, soprattutto, non è questo il modo in cui il regime iraniano ha costruito per decenni la propria strategia militare.
Teheran preferisce quasi sempre evitare lo scontro frontale con il nemico più potente. Cerca, invece, di raggiungerlo indirettamente, attraverso altri territori, altre organizzazioni e altri punti vulnerabili.
È ciò che ha fatto per anni contro Israele.
Invece di affrontarlo soltanto con le proprie forze armate, l’Iran ha costruito attorno allo Stato ebraico una cintura di proxy, cioè organizzazioni armate utilizzate come strumenti della propria politica regionale:
Hezbollah in Libano;
Hamas e la Jihad islamica palestinese a Gaza;
gli Houthi nello Yemen;
le milizie sciite presenti in Iraq e Siria.
Queste organizzazioni permettevano a Teheran di colpire Israele mantenendo inizialmente una distanza formale dal conflitto: i missili partivano dal Libano, da Gaza o dallo Yemen, ma dietro quelle armi, quell’addestramento e quei finanziamenti si trovava l’Iran.
Oggi, nello scontro con gli Stati Uniti, Teheran applica una strategia simile nella logica, anche se non identica negli strumenti.
Questa volta non utilizza necessariamente un’organizzazione per procura come Hezbollah o Hamas. Utilizza, invece, la geografia del Golfo.
L’Iran non può colpire facilmente Washington o il territorio continentale degli Stati Uniti. Può però colpire la presenza americana distribuita nei Paesi arabi della regione. Ed è esattamente ciò che sta facendo.
Teheran lancia missili e droni contro Bahrain, Kuwait, Qatar, Oman, Giordania e, in alcune fasi, contro obiettivi o minacce dirette anche verso gli Emirati Arabi Uniti.
Non perché questi Paesi abbiano bombardato direttamente l’Iran con le proprie forze armate, ma perché ospitano basi, radar, aeroporti, porti, centri logistici e reparti degli Stati Uniti.
In altre parole, l’Iran non riesce ad arrivare direttamente all’America e allora colpisce l’America presente nel Golfo.
In Bahrain si trova il quartier generale della Quinta Flotta della Marina americana.
In Qatar, nella base di Al Udeid, si trova uno dei principali centri di comando statunitensi dell’intero Medio Oriente.
In Kuwait gli Stati Uniti dispongono di importanti basi terrestri e aeree, tra cui Camp Arifjan e Ali Al Salem Air Base.
In Giordania operano reparti americani e si trovano installazioni utilizzate per le operazioni regionali.
In Oman Washington dispone di accordi di accesso a porti e aeroporti strategici sul Golfo di Oman.
Gli Emirati Arabi Uniti, infine, costituiscono uno dei principali partner militari, tecnologici e logistici degli Stati Uniti nel Golfo e ospitano strutture utilizzate dalle forze americane.
Gli ultimi attacchi iraniani hanno interessato soprattutto installazioni o territori collegati alla presenza militare statunitense in Kuwait, Bahrain, Qatar e Giordania.
Secondo le rivendicazioni dei Pasdaran, sono stati presi di mira anche obiettivi connessi agli Stati Uniti in Oman e in Siria.
Il Kuwait e il Bahrain hanno dichiarato di avere intercettato nuovi missili e droni iraniani, mentre in Qatar frammenti caduti dopo un’intercettazione hanno provocato feriti.
In Giordania un attacco iraniano ha causato anche vittime tra il personale americano (AP News Press).
È quindi necessario usare le parole corrette.
L’Iran non sta bombardando genericamente i Paesi arabi perché considera tutti suoi nemici.
Sta cercando di colpire la rete militare americana dislocata nella regione e, nello stesso tempo, di costringere quei governi a fare pressione su Washington affinché interrompa i bombardamenti.
Il messaggio di Teheran è brutale ma chiarissimo: “Voi permettete agli Stati Uniti di utilizzare il vostro territorio, le vostre basi, i vostri cieli e le vostre infrastrutture; quindi il prezzo della guerra ricadrà anche su di voi”.
È un ricatto strategico.
L’Iran vuole creare una frattura tra Washington e gli alleati arabi.
Vuole spingere Bahrain, Kuwait, Qatar, Oman, Giordania ed Emirati Arabi Uniti a chiedersi se la protezione americana valga il rischio di diventare bersagli dei missili iraniani.
Vuole trasformare il costo della presenza militare americana in un problema interno per ogni governo della regione.
È la stessa filosofia utilizzata contro Israele: non attaccare soltanto il centro del sistema avversario, ma colpirne la periferia, gli alleati, le rotte commerciali e le infrastrutture indispensabili.
Con Israele la periferia era costituita da Hezbollah, Hamas, Houthi e milizie sciite.
Con gli Stati Uniti, la periferia è rappresentata dalle basi americane distribuite negli Stati arabi.
