La diplomazia ascolti i silenzi della storia
La crisi più sottovalutata del momento non è quella di cui parlano tutti.
L’opinione pubblica mondiale è comprensibilmente assorbita dalla guerra in Ucraina, dalla drammatica instabilità del Medio Oriente e dalla crescente competizione strategica tra Stati Uniti e Cina.
Sono i grandi temi che dominano i titoli dei giornali, le televisioni e il dibattito politico internazionale.
Eppure, la storia insegna che gli eventi destinati a cambiare il corso del mondo raramente maturano sotto i riflettori.
Più spesso prendono forma nelle periferie dell’attenzione, nei luoghi dove la diplomazia lavora poco, l’informazione arriva con ritardo e i segnali di allarme vengono considerati marginali.
È per questo che continuo a ritenere una delle questioni geopolitiche più sottovalutate il progressivo deterioramento dei rapporti tra India e Pakistan.
Non stiamo parlando di due Paesi qualsiasi, ma di due potenze nucleari nate da una delle divisioni più dolorose del Novecento, segnate da guerre, terrorismo, reciproca diffidenza e da una disputa mai risolta sul Kashmir, una delle regioni più militarizzate del pianeta.
Tra Nuova Delhi e Islamabad non esiste soltanto un conflitto territoriale. Esiste una memoria storica fatta di ferite mai rimarginate, di identità contrapposte, di nazionalismi che alimentano la sfiducia reciproca e di apparati militari costantemente in stato di vigilanza.
In un simile contesto, basta un attentato terroristico, un errore di intelligence, una provocazione lungo la Linea di Controllo o un incidente militare perché la spirale delle ritorsioni possa sfuggire rapidamente al controllo politico.
Quando entrambe le parti dispongono dell’arma nucleare, il problema non è soltanto la volontà di usarla. Il vero pericolo è che una crisi possa degenerare più velocemente della capacità dei governi di contenerla.
La geopolitica ci insegna una lezione che troppo spesso dimentichiamo: le grandi crisi non nascono quasi mai dove tutti le aspettano. Esplodono nei punti di frizione che il mondo considera secondari, salvo poi accorgersi troppo tardi che erano diventati strategici.
Un eventuale conflitto tra India e Pakistan non resterebbe confinato all’Asia meridionale. Le conseguenze investirebbero l’intero sistema internazionale.
Verrebbero colpite le rotte commerciali, le catene globali di approvvigionamento, i mercati energetici, la finanza internazionale e gli investimenti.
Milioni di persone potrebbero essere costrette a spostarsi, mentre le tensioni politiche si propagherebbero ben oltre i confini regionali. Anche le grandi potenze sarebbero inevitabilmente coinvolte.
Gli Stati Uniti hanno consolidato negli ultimi anni una partnership strategica sempre più stretta con l’India, considerata essenziale per bilanciare l’ascesa della Cina nell’Indo-Pacifico.
Pechino, dal canto suo, mantiene rapporti privilegiati con il Pakistan, partner fondamentale della Nuova Via della Seta e tassello importante della propria strategia regionale.
Una crisi locale rischierebbe quindi di trasformarsi rapidamente in una crisi internazionale, nella quale gli interessi delle grandi potenze finirebbero per intrecciarsi, rendendo ancora più difficile qualsiasi mediazione.
La politica estera, tuttavia, continua troppo spesso a privilegiare la gestione delle emergenze rispetto alla loro prevenzione.
Si interviene quando il conflitto è già esploso, quando le immagini della guerra occupano le prime pagine e quando le decisioni diventano inevitabilmente più costose, più difficili e meno efficaci.
La diplomazia dovrebbe invece avere il coraggio di occuparsi soprattutto delle crisi che ancora non fanno notizia, perché è in quella fase che può realmente impedire il peggio.
La storia, del resto, è piena di guerre che, fino al giorno prima del loro scoppio, sembravano improbabili. I grandi sconvolgimenti geopolitici non arrivano quasi mai senza preavviso. Arrivano perché i segnali vengono ignorati, minimizzati oppure interpretati come episodi isolati.
Solo dopo ci si accorge che quegli indizi erano i frammenti di un mosaico che nessuno aveva voluto ricomporre. Per questo considero il compito di chi osserva la politica internazionale non quello di inseguire il rumore quotidiano delle notizie, ma quello, molto più difficile, di ascoltare i silenzi della storia.
Perché è proprio nei silenzi, più che nel frastuono dell’attualità, che spesso si preparano gli eventi destinati a cambiare gli equilibri del mondo.





