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ISRAELE E IRAN

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di Cosimo Risi

            Dal 7 ottobre 2023 Israele è impegnato nella guerra contro Amalek. Non bisogna sottovalutare, nel ritenerla esclusivamente strumentale, la dichiarazione di Benjamin Netanyahu all’indomani dell’eccidio. Il riferimento biblico all’assalto che gli Amaleciti portarono agli Israeliti mentre scappavano dall’Egitto non è soltanto reminiscenza biblica, del tutto fuori tempo in epoca di intelligenza artificiale e di droni teleguidati. È il sostrato ideologico e religioso della Destra sionista, che ha gli interpreti contemporanei nel Premier in maniera funzionale e in alcuni suoi Ministri in chiave strutturale.

            Non si comprende altrimenti perché impegnare lo Stato, una “scommessa, una villa nella giungla”, lo definisce Lucio Caracciolo, in una lotta su vari fronti: in opere di “ordinaria manutenzione” quale il contenimento delle rivendicazioni palestinesi, ora in guerra aperta con uno stato popoloso, ricco di risorse, sovraccarico di storia e, al pari del messianismo ebraico, animato da messianismo sciita. La Repubblica Islamica codifica costituzionalmente l’obiettivo di distruggere Israele e restituire Gerusalemme all’Islàm contro tutti profanatori della Spianata.

            L’Iran nuclearizzato sarebbe una minaccia esistenziale per Israele, la perdita della scommessa di uno stato conficcato dalla strategia britannica e dall’ONU in ambiente alieno se non ostile. Gli accordi di pace con Egitto e Giordania, la normalizzazione dei rapporti con alcuni paesi arabi del Golfo, l’intesa di fatto con l’Arabia Saudita non trasformano Israele in paese amico, ma in alleato di convenienza nel contenere l’Iran ed i suoi alleati in Iraq, Siria, Libano, Yemen.

            Per gli Arabi in generale Israele è la chiave di accesso agli Stati Uniti. Il potere della diaspora americana è tale da influenzare la politica americana, a prescindere dal colore dell’Amministrazione. Biden non si differenziò dal primo Trump, il secondo Trump segue sostanzialmente le impronte del predecessore. Cambiano i toni, quelli di Biden con Netanyahu erano spesso ruvidi, quelli di Trump con l’amico Bibi sono più concilianti, la sostanza non cambia.

            Gli Stati Uniti sostengono Israele, costi quel che costi. Alla luce del disimpegno americano dall’Europa, Israele resta il solo paese al mondo per cui Trump romperebbe l’isolazionismo programmatico ed accetterebbe di entrare in guerra. Perdere Israele sarebbe disastroso per gli equilibri interni, la diaspora mondiale non lo perdonerebbe, sarebbe esiziale per il prestigio della grande potenza. A quel punto tutti si sentirebbero in diritto di schernire l’affidabilità americana. Un regalo mostruoso a Cina, Russia, BRICS.

            Nella decisione del Governo di lanciare l’attacco c’è la preparazione annosa dei piani, con la dislocazione sul terreno di cellule del Mossad così capillare che nessun dirigente iraniano può sentirsi al sicuro. Il Governo paga la sottovalutazione della reazione iraniana.

            Non basta distruggere le basi, le centrali nucleari, i siti strategici, eliminare i capi militari. La Repubblica Islamica ha enormi riserve, probabilmente trasferite altrove al riparo dagli attacchi, le adopera a minacciare dappresso Tel Aviv.

            La città della primavera è il simbolo perverso di quello che il nemico sionista riesce a compiere in Medio Oriente. Una conurbazione mediorientale appunto con connotazioni culturali e di costume da Occidente. Si rammenterà la foto della corniche di Tel Aviv dove passeggiavano fianco a fianco una donna in bikini ed una con il velo. Solo in quel posto un contrasto di quel tipo è parte della vita cittadina. È un modello multiculturale che urta il monoculturalismo della regione.

            Il numero delle vittime e l’entità delle distruzioni sono probabilmente sottostimati. Le autorità sono consapevoli che la popolazione è allo stremo: la minaccia dai vicini palestinesi e dai lontani iraniani fiacca anche i cittadini più tenaci. I riservisti sono stanchi dall’essere continuamente richiamati alle armi, sono indignati per le esenzioni a favore degli Haredi. Molti criticano il Governo che divide sia lo Stato dai nemici, sia la stessa popolazione fra i nostalgici dell’originario ordine sionista-laico ed i fautori del sionismo nazionalista-messianico.

            La guerra si combatte in cielo, mare, terra. In tutti i quadranti le Forze Armate US intervengono. Non si contano i missili abbattuti dagli Americani né si conosce il grado di sostegno non dichiarato all’operazione Rising Lion.

            Finché l’America marcia al suo fianco, Israele ha motivo di sperare. E noi dobbiamo sperare che il connubio resista. Ad ascoltare il videomessaggio di Netanyahu colpisce il riferimento alla Shoah. La minaccia iraniana è pari alla soluzione finale del Terzo Reich.

            È lo spettro di cui non si parla. L’arsenale nucleare stoccato nel Negev è lo strumento di ultima istanza per sopravvivere.

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  • Redazione

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