
di Carlo Di Stanislao
“Ogni vita è santa”
Daniel Taub, Per conoscere l’ebraismo
Il valore della vita umana è enfatizzato dal fatto che la Bibbia descrive l’uomo come un essere creato “a immagine di Dio”. Secondo l’Ebraismo, ciò non significa che l’uomo è “fisicamente” uguale a Dio (anche perché gli ebrei non attribuiscono a Dio alcuna rappresentazione fisica), ma che ogni essere umano, come Dio, è depositario di un valore infinito.
Il Talmud afferma :” Chiunque attenta a una singola vita, è come se attentasse al mondo intero.” Questa affermazione riveste particolare importanza in un’epoca in cui ideologie di diverso tipo cercano di trovare vie atte a giustificare la soppressione di una vita umana. L’insegnamento ebraico ricorda che ogni esistenza è un “intero mondo” e che non ci sono motivi che possano giustificarne la soppressione.
Il fatto di riconoscere il valore della vita umana, non equivale a essere sostenitori di un pacifismo ad oltranza. Se qualcuno di presenta per uccidere, chi è in pericolo, secondo la Torah, deve far fronte alla cosa e uccidere il suo attentatore. In modo simile se qualcuno rappresenta una minaccia per la vita altrui, se non ci sono altri modi di difendersi, è lecito ucciderlo. La stessa logica ha portato i rabbini a ritenere lecito l’aborto quando il feto non ancora nato rappresenta un pericolo di vita per la vita della madre.
Nella tradizione ebraica, qualsiasi comandamento può essere violato quando è in gioco la vita di una persona. E’ fuori dubbio che anche gli Ebrei più ortodossi porterebbero qualcuno in ospedale, in giorno di sabato, se ciò fosse veramente necessario. Solo tre dei comandamenti principali (la proibizione dell’omicidio, dell’idolatria e dell’incesto) sono considerati talmente importanti da essere anteposti al dovere di salvare la vita di qualcuno.
Oggi a Gaza, nel Linbano, in Siria e nei confronti dell’Iran Israele si comporta così?
Il termine “antisemitismo” venne coniato nel 1879 dall’agitatore tedesco Wilhelm Marr, ma le basi di questa ideologia di odio risalgono a tempi remoti.
Il primo episodio di ostilità storicamente documentato si verificò per motivi religiosi intorno al 400 a.C., nell’Egitto dei faraoni, con la distruzione del tempio ebraico di Elefantina (l’odierna città di Assuan). Furono di natura religiosa anche le successive persecuzioni nel regno di Siria, perché gli ebrei si opponevano all’ellenizzazione del loro culto.
E alcuni studiosi hanno individuato un sentimento anti-ebraico tra gli antichi Greci e Romani, sempre a causa della loro fede monoteista. Episodi di odio sono in effetti citati nelle fonti classiche da Cicerone, da Tacito e da Giovenale.
Una svolta decisiva avvenne dopo l’Editto di Tessalonica del 380 d.C.: l’imperatore Teodosio I rese il cristianesimo la religione ufficiale dell’Impero romano, mettendo fuori legge gli altri culti. Gli ebrei vennero progressivamente privati dei diritti di cui avevano goduto sotto gli imperatori pagani e iniziarono a essere perseguitati. «Al tempo dei Romani le violenze furono tutte di natura politica, perché gli ebrei non si erano conformati alla religione di Stato e all’obbedienza nei confronti dell’imperatore», spiega Marina Caffiero, docente di Storia moderna all’Università La Sapienza di Roma. «Il cristianesimo concettualizzò l’antigiudaismo sul piano teologico. Fu sant’Agostino il primo a codificare l’ostilità verso di loro, accusandoli di deicidio.
Al tempo stesso si impose quella che sarà per lungo tempo la politica della Chiesa nei confronti degli ebrei, ovvero da un lato la repressione, dall’altro la tolleranza e la persistenza all’interno della società cristiana», prosegue Caffiero. «Gli ebrei dovevano essere i testimoni della verità del cristianesimo e su questa ambivalenza si rifletterà in seguito anche la nascita del ghetto».
Nel V secolo gli editti di Teodosio e Valentiniano esclusero i fedeli di Jehovah da ogni carica pubblica e dall’accesso alle università. Ma i primi grandi massacri si verificarono nell’Europa Centrale nel 1096, ai tempi della Prima crociata: le comunità ebraiche insediate lungo il Reno e il Danubio furono quasi del tutto cancellate dai cavalieri cristiani in marcia verso la Terrasanta. Già ad Alessandria d’Egitto, nei primi anni del cristianesimo, gli ebrei cominciarono a essere accusati, senza prove, dell’omicidio rituale di bambini cristiani. Alla metà del XIII secolo questo sospetto si trasformò nella cosiddetta “accusa del sangue”, ovvero il presunto utilizzo del sangue dei bimbi per i riti della Settimana santa. Un’accusa che nel 1475 sfociò nel drammatico caso di Simonino, un bimbo trovato morto a Trento, per il quale quindici ebrei furono accusati di omicidio e costretti a confessare sotto tortura, prima di essere uccisi.
