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Il potere nel capitalismo dei dati

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capitalismo dei dati

Nella nuova forma di politica tecnologica chi decide cosa deve essere visto?

Nel mondo di J. R. R. Tolkien, i Palantíri sono oggetti ambigui, delle sfere veggenti capaci di mostrare eventi lontani, ma anche di distorcere la realtà. Ciò che si vede può essere vero, ma non è mai tutto.

Nel mondo reale, Peter Thiel ha scelto proprio quel nome per fondare una delle aziende più potenti del nostro tempo, la Palantir Technologies, una scelta tutt’altro che casuale. Fondata dopo l’11 settembre, Palantir nasce con un obiettivo preciso, colmare la “cecità” dei sistemi di intelligence. Oggi, a distanza di oltre vent’anni, quella promessa si è trasformata in qualcosa di più profondo, non si tratta più soltanto di vedere, ma di anticipare.

Palantir non produce armi, ma software. Eppure è pienamente dentro il cuore dei conflitti contemporanei. Le sue piattaforme, come Gotham e Foundry, aggregano dati provenienti da fonti eterogenee di intelligence, sorveglianza, sistemi finanziari, reti sociali, per costruire una capacità che nessun essere umano possiede da solo: leggere il reale in profondità.

Palantir è usata da eserciti, agenzie di sicurezza, governi mondiali e grandi aziende, non dice cosa fare, ma mostra ciò che potrebbe accadere. Ed è proprio qui che si gioca il salto di livello, una società che è un ibrido raro di software, intelligence, difesa e decision-making tutte insieme. Non si limita a raccogliere dati, né a produrre tecnologia. Costruisce una capacità operativa che collega informazione, interpretazione e azione. Ed è proprio per questo che non ha veri equivalenti diretti, ma soltanto realtà che ne coprono singole funzioni.

Esistono aziende come SAS Institute o IBM, capaci di analizzare enormi quantità di dati e sviluppare sistemi avanzati di intelligenza artificiale, ma restano ancorate a un utilizzo prevalentemente civile e aziendale, prive di una reale integrazione con la dimensione operativa e strategica dei conflitti.

Altre realtà, come Snowflake, offrono infrastrutture potenti per la gestione dei dati, ma si fermano al livello della piattaforma, organizzano e rendono accessibili le informazioni, senza trasformarle direttamente in visione decisionale.

Sul versante della sicurezza e della difesa, società come Booz Allen Hamilton collaborano con le agenzie di intelligence e gli apparati governativi, ma operano soprattutto come consulenti, non come costruttori di sistemi autonomi di lettura del reale.

Infine, i grandi contractor militari come Lockheed Martin o Raytheon Technologies sviluppano tecnologia bellica e sistemi avanzati, ma agiscono sul piano della forza e dell’esecuzione, non su quello della previsione e dell’interpretazione.

Anche le grandi piattaforme tecnologiche quali Google, Amazon, Microsoft possiedono una quantità di dati superiore a chiunque altro, ma il loro ruolo resta diverso, gestiscono infrastrutture e servizi, senza porsi direttamente come strumenti di lettura operativa dei conflitti.

Palantir, invece, si colloca esattamente nel punto di intersezione tra tutti questi livelli. Non è solo analisi, non è solo infrastruttura, non è solo difesa. È il sistema che connette tutto questo e lo trasforma in decisione.

Nel marzo 2026, dentro una crisi globale che attraversa energia, rotte marittime, finanza e informazione, il ruolo di queste piattaforme diventa ancora più centrale. Non siamo più in una guerra tradizionale, ma in una competizione sistemica, in cui chi riesce a interpretare per primo i segnali deboli acquisisce un vantaggio decisivo.

Palantir, in questo contesto, è parte dell’infrastruttura invisibile del potere. Non appare nei comunicati ufficiali, non è visibile sul campo, ma agisce nella fase più critica, quella della decisione. È lì che si costruisce la strategia, molto prima che si manifesti l’azione.

Il punto, però, resta lo stesso dei Palantíri di Tolkien. La tecnologia promette visione, ma non garantisce verità. Aggrega dati, ma seleziona ciò che è rilevante. Amplia lo sguardo, ma allo stesso tempo lo orienta.

Qui emerge la dimensione più delicata, nel momento in cui piattaforme come Palantir diventano strumenti utilizzati da intelligence e apparati militari, la distinzione tra osservazione e potere si assottiglia. Vedere non è più un atto neutrale è già una forma di intervento.

Nel conflitto attuale tra Iran, Stati Uniti e Israele, con le rotte energetiche sotto pressione e i flussi globali in ridefinizione è impensabile che sistemi di questo tipo non siano attivi, non dico per decidere al posto degli Stati, ma forse per orientarne le scelte?

Una rete di lettura del mondo?

Ma come nei Palantíri, il rischio non è soltanto ciò che si vede, ma ciò che non si vede.

Ne Il Signore degli Anelli, Denethor impazzisce perché crede di avere accesso alla totalità. In realtà, vede solo ciò che qualcuno ha già filtrato per lui e questa lezione resta attuale.

Nel capitalismo dei dati, il potere non risiede più soltanto nel possesso delle informazioni, ma nella capacità di selezionarle, interpretarle e renderle operative.

Una nuova forma di dominio che non impone, ma orienta; non costringe, ma anticipa.

La domanda, a questo punto, non è più se siamo di fronte a una tecnologia applicata, ma se siamo entrati in una nuova forma di politica tecnologica.

Chi ha il diritto di vedere? E, soprattutto, chi decide cosa deve essere visto?

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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