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ISRAELE, DI FRONTE A UN BiVIO

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Israele, il doppio fronte che preoccupa Netanyahu: proteste in piazza, attacchi dagli “amici” dell’ultradestra

Benjamin Netanyahu, già sotto pressione internazionale per la gestione dell’operazione militare su Gaza, si trova ora a fronteggiare un doppio fronte interno.

Da un lato, le proteste di piazza, alimentate dal crescente dissenso di una parte della società israeliana contraria all’escalation o alle politiche del governo.

Dall’altro, le critiche feroci che arrivano proprio dagli alleati di coalizione dell’ultradestra, i quali giudicano “troppo morbido” il piano militare per l’occupazione della Striscia.

Gli alleati dell’ultradestra: “Il piano fallirà”

Il cuore delle critiche arriva da Otzma Yehudit (“Potere ebraico”), partito di estrema destra guidato da Itamar Ben-Gvir, figura di riferimento per i coloni e ministro della Sicurezza nazionale dal 2022.

Ben-Gvir, già condannato in passato per incitamento all’odio razziale, non nasconde l’ostilità verso la linea del premier, ritenendo che l’attuale strategia militare non garantisca la totale “ebraicizzazione” dell’area.

In parallelo, il rabbino oltranzista di Sderot invoca apertamente l’annessione totale di Gaza, una posizione che esclude qualsiasi soluzione diplomatica o gestione provvisoria.

Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader del Partito Sionista Religioso, ha dichiarato di “non fidarsi più” del premier: “Il piano non è sionista”, accusandolo implicitamente di voler lasciare aperta la porta a compromessi.

Il piano Netanyahu: invasione in due fasi

Secondo fonti vicine al governo, il piano per Gaza sarebbe articolato in due fasi principali.

Fase militare intensiva: attacchi aerei mirati per colpire infrastrutture di Hamas, seguiti da un completo accerchiamento della Striscia.

Gestione territoriale e psicologica: creazione di 12 centri di distribuzione aiuti per attirare la popolazione civile lontano dalle aree di combattimento, indebolendo così il controllo di Hamas.

Parallelamente, si riapre, almeno formalmente, la possibilità di riavviare colloqui indiretti con l’Egitto, con il Cairo nel ruolo di mediatore storico tra Israele e Hamas.

Bombe sui media e accuse incrociate

Il clima si è ulteriormente avvelenato dopo il bombardamento che ha colpito una troupe di Al Jazeera, evento che ha riacceso le polemiche sul trattamento dei giornalisti nei teatri di guerra. Il caso più simbolico è quello di Ismail al-Sharif, reporter ucciso dall’esercito israeliano. Israele sostiene che l’area era una “zona di operazioni militari”, mentre Al Jazeera e diverse ONG parlano di attacco deliberato contro la stampa.

Questo episodio si inserisce in una lunga scia di accuse reciproche su cronisti uccisi o feriti, che diventa anche terreno di battaglia narrativa e diplomatica.

Il rischio per Netanyahu

Il premier si trova così stretto tra il martello e l’incudine.

Il martello è rappresentato dall’ultradestra, che pretende un’azione radicale fino all’annessione integrale di Gaza.

L’incudine è la pressione internazionale, che osserva con crescente ostilità le operazioni militari e la gestione dei civili.

In questo scenario, Netanyahu rischia di perdere l’appoggio di una parte cruciale della sua coalizione, aprendo la strada a crisi di governo o a un rimpasto forzato.

Intanto, la piazza resta mobilitata e il conflitto mediatico si affianca a quello militare, alimentando una narrativa sempre più polarizzata sia all’interno di Israele che nel contesto internazionale.

Autore

  • Redazione

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