Una combinazione di pregiudizio popolare e interessi politici ed economici innescò nel Medioevo nuove ondate di odio antiebraico. Siccome la Chiesa condannava l’usura e vietava ai cristiani di prestare denaro (lo “sterco del diavolo”) su pegno, questa attività diventò prerogativa degli ebrei e presto si diffuse il luogo comune del giudeo usuraio. Nel XIV secolo si sparse la voce che avessero causato loro la diffusione della Peste nera, avvelenando i pozzi. Papa Clemente VI cercò di proteggerli ma non riuscì ad arginare la violenza che travolse centinaia di comunità.
Oltre agli eccidi, sono tristemente famose le migrazioni forzate all’origine della diaspora ebraica. Il primo esodo dalla Palestina (dopo la deportazione in Babilonia del VI secolo a.C., narrata dalla Bibbia) seguì le guerre giudaiche e la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte dell’imperatore Tito, nel 70 d.C. Tra il XIII e il XV secolo gli ebrei vennero invece espulsi in rapida successione dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania e dalla Spagna. Con il decreto di Granada del 31 marzo 1492, re Ferdinando II d’Aragona impose a tutti gli ebrei spagnoli di scegliere tra la conversione al cattolicesimo e l’espulsione o la morte.
Decine di migliaia di profughi si diressero verso il Portogallo – da dove sarebbero stati espulsi successivamente –, altrettanti raggiunsero i Paesi Bassi, l’Italia e la Grecia.
Anche Martin Lutero si scagliò contro di loro quando rigettarono il suo appello a convertirsi, trasmettendo quell’odio in eredità al luteranesimo. Nel XVI secolo, in piena Controriforma, nacquero i primi “ghetti”, i quartieri dove gli ebrei furono costretti a risiedere. Erano circondati da mura, con portoni che venivano chiusi al tramonto e riaperti all’alba. Il primo, nel 1516, fu quello di Venezia. Quello di Roma fu istituito quattro decenni più tardi dalla bolla Cum nimis absurdum di papa Paolo IV, che impose una serie di dure restrizioni alle comunità ebraiche di tutta Europa. I ghetti vennero progressivamente aperti nel XIX secolo, ma furono poi ricostituiti dai nazisti come tappa verso la “Soluzione finale”.
Le origini dell’antisemitismo moderno risalgono all’Ottocento, il secolo delle persecuzioni antiebraiche in Germania, in Ungheria e soprattutto in Russia. I “pogrom” (dal russo “devastazione”) dell’epoca zarista causarono massacri anche prima che i Protocolli dei Savi Anziani di Sion (un falso messo insieme in Russia) diffondessero l’idea delirante di un complotto ebraico per il dominio sul mondo. Ma esiste una connessione tra l’antisemitismo moderno e l’antigiudaismo antico? Secondo Marina Caffiero è semplicistico considerarli fenomeni disgiunti e incomparabili. «Esiste un nesso ben preciso, poiché le radici storiche dell’antisemitismo affondano nell’ostilità della cultura cristiana antica che ha fornito elementi culturali e intellettuali durevoli nel tempo. Negarlo equivarrebbe a compiere un’operazione mistificatoria per assolvere la cultura cattolica».
Su questo appare invece più cauto lo storico dell’antisemitismo Gadi Luzzatto Voghera, direttore del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) di Milano. «Esistono senz’altro alcuni elementi che sono stati riciclati nel dibattito pubblico contemporaneo. In primo luogo la tendenza ad associare gli ebrei a una particolare attitudine nell’uso del denaro, retaggio di quando in Europa furono costretti per legge a esercitare il prestito di denaro su pegno», spiega lo storico. «Il linguaggio si è sviluppato in altro modo e andare troppo indietro nel tempo non serve a spiegare le dinamiche del presente. Le attuali origini dell’ostilità antiebraica si delineano a partire dalla seconda metà del XIX secolo intorno a un linguaggio che ha una forte efficacia politica». È proprio allora, alla fine dell’Ottocento, che l’antisemitismo si manifesta infatti come movimento politico.
