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Iran, obiettivo finale

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Iran, obiettivo finale

Curdi in azione combattono sul terreno

Sono in molti a chiedersi quale sia lo “end state”, ossia l’obiettivo finale al quale puntano Israele e USA con la guerra scatenata sull’Iran.

Forse è necessario parlare anche di obiettivi intermedi, tra i quali il completo annientamento dell’armamento iraniano, ma l’obiettivo finale sembra essere il cambiamento di regime.

Obiettivo possibile? Con i curdi in azione sul terreno sembra di sì.

Una cosa è certa. A scegliere chi lo governerà sarà il popolo iraniano. Lo ha detto chiaramente Bibi Netanyahu, lo ha confermato l’IDF su X, nel suo account in farsi e lo ha detto Trump, escludendo che gli Stati Uniti possano indicare il figlio dello sciah.

Palhavi, ha spiegato Trump, “è una brava persona, ma mi serve qualcuno che sia popolare in patria, quelli che stiamo attaccando ora sono i fanatici, in Iran i moderati ci sono”.

Come ho già scritto ieri, la soluzione di governo dopo la fine del regime degli ayatollah potrebbe essere guidato dai curdi, con altre etnie periferiche e con gli stessi iraniani.

I curdi, stando alle ultime notizie rilanciate da Axios, avrebbero già iniziato, nelle scorse ore, la campagna di terra contro le forse del governo degli ayatollah.

Lo schema potrebbe essere quello del Rojava curdo-siriano, che ha sperimentato forme di democrazia diretta in grado di proporre un modello.

Ispirandosi ad un confederalismo, la popolazione del Rojava ha iniziato ad autogovernarsi attraverso una rete di assemblee e consigli in cui vengono decisi aspetti cruciali della vita sociale.

Questa visione dell’organizzazione sociale, si rivela rivoluzionaria anche per il contributo fondamentale delle donne.

I curdi, che sono presenti in Iran, in Siria, in Iraq e in Turchia, recentemente sono stati assorbiti nel nuovo Stato siriano dopo la fine di Assad e un loro protagonismo in Iran potrebbe incontrare la resistenza della Turchia che, tuttavia, in caso di una scelta degli Usa si troverebbe in difficoltà ad ostacolare l’operazione.

Le truppe di terra per chiudere la partita con gli ayatollah sono, pertanto, fornite dai curdi, che sono già in azione, in accordo con le altre etnie periferiche.

Ricordo, come ho già scritto ieri, che il 22 febbraio 2026, appena sei giorni prima dell’inizio degli attacchi USA – Israele, cinque importanti partiti curdi armati iraniani hanno formalizzato la Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan Iraniano (CPFIK).

La coalizione comprende il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (PDKI), il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), il Partito della Vita Libera del Kurdistan (PJAK), l’Organizzazione Khabat e una branca del Partito Komala.

I loro leader, Mostafa Hijri, Hussein Yazdanpanah, Viyan Peyman, Baba Sheikh Hosseini e Reza Kaabi, si sono riuniti in una conferenza stampa congiunta per annunciare una piattaforma politica e militare unificata.

Si tratta di una coalizione con un centro di comando congiunto per le forze peshmerga e guerrigliere, un comitato diplomatico congiunto per le relazioni esterne e un piano dettagliato per l’amministrazione delle aree a maggioranza curda durante un periodo di transizione.

Il leader del PDKI, Mostafa Hijri, ha dichiarato pubblicamente che la coalizione ha creato un “piano congiunto per l’amministrazione” delle aree a maggioranza curda in caso di crollo del regime.

Dopo gli attacchi del 28 febbraio, i rappresentanti della coalizione hanno dichiarato che le loro forze locali si trovavano “nel profondo dell’Iran” e lungo le regioni di confine, pronte a rispondere all’evolversi della situazione.

Nel dicembre 2025, anche i gruppi militanti beluci si sono fusi nel Fronte dei Combattenti del Popolo (Jebhe-ye Mobaarezin-e Mardomi), rifiutando esplicitamente il governo clericale sciita.

Nel Khuzestan, la popolazione araba Ahwazi si oppone da tempo allo sfruttamento da parte di Teheran delle vaste risorse petrolifere della provincia, mentre la popolazione locale vive in povertà.

Ora, come riferisce The times of Israel, si apprende, da quanto riporta Reuters, che le milizie curde iraniane si sono consultate negli ultimi giorni con gli Stati Uniti per decidere se e come attaccare le forze di sicurezza iraniane nella parte occidentale del Paese e, a quanto riferisce Axios, avrebbero già intrapreso a combattere.

Nella zona del Kurdistan iracheno è attiva la base aerea Usa di Erbil.

La coalizione curda iraniana di gruppi stanziati al confine tra Iran e Iraq, nella regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno, si è addestrata a organizzare un attacco, nella speranza di indebolire l’esercito del Paese, mentre Stati Uniti e Israele bombardano obiettivi iraniani con bombe e missili.

