Il rapporto tra tecnologia, dati personali e sicurezza nazionale
La vicenda dei taxi cinesi non riguarda semplicemente la concorrenza nel settore del trasporto pubblico ma tocca un tema molto più ampio: il rapporto tra tecnologia, dati personali e sicurezza nazionale.
Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa italiana, il governo statunitense avrebbe espresso forti preoccupazioni sull’impiego di taxi elettrici prodotti da aziende cinesi, ritenendo che i sistemi informatici di bordo possano raccogliere enormi quantità di dati sui loro utilizzatori.
Anche la cooperativa romana Radiotaxi 3570 avrebbe richiamato l’attenzione delle autorità italiane sulla questione, chiedendo verifiche e maggiore cautela.
Ma perché tanto allarme? Le automobili moderne sono ormai dei computer su quattro ruote.
Attraverso GPS, telecamere, radar, microfoni, sensori e connessioni permanenti a Internet, possono registrare: i tragitti percorsi; gli orari degli spostamenti; le soste; le destinazioni abituali; le persone trasportate; perfino alcune informazioni sul comportamento del conducente.
In condizioni normali questi dati servono a migliorare la navigazione, la sicurezza e la manutenzione del veicolo. Il problema nasce se tali informazioni vengono trasmesse verso server collocati all’estero o risultano accessibili a soggetti terzi. Per gli Stati Uniti questo rappresenta ormai un tema di sicurezza nazionale.
Se un diplomatico, un militare, un magistrato, un ricercatore impegnato in programmi strategici o un dirigente di aziende sensibili utilizzasse quotidianamente un veicolo capace di registrare ogni spostamento, nel tempo sarebbe possibile ricostruire una mappa estremamente precisa delle sue abitudini, dei suoi incontri e perfino delle reti di relazione.
È il valore dei dati che preoccupa più del veicolo.
Oggi il petrolio del XXI secolo non sono più gli idrocarburi, ma le informazioni. Chi controlla i dati conosce le persone, ne anticipa i comportamenti e può ricostruire dinamiche economiche, politiche e militari.
Naturalmente, va sottolineato che, finora, non sono state rese pubbliche prove che dimostrino un utilizzo sistematico dei taxi cinesi per attività di spionaggio.
Le preoccupazioni espresse riguardano soprattutto il rischio potenziale e la possibilità tecnica di raccogliere grandi quantità di dati, non l’accertamento di attività illecite già avvenute.
Questa vicenda, però, ci costringe a una riflessione più profonda. Per decenni abbiamo pensato che la globalizzazione fosse soltanto uno scambio di merci.
Oggi scopriamo che insieme alle merci viaggiano software, algoritmi, piattaforme digitali e flussi di informazioni. La competizione tra Stati Uniti e Cina non si combatte più soltanto con portaerei, missili o dazi commerciali.
Si combatte soprattutto sul controllo dei dati, dell’intelligenza artificiale, delle reti di telecomunicazione, dei semiconduttori e delle infrastrutture digitali.
Il taxi diventa, così, il simbolo di una trasformazione epocale: non è più soltanto un mezzo di trasporto, ma un nodo di una gigantesca rete informatica. Ed è proprio questo il punto che dovrebbe far riflettere tutti noi.
Ogni volta che utilizziamo uno smartphone, un’automobile connessa, uno smartwatch o un assistente vocale, lasciamo dietro di noi una scia invisibile di informazioni. Sommate tra loro, queste tracce raccontano chi siamo con una precisione sorprendente.
La vera domanda, allora, non è se i taxi cinesi possano spiare i nostri tragitti.
La domanda è molto più ampia e riguarda ciascuno di noi: abbiamo davvero compreso che, nell’era digitale, ogni nostra abitudine può trasformarsi in un dato e che ogni dato, nelle mani sbagliate, può diventare uno strumento di potere?





