
di Vito Schepisi
Quasi un ventennio è passato da quando il 15 settembre del 2006 è venuta meno Oriana Fallaci, la più lucida giornalista italiana di tutti i tempi.
Ogni riga dei suoi scritti (libri e articoli), pur aderente ai fatti dei tempi in cui scriveva, mantiene quella lucida attualità da sembrare appena scritta.
Rileggendo e ripercorrendo il suo pensiero, appare che la Fallaci abbia anticipato gli sviluppi di ciò che stava già accadendo.
I concetti, i pensieri e gli scenari, infatti, scorrono, uno dopo l’altro, in simbiosi con l’attualità, tanto d’avvertire oggi tutta la logica consequenzialità, rispetto a ciò che la scrittrice già anticipava.
Oriana Fallaci è stata la voce della coscienza di un’Italia colta, autonoma e libera, però minoritaria e schiacciata dalla morsa dei poteri e delle ideologie insorgenti.
L’11 settembre del 2001, il giorno dell’aggressione al mondo occidentale, realizzatosi con l’attacco alle Torri Gemelle a New York, per Oriana Fallaci aveva rappresentato l’ostentazione criminale dell’integralismo islamico che vergava il suo consolidamento sui corpi esamini di oltre tremila morti e 6.000 feriti (molti deceduti per le conseguenze dei traumi subiti).
Un orrore premeditato e senza precedenti, se si pensa che la mattina dell’11 settembre 2001, in contemporanea, come riportato da Wikipedia: “Quattro aerei di linea furono dirottati da 19 terroristi. Due aerei furono fatti schiantare contro le torri Nord e Sud del World Trade Center, a Manhattan – New York. E nello spazio di 1 ora e 42 minuti entrambe le torri crollarono. I detriti e gli incendi causarono poi il crollo parziale o totale di tutti gli altri edifici del complesso.
Un terzo aereo, fu fatto schiantare contro il Pentagono, sede del Dipartimento della Difesa, nella contea di Arlington in Virginia. L’attacco causò il crollo della facciata ovest dell’edificio.
Un quarto aereo, venne fatto dirigere verso Washington per colpire il Campidoglio o la Casa Bianca, ma precipitò successivamente in un campo nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania, a seguito di un’eroica rivolta dei passeggeri”.
Dopo i valori riconquistati del pluralismo e della democrazia, l’Italia si stava già adagiando sulle coltri d’un mainstream d’ipocriti e s’era giù persa per strada, rincorrendo le ideologie massimaliste, le teorie fumose del nuovo imperialismo internazionalista, la globalizzazione economico-produttiva ed i cedimenti verso il concetto d’integrazione, ma percorso all’inverso.
La giornalista e scrittrice fiorentina, invece, aveva sempre mostrato una vigile e preoccupata attenzione per l’Islam, ne interpretava i rumori, ne osservava i bagliori, ne seguiva le trame.
La Fallaci non è stata donna dai sentimenti nascosti, ma schietta e sensibile, ostentava, scrivendo, le sue passioni e le sue inquietudini. Non aveva peli sulla lingua e pensava ciò che sentiva e diceva ciò che pensava: la condanna per islamofobia in Francia, pertanto, gli è passata sotto il naso con grande indifferenza.
Aveva fatto la Resistenza in prima fila in Italia, mostrando fermezza e coraggio.
Era antinazista, che è qualcosa di più che antifascista, e guardava ad Israele come ad una democrazia consolidata in un territorio ostile.
Avrebbe sofferto tantissimo per la deriva antisemita rivelatasi dopo il massacro (1200 morti) ed il rapimento di 250 ostaggi del 7 ottobre del 2023.
Oriana Fallaci nel 2002 con un articolo su Panorama e sul Corriere della Sera aveva lanciato una pesante accusa (“Io trovo vergognoso …”) contro l’antisemitismo ed il comportamento di quanti (chiesa cattolica compresa) assecondavano ieri, ma lo fanno anche oggi, messaggi e sentimenti antisemiti.
Nessuna condanna francese, pertanto, avrebbe potuto cambiare le sue convinzioni ed il suo piglio severo nel definire “pionieri dell’islamizzazione” gli immigrati che arrivavano sulle coste italiane ed europee.
Se ricordare fa bene, dimenticare rischia di trasformarsi in pericolo letale per la libertà, per la democrazia e per la stessa vita.
Una premessa lunghissima, questa, per ragionare su come eravamo, da cosa siamo scampati, dove siamo, da cosa dobbiamo difenderci e come rischiamo di finire.
Se si pensa che tutto sia sotto controllo e che in qualsiasi momento si possa frenare e fare retromarcia si è fuori dalla realtà.
I danni che abbiamo creato non si riparano.
Ciò che si può fare è non sbagliare ancora.
Vale per l’Italia, vale per l’Europa e vale per l’Occidente, cioè per l’area della nostra cultura e per quella della nostra civiltà.
E se si mettesse da parte la politica, con le sue parole d’ordine e coi suoi giochi, e si provasse a capire di più con la forza della ragione?