Il passaggio decisivo, secondo gran parte della storiografia recente, è il cosiddetto “Affaire Dreyfus”, che sconvolse l’opinione pubblica francese negli anni fra il conflitto franco-prussiano e la Grande guerra. Nel 1894 l’ufficiale ebreo francese Alfred Dreyfus fu accusato di spionaggio a favore della Germania, processato in tutta fretta e condannato da una corte marziale militare con prove false e manipolazioni. Quella vicenda di fine ‘800 è considerata da molti il prodromo della Shoah, perché portò alla superficie quei rigurgiti razzisti e antisemiti di cui tutta l’Europa, e non soltanto la Germania, era inquinata. Di lì a poco l’antisemitismo sarebbe diventato un pilastro dell’ideologia nazista di Hitler, causando una delle più grandi tragedie della storia dell’umanità.
Ma oggi a Gaza, in Libano e in Siria non sono loro a fare lo stesso verso donne, bambini e uomini innocenti?
Il razzismo antiebraico contemporaneo è alimentato dall’onda lunga dell’odio degli ultimi 150 anni e dalle argomentazioni dell’antisionismo, il movimento che vorrebbe cancellare lo Stato d’Israele, ed è entrato a pieno titolo nella sfera della politica antisemita. «Neanche l’orrore della Shoah è riuscito ad attenuare il fenomeno perché non ha toccato le basi ideologiche dell’antisemitismo, che si è anzi alimentato di alcuni elementi tratti dall’Olocausto», sostiene Luzzatto Voghera. «L’antisemitismo non ha bisogno degli ebrei ma soltanto di un’immagine negativa costruita intorno a un linguaggio antisemita. Possiamo definire la stessa Shoah un “cortocircuito dell’antisemitismo”, poiché ha identificato l’immagine pubblica negativa degli ebrei con persone in carne e ossa».
«Ecco perché», continua lo storico, «già nell’immediato Dopoguerra, si assiste senza stupore ad esempio al riemergere dell’accusa di omicidio rituale rivolta ai superstiti di una comunità polacca nel 1946, oppure all’identificazione della nascita dello Stato di Israele come il prodotto di un complotto ebraico per la conquista del mondo. Si utilizzano cioè alcuni simboli emersi dalla storia della Shoah per alimentare la retorica antisemita». Ma molti storici – tra cui lo stesso Luzzatto Voghera – non condividono la cosiddetta “interpretazione lacrimosa della storia ebraica”, secondo la quale gli ebrei avrebbero vissuto in ogni epoca un’incessante serie di persecuzioni.
«Ci sono stati anche secoli di convivenza pacifica con il mondo cristiano che troppo spesso passano in secondo piano», spiega il direttore del Cdec. «E negli ultimi sessant’anni sia la Chiesa cattolica sia quella protestante hanno compiuto una svolta decisiva sul piano teologico e interpretativo del rapporto tra comunità cristiane ed ebraismo. Ma è chiaro che quasi due millenni di predicazione antiebraica non possono essere cancellati in poco tempo».
Il 7 ottobre il movimento fondamentalista di Hamas ha lanciato un’azione terroristica su larga scala e senza precedenti contro i civili israeliani residenti nel Sud del Paese, i morti sono stati circa 1.400. Rispetto ad attentati e incursioni del passato, l’operazione ha assunto i contorni di pogrom compiuti nei secoli scorsi in Europa, quando venivano sistematicamente presi di mira gli ebrei, con incendi delle abitazioni, rastrellamenti e uccisioni, con lo scopo di eliminare la presenza della comunità da un territorio. Ciò che è poi stato realizzato in modo sistematico e tecnologicamente organizzato dal regime nazista con l’Olocausto con lo sterminio di circa 6 milioni di persone. A ciò è seguita la risposta armata di Tel Aviv, mentre dalla Striscia continua il lancio di razzi. Nemmeno due settimane dopo si è assistito a un moltiplicarsi di manifestazioni a favore di Gaza e della Palestina, spesso sconfinate nel sostegno esplicito ad Hamas.
Ma la reazione di Israele è stata ed è più feroce, sicché le vittime del passato sono divenute gli aguzzini di oggi in uno sterminio che pare senza fine e di certo non rispetta né la Torah né la sua morale.
Ricordiamoci che Mack Smith e Renzo De Felice, per una volta d’accordo, ci dicono che le guerre di religione non esistono e dietro vi sono ben altri interessi.
Commentando l’estensione dei fronti di guerra in Medio Oriente, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dichiarato: «Il mondo è cambiato in peggio, non a causa di un virus ma per sciagurati comportamenti umani». Vero, eppure non basta. Il problema, aggiungiamo noi, è capire quali grandi meccanismi stiano inducendo i comportamenti umani a inaugurare un nuovo tempo sciagurato, di ferro e di fuoco.
