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KIEV COME KABUL?

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“Gli Stati Uniti non combattono contro la Russia, ma sostengono l’Ucraina nella sua battaglia contro la Russia. Esattamente come in Afghanistan aiutavano i mujahidin contro l’Unione Sovietica”.

Fa una certa impressione leggere queste affermazioni di Jeffrey Mankoff (del Center Strategic Research alla National Defense University), pubblicate sul Limes 5/2023.

In Afghanistan si sa come è andata a finire: cacciati i russi, alla fine sono arrivati, dopo le illusioni portate dagli occidentali, i talebani, con Biden in fuga da Kabul.

L’esempio non è dei più rassicuranti per chi sta lasciando migliaia di uomini sul campo.

Ma non basta. “Abbiamo stanziato risorse incredibili per gli ucraini – continua Jeffrey Mankoff – ma siamo stati anche chiari che non vogliamo superare certi limiti. Non combatteremo per conto di Kiev. Se gli ucraini non avranno successo sul campo di battaglia, gli Stati Uniti continueranno ad assicurarsi di non avviare un’escalation verso uno scontro diretto con la Russia”.

In buona sostanza: vi diamo aiuto, ma se volete vincere arrangiatevi.

Infine, Jeffrey Mankoff, lancia l’ultimo dardo al cuore di Zelensky: “Difficilmente l’Ucraina entrerà mai nella Nato”. Amen.

Che l’Ucraina possa vincere la guerra è assai poco probabile.

L’Ucraina, infatti, non è nelle condizioni sperate all’inizio della controffensiva.

A dirlo alla Bbc è lo stesso Zelensky, il quale afferma: “Le operazioni delle nostre forze per la riconquista delle zone occupate dalla Russia registrano progressi più lenti di quanto previsto, ma serve cautela perché ci sono vite in gioco e ci sono mine disseminate su circa 200.000 chilometri quadrati di territorio”.

Kiev afferma di aver riconquistato con la controffensiva delle sue forze otto località nella regione meridionale di Zaporizhzhia e in quella orientale di Donetsk. “Alcuni credono che questo sia un film di Hollywood e si aspettano risultati immediati. Non è così – ha detto ancora Zelensky -. Qualunque cosa vogliano alcuni, compresi tentativi di fare pressioni su di noi, con tutto il rispetto, avanzeremo sul campo di battaglia nel modo che riteniamo migliore”. 

Salvo che non ci sia qualche piano B segretissimo nel cassetto, la guerra continua ad essere di frizione, con piccoli avanzamenti e piccoli arretramenti e perdite ingenti di materiale e di uomini.

Nel frattempo il risultato di quanto sta avvenendo in Ucraina è ben chiaro, come lo spiega Fedor Luk’janov, direttore di Russia in Global Affairs su Limes (5/2023): “Uno dei temi su cui si discute di più oggi in Russia è la rottura dei rapporti con l’Occidente. Si parla di divorzio definitivo ed irreparabile”.

In Russia sta avanzando un’idea autarchica, che si basa sulle immense ricchezze del suo sottosuolo, in una logica che guarda a Est.

Anche la speranza di qualcuno che Putin possa essere scalzato dal potere sembra svanire se, come sostiene Orietta Moscatelli (Limes 5/2023) il Centro Levada ha dovuto registrare l’alto gradimento di cui gode il capo del Cremlino.

Dagli Stati Uniti arriva in questi giorni,come una bomba, lo scandalo sulle forniture di armi all’Ucraina.

Il New York Times, attraverso un’inchiesta, avrebbe infatti fatto emergere che le armi giunte in terra ucraina non solo sarebbero state insufficienti per aiutare la difesa del Paese, ma soprattutto che si sarebbe trattato di un rifornimento di mezzi incapaci e da rottamare. Dure e pesanti le accuse da parte del giornale americano.

Le armi inviate si sarebbero dimostrate inutili, da rottamare e per le quali sarebbero stati spesi milioni inutilmente.

Il New York Times ha svelato che i semoventi, blindati e fuoristrada inviati da diversi Paesi all’Ucraina non solo sarebbero stati logori, ma anche non funzionanti. E sullo sfondo aleggia il sospetto della corruzione che continua a essere altissima.

Oltre a non essere utilizzabili, sempre secondo la ricostruzione del NYT, le forniture ricevute dai Paesi alleati sarebbero poi state rimesse a posto dall’Ucraina, che avrebbe dovuto sborsare fior di milioni a società americane per aggiustarle.

Dal Pentagono arrivano le smentite, con il top manager della Ultra Defense Matthew Herring che ha sottolineato che al momento della cessione dei semoventi a Kiev tutto era perfettamente funzionante. Una volta arrivati in Ucraina, però, qualcosa non sarebbe andato come doveva.

Herring ha puntato il dito contro l’esercito ucraino, colpevole secondo lui di non aver saputo gestire le armi giunte nel Paese come dono per la guerra.

Gli Usa non sarebbero il solo Paese ad aver donato armi inutilizzabili. Tra questi, ci sarebbero anche le munizioni pakistane, i surplus marocchini, la contraerea giordana e anche gli elicotteri slovacchi e i cannoni italiani.

Un gran pasticcio, insomma, che mette al tappeto la credibilità dei cosiddetti alleati che, a quanto sembra, operano più con la propaganda che con una solidarietà vera e propria.

Il quadro è drammatico da tutti i punti di vista e l’Occidente ci sta facendo una gran brutta figura.

Forse è ora di dire la verità, di cambiare registro e di chiudere la vicenda con un congelamento del conflitto che dia voce alla diplomazia, non solo per evitare escalation, ma anche, a questo punto, un massacro che sembra essere senza sbocchi.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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