L’intelligence fornisce stime del conflitto
C’è una tentazione, in questi giorni, di raccontare il conflitto in Medio Oriente come una vittoria iraniana: è un’esagerazione.
Ma è altrettanto sbagliato non vedere l’altra faccia della realtà, cioè una chiara sottovalutazione, da parte del presidente americano, della determinazione e delle capacità di resistenza del regime iraniano.
Donald Trump sembra aver affrontato l’Iran applicando il suo schema negoziale abituale: pressione massima, caos, minacce, shock iniziale e poi trattativa da una posizione di forza.
È lo stesso metodo visto nei dazi, nei rapporti con l’Unione europea, con la Cina e nei dossier commerciali. Un approccio profondamente transazionale, in cui tutto diventa leva per ottenere le condizioni migliori possibili.
L’operazione contro Maduro in Venezuela, letta da lui come un successo brillante e rapido, ha rafforzato questa convinzione. È lì che nasce la hubris: l’idea che lo stesso schema possa essere replicato ovunque.
Ma l’Iran non è il Venezuela. Non è l’Unione europea. E, soprattutto, non è una trattativa immobiliare. È uno Stato con una profondità strategica, un’ideologia, una resilienza interna e una capacità militare asimmetrica che sono state evidentemente sottovalutate.
L’Iran non sta vincendo la guerra in senso militare, ma sta riuscendo a infliggere costi economici enormi. C’è poi un elemento che rende ancora più evidente la sottovalutazione iniziale: Trump non si aspettava una risposta iraniana così diretta sullo Stretto di Hormuz.
E questo è sorprendente, perché era esattamente la leva più ovvia a disposizione di Teheran. Il fatto che sia stata colta con una certa sorpresa dice molto sull’approccio decisionale: un processo poco strutturato, molto centrato sull’intuizione personale e poco sull’ascolto di analisi divergenti.
Il nodo strategico che sembra essere stato ignorato da Trump è quello energetico. Il blocco dello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture hanno dimostrato quanto sia fragile l’equilibrio globale.
Il mercato dell’energia è globale: anche se gli Stati Uniti producono molto gas naturale e petrolio, il prezzo lo fa il mercato globale.
E infatti lo stiamo vedendo: petrolio in aumento, gas che schizza, mercati sotto pressione.
Questo significa inflazione, rallentamento economico, tensioni politiche. Ma soprattutto, per Trump, significa una cosa molto concreta: le elezioni.
Se l’inflazione energetica resta elevata e, ancora di più, se si dovesse arrivare a un impiego di truppe di terra – per esempio per prendere Kharg o porzioni dello Stretto di Hormuz con truppe di terra – le perdite americane diventerebbero inevitabili. E, a quel punto, il costo politico sarebbe enorme.
Prezzi della benzina in aumento e soldati americani uccisi sono una combinazione storicamente devastante per qualsiasi amministrazione. Per i repubblicani, a pochi mesi dalle elezioni di novembre, sarebbe devastante.
Dall’altra parte, però, sarebbe un errore speculare pensare a un Iran in posizione di forza. I colpi subiti sono stati durissimi: infrastrutture militari distrutte, leadership colpite, capacità difensive ridotte. Il regime resiste, ma paga un prezzo altissimo.
Ed è proprio questa combinazione che crea una dinamica interessante: entrambe le parti hanno forti incentivi ad arrivare a un accordo.
Trump ha bisogno di fermare una spirale che rischia di diventare economicamente e politicamente insostenibile. L’Iran ha bisogno di evitare un logoramento prolungato che potrebbe, nel tempo, erodere anche la sua capacità di controllo interno.
Qui arriviamo a un punto su cui molti osservatori stanno convergendo: l’idea che questa sia stata una guerra inutile, un errore. Non sono d’accordo.
Un’importante lezione da trarre dal conflitto, che non sento nessuno menzionare, è l’illusione che l’intelligence offra certezze. In realtà fornisce stime. E le stime, per definizione, possono essere sbagliate. Lo stiamo vedendo sul campo.
Due esempi sono particolarmente rivelatori. Il primo riguarda i missili lanciati in direzione della base anglo-americana di Diego Garcia, nel cuore dell’Oceano Indiano. Anche al di là dell’esito preciso, il solo fatto che l’Iran abbia dimostrato una capacità di proiezione su distanze così elevate cambia completamente il quadro strategico.
Il fatto che l’intelligence statunitense sostenga che la minaccia nucleare iraniana non fosse “imminente” non è sufficiente. Non stiamo parlando di un rischio qualsiasi, ma di un potenziale pericolo esistenziale per Israele comunque gravissimo per tutta la regione. E soprattutto si era creata una finestra strategica molto rara.
L’Iran arrivava da circa due anni di progressivo indebolimento: colpi pesantissimi ai suoi proxy Hamas e Hezbollah, la caduta del regime siriano, il bombardamento dei siti nucleari l’anno scorso, un livello di impopolarità del regime altissimo. Era un momento probabilmente irripetibile di fragilità.
In queste condizioni, aspettare avrebbe significato permettere a Teheran di riorganizzarsi e rafforzarsi. Intervenire, invece, significava ridurre in modo significativo, o forse addirittura eliminare, una minaccia che va avanti da decenni.
Ma perché questa guerra abbia un senso strategico, le condizioni di un accordo di pace devono includere la rinuncia verificabile al programma nucleare militare e la riduzione sostanziale, anch’essa verificabile, del programma missilistico.


Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.