Per svelare un tale arcano, non si può dire che i commentatori mainstream stiano aiutando. Più che occuparsi di comprensione dei fatti, i “geopolitici” di grido paiono affaccendati in una discutibile opera di persuasione, che consiste nel suscitare emozioni e riflessioni solo a partire da un punto del tempo scelto arbitrariamente. Essi ci esortano a inorridirci e a prender posizione, per esempio, solo a partire dalle violenze di Hamas del 7 ottobre 2023, mentre suggeriscono di spegnere sensi e cervelli sulla trasformazione israeliana di Gaza in un carcere a cielo aperto, o su altri crimini e misfatti compiuti dai vari attori in gioco e anteriori a quella data. Inoltre, come se non bastasse l’arbitrio del taglio temporale, ci propongono di esaminare i conflitti militari come fossero mera conseguenza di tensioni religiose, etniche, civili, ideali. Quasi mai come l’esito violento di dispute economiche.
Diciamo le cose come stanno. Se lo scopo è capire la dura realtà che ci circonda, il contributo di questi analisti non serve a nulla.
Per scovare gli inneschi delle attuali dinamiche di guerra può essere allora d’aiuto un metodo un po’ più robusto, che si ispira ad alcuni recenti apporti della ricerca “storico-materialista”. Questo metodo non trascura le determinanti religiose, culturali o ideali dei conflitti, ma le subordina a un meccanismo della storia più generale e più potente, che mette al centro dell’indagine i fattori materiali e gli interessi economici che alimentano i venti di guerra. In sostanza, segue il denaro per decifrare il moto degli sciagurati comportamenti umani.
E l’economia è sempre stato il pallino degli Ebrei, a partire da Abramo che, per motivi economici, spinse la bella moglie Sara fra le braccia del Faraone.
Il punto di partenza del conflitto attuale è il fatto, riconosciuto dalle stesse diplomazie occidentali, di una crisi egemonica dell’economia statunitense.
Il capitalismo americano mantiene tuttora una leadership mondiale nella tecnologia e nella produttività. Eppure, dall’epoca fastosa del libero scambio globale gli Stati Uniti ereditano un fardello non irrilevante di problemi, di competitività e di connessi squilibri.
Pur caratterizzata da una crescita inferiore a quella della Cina e di altri grandi paesi emergenti, l’economia americana registra continui eccessi di importazioni sulle esportazioni e un conseguente, pesante passivo netto verso l’estero, che ha raggiunto il record di 18 mila miliardi di dollari.
Sebbene il biglietto verde resti tuttora preminente nell’ordine monetario, un tale sbilanciamento risulta sempre più difficile da gestire. Tra l’altro, esso presenta qualche nesso con le attuali difficoltà di finanziare le campagne militari nel mondo. Se ai tempi gloriosi del globalismo gli Stati Uniti espandevano debito e milizie all’estero quasi di pari passo, oggi quel glorioso circuito “militar-monetario” attraversa un’indubbia crisi. Il gigante americano si ritrova così nel mezzo di una difficile transizione storica, di adattamento al nuovo e meno agevole scenario mondiale.
Segno cruciale di questa storica transizione americana è una colossale svolta nella politica economica internazionale. Prendendo atto dei problemi di competitività e di debito estero emersi durante la fase globalista, gli Stati Uniti hanno dovuto agire dialetticamente: hanno cioè abbandonato la vecchia linea di apertura al libero scambio globale e l’hanno rovesciata, inaugurando una strategia di innalzamento di barriere protezionistiche, commerciali e finanziarie, che chiamano “friend shoring” e che con l’arrivo di Trump saranno ancora più serrate.
In pratica, con criteri selettivi economici, piuttosto diversi rispetto al passato, gli americani stanno cercando di dividere il mondo in due liste: da un lato gli “amici” occidentali e i sodali con cui proseguire gli affari, e dall’altro i “nemici” da tenere alla larga. Dove tra i “nemici”, i vertici del potere americano annoverano i paesi esportatori che hanno accumulato crediti verso gli Stati Uniti, e che potrebbero a un certo punto utilizzare i loro attivi per acquisire aziende americane: la Cina in primo luogo, ma anche vari altri detentori di debito statunitense situati a est, e in piccola parte persino la Russia. A Washington, insomma, diventa necessario scongiurare il rischio di una “centralizzazione dei capitali” in mani orientali. La svolta protezionista americana, in ultima istanza, serve a questo scopo.
Ma c’è pure una difficoltà intrinseca, in questa svolta protezionista. Il problema è che, nel disegno USA di divisione del pianeta in blocchi economici, la questione energetica risulta ancor più spinosa di quanto non fosse nell’epoca della globalizzazione. Un nodo cruciale è che il blocco occidentale a guida statunitense è in larga misura un’economia che importa energia e materie prime e poi le trasforma.
Quindi serve Israele belligerante in Medioriente e in Europa l’Ucraina per fermare la Russia e serve una narrazione fatta per screditare il mondo musulmano, descritto come fonte di fanatismo e collera e non già come fonte di petrolio e di modello molto avanzato per ciò ciò che riguarda la ricerca futura in ambito energetico.





