I deficit strategico del centrodestra
C’è un dato politico che le ultime ore hanno reso impossibile ignorare: il voto al referendum sulla giustizia ha evidenziato una frattura netta tra governo e nuove generazioni.
I giovani hanno votato in larga misura contro, risultando non solo orientati, ma decisivi.
Non è un episodio isolato, né una semplice oscillazione d’umore. È il sintomo di un problema strutturale che il centrodestra continua a sottovalutare.
Da anni una quota consistente di nuovi elettori si colloca su posizioni lontane da quelle dei partiti di maggioranza.
Le ragioni sono molteplici: una ridotta disponibilità di informazioni pluraliste, una certa tendenza a recepire narrazioni dominanti e, senza dubbio, un contesto culturale che premia sensibilità progressiste.
Ma fermarsi a questa analisi rischia di diventare un alibi. Perché accanto a questi fattori esogeni esiste una responsabilità politica precisa: il deficit strategico del centrodestra.
Il problema non è solo comunicativo, ma profondamente politico. Su temi ad alta sensibilità generazionale – diritti civili, libertà individuali, inclusione, integrazione – la proposta del centrodestra appare spesso assente, difensiva o poco comprensibile.
Non basta contestare il terreno scelto dall’avversario: occorre abitarlo, con idee chiare e credibili. Altrimenti lo spazio viene inevitabilmente occupato da altri.
La sinistra, al contrario, ha dimostrato negli anni una maggiore capacità di mobilitazione, soprattutto sul piano emotivo e simbolico.
Dalla difesa dei diritti costituzionali alle mobilitazioni internazionali, ha saputo costruire narrazioni che parlano direttamente ai giovani, intercettandone paure, aspirazioni e senso di appartenenza.
Il centrodestra, invece, tende troppo spesso a rinunciare a questo livello del confronto, limitandosi a risposte tecniche o tardive.
E qui emerge un secondo limite: l’assenza di una strategia di lungo periodo. Non si costruisce consenso tra i giovani con interventi sporadici o operazioni di comunicazione dell’ultimo minuto.
Partecipare a un podcast o presidiare un trend non può sostituire un lavoro costante nei luoghi – fisici e digitali – dove si forma il pensiero. Università, scuole, piattaforme online: sono questi gli spazi in cui si gioca la partita culturale prima ancora che elettorale.
A questo si aggiunge un errore altrettanto rilevante: la tendenza, sempre più diffusa, a etichettare e sminuire il voto giovanile. Liquidare intere fasce di elettorato come “ProPal” o ridurre le loro posizioni a slogan ideologici non solo è semplicistico, ma controproducente.
Significa rinunciare a comprenderne le ragioni profonde e, soprattutto, alimentare una distanza che si traduce poi in consenso per l’avversario. Delegittimare non è una strategia: è una resa.
Anche alcune scelte politiche recenti hanno contribuito ad ampliare ulteriormente la distanza. La mancata possibilità per molti fuori sede di partecipare al voto referendario è stata percepita come un segnale di scarsa attenzione verso una fascia già poco coinvolta.
Un errore che pesa non solo sul piano pratico, ma su quello simbolico: la partecipazione è il primo passo per costruire appartenenza.
Il punto, allora, non è “recuperare voti” in senso contingente, ma evitare di perdere una generazione intera.
Per farlo servono messaggi chiari, una presenza costante e, soprattutto, una proposta politica che non ignori – o peggio, delegittimi – le priorità dei giovani.
Coinvolgerli non significa inseguirli, ma riconoscerli come interlocutori reali, da ascoltare e integrare nel dibattito pubblico.
Continuare a considerare il voto giovanile come un terreno secondario o inevitabilmente ostile è un errore strategico. Perché quei giovani non sono solo elettori di oggi: sono la classe dirigente, il corpo sociale e il consenso politico di domani.
E nessuna forza di governo che ambisca a rimanere tale può permettersi il lusso di regalarli in blocco all’avversario.





