L’altalenante equilibrio internazionale
La sola coppa che maneggia è quella del mondiale di calcio. La “coppa” più importante, il Nobel per la pace, è di là da venire.
Donald Trump avrebbe concluso otto trattative di pace, la contabilità la conosce soltanto lui, non conclude, anzi, rompe le sole due che valgano il riconoscimento.
Alla Casa Bianca da circa due anni, a circa un anno dallo spirito di Anchorage, gli appelli di Trump a una soluzione negoziata in Ucraina sono cadute nel vuoto.
Vuoi perché Vladimir Putin è sordo a qualsiasi richiesta che non lo veda vincitore sul campo ultra vires, e cioè anche di territori non ancora conquistati.
Vuoi perché gli Europei, in testa i Volenterosi, continuano ad alimentare la resistenza ucraina con forniture di risorse e armi, queste ultime da acquistare in prevalenza sul mercato americano, così alimentando l’economia a stelle e strisce e rendendo meno sensibile quella dirigenza al cambio di rotta.
Con la guerra si guadagna, grazie agli acquisti che gli europei effettuano in parte per convinzione e in parte per costrizione. La potenza americana guarderebbe altrimenti verso un diverso versante e la solidità della NATO ne risentirebbe.
Il paradosso della posizione europea è che l’Unione decide di dotarsi di un inviato speciale e non lo nomina. Il paradosso è che alcuni stati membri, a onta delle sanzioni, continuano ad acquistare idrocarburi dalla Russia.
Nel 2026 gli acquisti sono cresciuti del 18%, in massima parte dalla Francia con 6 miliardi di euro. La Francia guida i Volenterosi, il suo Presidente moltiplica gli inviti alla compattezza.
O a Parigi si sconta la vittoria della candidata filorussa alle presidenziali 2027 e se ne anticipa la svolta, oppure la società economica marcia a una velocità diversa dalla dirigenza politica.
L’Italia, malgrado gli avvertimenti dell’ENI, resta ferma nel rifiuto. Diversifichiamo gli approvvigionamenti e ci volgiamo, di preferenza, ai vicini come Algeria e Azerbaigian.
Il memorandum d’intesa con l’Iran, si è già scritto dell’equivoca interpretazione dell’articolo 5 sul traffico a Hormuz, è archiviato a favore della ripresa della campagna militare. I bombardamenti si susseguono sui siti strategici e sulle infrastrutture della Repubblica Islamica.
Teheran reagisce chiudendo completamente Hormuz, il passaggio sicuro al largo delle Coste omanite non è tale per gli armatori, e colpendo le basi americane in Kuwait e Giordania.
L’Emirato ha la colpa di essere vicino all’Iran e di essere il bersaglio più facilmente raggiungibile. Il Regno hashemita è alleato tradizionale degli Stati Uniti nonché vicino in pace di Israele.
Il mistero Israele, lo Stato è per ora fuori dalla contesa, sarà presto sciolto.
Le IDF sono pronte, gli Americani aumentano le forniture di strumenti militari e di velivoli per i rifornimenti, la IAF starebbe per partecipare ai bombardamenti.
La popolazione tornerà nei rifugi nella nuova prova di resistenza. Quanto questo durerà, è difficile da capire.
Nel frattempo, si moltiplicano le iniziative dei mediatori perché le parti tornino a trattare.
Gli Americani ci sperano, una delegazione iraniana infiacchita dai nuovi danni sarebbe meno restia al compromesso.
Dall’altra parte, gli Iraniani sperano di ammorbidire la delegazione americana in prossimità delle elezioni di metà percorso.
Calcolano che: i Repubblicani non vorranno presentarsi alla prova con una guerra in corso, specie se vedesse impegnati i soldati sul terreno; i possibili vincitori Democratici vorranno frenare l’onnipotenza del Presidente nel fare e disfare gli equilibri internazionali.
L’autunno è il periodo per la verifica in Medio Oriente. Il 27 ottobre si celebrano le elezioni legislative in Israele. Il partito Yashar (dritto) di Gadi Eisenkot è dato in leggero vantaggio sul Likud di Benjamin Netnyahu.
Alleandosi con i centristi di Naftali Bennet, Benny Gantz e Yair Lapid nonché con i Democratici di Yair Golan e forse con i partiti arabi, Yashar coagulerebbe la maggioranza alla Knesset.
Sarebbe il ritorno al vertice di ex esponenti delle forze armate: per una svolta rispetto al lungo premierato di Netanyahu e nella postura internazionale di Israele.