Cambia il mezzo, ma non cambia il metodo.
Teheran cerca di allargare il campo di battaglia per impedire agli Stati Uniti di concentrare tutta la propria potenza direttamente sull’Iran.
Costringe Washington a difendere contemporaneamente navi, basi, aeroporti, radar, soldati e alleati in una regione vastissima.
Ogni missile lanciato verso il Bahrain, il Kuwait, il Qatar o la Giordania obbliga gli Stati Uniti a utilizzare intercettori, sistemi Patriot, difese navali, aerei e uomini.
Ogni attacco aumenta inoltre il rischio che un errore, un missile non intercettato o una vittima civile provochino l’ingresso ancora più diretto di un altro Paese nella guerra.
Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno colpendo l’Iran soprattutto lungo la sua fascia meridionale.
I nomi centrali sono Bandar Abbas e Bandar Khamir.
Bandar Abbas è il grande porto iraniano affacciato sullo Stretto di Hormuz, fondamentale sia per il commercio sia per le operazioni della Marina e dei Guardiani della rivoluzione.
Bandar Khamir si trova più a ovest, lungo la stessa provincia di Hormozgan.
Qui gli americani hanno colpito ponti e collegamenti con l’obiettivo di ostacolare il trasferimento di uomini, carburante, missili e rifornimenti verso Bandar Abbas e le installazioni costiere.
Più a est si trovano Jask, Konarak e Chabahar, sul Golfo di Oman: un’altra zona decisiva perché consente all’Iran di controllare il traffico marittimo e di operare anche al di fuori dello Stretto di Hormuz.
Gli Stati Uniti stanno quindi tentando di indebolire la capacità iraniana di controllare il mare, sorvegliare le navi e rifornire le proprie forze costiere.
L’Iran, invece, cerca di rispondere colpendo tutto il sistema regionale che permette agli Stati Uniti di condurre quella campagna.
È questo il vero confronto.
Da una parte la superiorità tecnologica e aerea americana.
Dall’altra una strategia iraniana dispersa, asimmetrica e costruita per logorare l’avversario su molti fronti contemporaneamente.
Questo non significa che l’Iran non sia stato gravemente colpito.
Le perdite militari, logistiche ed economiche sono pesanti. Radar, comandi, depositi, ponti, aeroporti e installazioni costiere hanno subito danni significativi.
Ma non significa nemmeno che Teheran sia ormai incapace di continuare.
L’Iran ha preparato per decenni basi sotterranee, depositi distribuiti, rampe mobili, reti di comando decentralizzate e una grande quantità di missili e droni proprio per sopravvivere a una campagna aerea condotta da un avversario superiore.
La difficoltà americana sta qui: bombardare l’Iran è possibile; eliminare completamente la sua capacità di reagire è molto più complesso.
E ciò che può accadere adesso dipende soprattutto da questa dinamica.
Gli Stati Uniti potrebbero continuare ad aumentare la pressione, colpendo sempre più profondamente le infrastrutture militari e logistiche iraniane.
L’Iran potrebbe intensificare gli attacchi contro le basi americane nel Golfo, cercando di provocare altre perdite e di spaventare gli alleati di Washington.
Potrebbe, inoltre, aumentare la pressione sullo Stretto di Hormuz e, attraverso gli Houthi, minacciare nuovamente anche Bab el-Mandeb e il Mar Rosso.
In questo modo Teheran cercherebbe di stringere il commercio mondiale tra due passaggi obbligati: Hormuz a est e Bab el-Mandeb a ovest.
Lo scenario più pericoloso sarebbe però un attacco iraniano capace di causare un numero elevato di vittime americane o civili in uno degli Stati del Golfo.
A quel punto Washington potrebbe decidere di ampliare radicalmente la campagna, colpendo non soltanto le forze militari iraniane, ma anche infrastrutture energetiche, industriali e di governo.
E gli Stati arabi, fino a oggi utilizzati come terreno della guerra indiretta, potrebbero essere costretti a partecipare più apertamente al conflitto.
La conclusione, quindi, è netta.
L’Iran non sta affrontando direttamente gli Stati Uniti sul loro territorio. Sta colpendo il sistema di basi e alleanze attraverso il quale l’America esercita la propria potenza in Medio Oriente.
È lo stesso principio applicato per anni contro Israele: allora usava Hamas, Hezbollah e gli Houthi; oggi utilizza la vulnerabilità degli Stati arabi che ospitano le forze americane.
Non sono veri e propri proxy, ma diventano involontariamente il luogo nel quale Teheran cerca di raggiungere Washington.
Per questo non stiamo assistendo soltanto a una guerra tra due Paesi.
Stiamo assistendo al tentativo dell’Iran di trasformare l’intero Golfo Persico nel fronte indiretto della sua guerra contro gli Stati Uniti.





