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ISRAELE E LE MOSSE DI TRUMP

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Il potenziale viaggio di Trump in Israele: diplomazia o calcolo politico?

L’ipotesi di una visita del presidente Donald Trump in Israele, legata ai negoziati su cessate il fuoco e fine della guerra a Gaza, si colloca in un momento in cui Washington potrebbe voler riaffermare il proprio ruolo di broker nel conflitto israelo-palestinese.

Sul piano interno USA, Trump potrebbe voler usare la tappa israeliana come simbolo di leadership in politica estera, soprattutto in vista delle elezioni. Le immagini di un presidente americano accolto a Gerusalemme hanno sempre un forte impatto sull’elettorato conservatore e sull’ala evangelica, storicamente vicina alla causa israeliana.

Sul piano regionale, la mossa servirebbe anche a segnalare che gli Stati Uniti restano un attore chiave, in un momento in cui potenze come l’Egitto e il Qatar cercano di mediare direttamente con Hamas, e in cui anche la Russia e la Cina provano a inserirsi nella partita diplomatica.

L’allarme dell’UNRWA temperature sopra i 40 gradi, scarsità d’acqua, fame e malnutrizione non sono soltanto un grido d’aiuto umanitario, ma anche un elemento che alimenta la pressione internazionale su Israele.

Politicamente, la catastrofe a Gaza diventa una leva retorica e diplomatica per i Paesi arabi e per movimenti pro-palestinesi in Occidente, che denunciano violazioni dei diritti umani.

La situazione rischia anche di influenzare il dibattito interno in Israele: da un lato c’è la narrativa della sicurezza nazionale, dall’altro cresce il peso delle critiche internazionali e del rischio di isolamento diplomatico.

Inoltre, per Hamas, la drammaticità della crisi è un potente strumento di pressione: le condizioni disperate spingono attori esterni a forzare una soluzione negoziata.

L’annuncio della costruzione di oltre 3.000 unità abitative nell’area E1, tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim, è un atto di forte valore politico-strategico.

L’area E1 è cruciale perché, se completamente edificata, separerebbe Gerusalemme Est dalla Cisgiordania settentrionale, spezzando la continuità territoriale necessaria a uno Stato palestinese.

Smotrich parla esplicitamente di “sotterrare l’idea di uno stato palestinese” e di “sovranità di fatto”, termini che vanno ben oltre la mera espansione edilizia: è una dichiarazione programmatica di annessione graduale, senza un atto formale, ma attraverso l’irreversibilità sul terreno.

Questa mossa rischia di inasprire i rapporti con gli alleati occidentali, ma rafforza l’appoggio interno tra i settori nazionalisti e religiosi che vedono la Cisgiordania come parte integrante di Israele.

L’insieme di queste notizie disegna una traiettoria precisa, in base alla quale Israele sta cercando di consolidare il controllo territoriale in Cisgiordania mentre continua l’offensiva a Gaza.

Hamas propone compromessi tattici (come il ritiro e la liberazione ostaggi in cambio della fine dell’occupazione), ma questi si scontrano con una leadership israeliana che non mostra alcuna intenzione di cedere su Gaza e che, anzi, accelera in Cisgiordania.

Gli Stati Uniti potrebbero cercare di mediare, ma ogni mossa di Trump sarà filtrata sia dal contesto elettorale americano sia dall’equilibrio con la lobby filo-israeliana.

In sintesi, mentre la popolazione di Gaza affronta una crisi umanitaria estrema, sul piano politico si assiste a un doppio movimento: da un lato, il possibile ritorno di un’alta visibilità diplomatica statunitense e dall’altro, un’accelerazione israeliana verso un assetto permanente che rende sempre più remota la soluzione a due Stati.

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  • Redazione

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