L’obiettivo, secondo The Times of Israel, sarebbe quello di creare spazio per la rivolta degli iraniani contrari al regime islamico.

I gruppi curdi hanno richiesto il supporto militare degli Stati Uniti e, secondo quanto affermato, anche i leader iracheni di Erbil e Baghdad sono stati in contatto con l’amministrazione Trump negli ultimi giorni.

Axios ha dichiarato questa settimana che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avuto una telefonata con due dei massimi leader del Kurdistan iracheno.

Secondo la CNN, le forze curde hanno migliaia di membri armati nella regione di confine e questa settimana alcuni gruppi avevano dato ad intendere di voler intervenire, cosa che si è verificata.

Qualsiasi operazione dall’Iraq richiede ovviamente un notevole supporto militare e di intelligence da parte degli Stati Uniti.

Il Pentagono afferma che le due basi statunitensi a Erbil hanno sostenuto la coalizione internazionale che combatte i terroristi dello Stato Islamico e conseguentemente sono in ottimi rapporti con i curdi.

Una fonte citata dalla CNN ha affermato che il piano prevede che le forze armate curde affrontino le forze di sicurezza iraniane per facilitare una rivolta degli iraniani disarmati nelle città del Paese.

L’emittente ha valutato che armare i gruppi curdi iraniani richiederebbe il supporto delle loro controparti irachene per consentire il trasferimento delle armi.

Per capire la potenzialità dell’intervento curdo, è necessario porre l’attenzione all’esperimento del Rojava.

Rojava in curdo significa Occidente. Era la forma abbreviata per chiamare il “Rojava Kurdistan”, il Kurdistan Occidentale, ossia la regione del nordest della Siria che i curdi hanno governato autonomamente dal 2012 fino a poche settimane fa.

Il Kurdistan siriano è stato un tentativo di autogoverno basato su democrazia dal basso, convivenza fra varie etnie e religioni, eguaglianza di genere ed ecologismo.

Nel 2012 i curdi approfittarono delle rivolte scoppiate in tutta la Siria contro il regime di Assad per conquistare un’estesa porzione di territorio. Lo fecero inizialmente quasi senza combattere: il governo siriano aveva ritirato le truppe per spostarle verso zone considerate più pericolose e importanti.

Il Rojava nacque così e si ampliò negli anni successivi, quando le milizie curde furono fondamentali nella guerra contro l’ISIS, che fra il 2013 e il 2019 occupò grandi parti della Siria e dell’Iraq.

La causa e l’esercito curdo divennero noti in tutto il mondo con la battaglia combattuta contro l’ISIS a Kobane, città vicina al confine con la Turchia, che i curdi conquistarono all’inizio del 2015. In seguito i curdi, principali alleati degli Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS, ripresero grandi parti del territorio in mano ai terroristi.

Nel momento della sua massima espansione il Rojava occupava circa un terzo della Siria. Il territorio, ufficialmente chiamato Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est, era perlopiù desertico, ma comprendeva zone agricole importanti per la coltivazione dei cereali, irrigate con canali provenienti dal fiume Eufrate, e soprattutto circa il 60 per cento dei pozzi petroliferi della Siria.

L’eccezionalità del Rojava consisteva soprattutto nell’ambizioso modello politico e sociale che ispirò il suo governo. Il progetto si basava sulla visione politica del confederalismo democratico, teorizzata dal fondatore del partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Öcalan: rifiutava l’autoritarismo, il militarismo, le ingerenze dell’autorità religiosa o lo stesso concetto di stato centrale.

Il Contratto sociale o Carta del Rojava descriveva la regione come un’unione di assemblee popolari confederate, che rappresentavano le comunità di curdi siriani e le minoranze etniche, linguistiche e religiose (le principali sono quelle araba e quella cristiana).

Il modello politico promosso dal Partito dell’Unione Democratica (PYD), la principale forza politica dei curdi siriani, era quello della democrazia dal basso: piccole assemblee cittadine aperte a tutti, sul modello delle comuni.

Queste eleggevano rappresentanti ad assemblee federali che si occupavano dei temi comuni, ma il grosso del potere decisionale sarebbe dovuto rimanere agli organi locali.

Ogni incarico pubblico era assegnato sempre a due rappresentanti, un uomo e una donna, con il ruolo di co-presidenti: la parità dei sessi era uno dei princìpi fondanti del Rojava, forse uno dei più visibili e compiuti.

All’estero le milizie composte da donne (YPJ) divennero simbolo di un modello di emancipazione femminile notevole soprattutto nel contesto mediorientale.

A livello economico il Kurdistan siriano puntava a creare cooperative di ispirazione socialista, ma mantenendo libertà di iniziativa privata. Altri obiettivi importanti erano il rispetto dell’ambiente e la sostenibilità ecologica.

Lo schema potrebbe essere utile per un’applicazione in Iran.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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