La lezione della Cina
Nelle ultime ore la Borsa di Shanghai è stata investita da una delle più violente “cadute” degli ultimi anni.
In poco più di due settimane sono andati in fumo circa 1.480 miliardi di dollari di capitalizzazione, travolti da una spirale di vendite forzate e margin call.
La reazione di Pechino è stata immediata, la China Securities Regulatory Commission ha convocato un vertice d’urgenza e ha attivato la cosiddetta “squadra nazionale”, i grandi fondi controllati dallo Stato incaricati di acquistare azioni, assorbire il panico e ristabilire la fiducia degli investitori.
Per un osservatore occidentale si potrebbe trattare dell’ennesima crisi finanziaria. In realtà, il dato più interessante non è il crollo della Borsa, ma la natura della risposta cinese, qui emerge una differenza profonda tra due modelli di potere.
Pechino continua infatti a considerare il mercato finanziario un’infrastruttura strategica dello Stato e non un semplice luogo di incontro tra domanda e offerta.
Quando la stabilità finanziaria viene percepita come una possibile vulnerabilità nazionale, il governo interviene direttamente. Non per correggere il mercato, ma per proteggere la capacità dello Stato di perseguire i propri obiettivi strategici.
È una differenza sostanziale rispetto all’impostazione occidentale. In Europa e negli Stati Uniti economia, finanza, politica industriale e sicurezza nazionale vengono spesso affrontate come ambiti distinti, la Repubblica Popolare Cinese li considera elementi di un’unica architettura di potere.
La finanza non è separata dalla strategia, ne rappresenta una delle principali leve operative. Il sistema internazionale attraversa una fase di crescente instabilità, la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina si è intensificata, la guerra dei semiconduttori continua a ridefinire gli equilibri industriali globali, le catene di approvvigionamento vengono progressivamente riconfigurate, mentre le tensioni nello Stretto di Taiwan, nel Mar Cinese Meridionale, nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso dimostrano quanto economia e sicurezza siano ormai inseparabili.
Una crisi finanziaria non rappresenta soltanto una perdita di ricchezza, per la leadership cinese potrebbe rallentare gli investimenti nell’intelligenza artificiale, nei semiconduttori, nell’industria spaziale, nella cantieristica navale, nella difesa e nelle infrastrutture della Belt and Road Initiative.
In altre parole, potrebbe compromettere la capacità della Cina di sostenere la competizione strategica con gli Stati Uniti. Per questo motivo Pechino non separa mai economia, finanza e strategia nazionale. Ogni leva economica viene considerata parte integrante della proiezione di potenza dello Stato.
Le grandi banche, i fondi sovrani, le imprese pubbliche, le autorità di vigilanza e la politica industriale rispondono a una logica comune, preservare la stabilità interna e rafforzare il peso internazionale della Cina.
C’è poi un elemento da considerare, la cosiddetta “squadra nazionale” non interviene soltanto per sostenere le quotazioni o limitare le perdite degli investitori. Interviene per difendere la credibilità dello Stato, la Sicurezza Nazionale.
Nel modello cinese, la fiducia nei mercati coincide anche con la fiducia nella capacità del Partito Comunista di garantire crescita, stabilità e continuità.
Una crisi finanziaria incontrollata potrebbe essere percepita come un segnale di debolezza del sistema nel suo complesso. Ragione per la quale ogni turbolenza viene affrontata come una questione di primaria importanza a livello nazionale.
La finanza è uno strumento e non un settore autonomo, ma una componente della strategia complessiva dello Stato.
Questa situazione riguarda anche l’Europa, perché se le grandi potenze considerano ormai mercati finanziari, industria, tecnologia, energia, infrastrutture critiche e approvvigionamenti come elementi della competizione geopolitica, può l’Unione Europea continuare a trattarli come politiche separate?
La vicenda della Borsa di Shanghai dimostra che il confronto tra le grandi potenze non si gioca più soltanto sugli oceani, nei cieli o nello spazio.
Si gioca anche nei mercati finanziari, nella capacità di orientare il capitale, di proteggere gli investimenti strategici e di impedire che la finanza diventi un fattore di vulnerabilità nazionale.
La Cina, forse prima di molti altri, sta dando una lezione comprendendo che il controllo della finanza non è soltanto una questione economica, è una condizione essenziale per esercitare potere, garantire sicurezza e difendere la propria sovranità strategica.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


