Rammentiamo che l’accusato è innocente fino a condanna definitiva
Ho letto, a proposito della vicenda Ranucci, più di un riferimento a Pietro Nenni: “a forza di fare a gara per fare i puri ci sarà sempre uno più puro che ti epura”.
Considero quei richiami sbagliati.
Per Ranucci la questione del rifiuto – per me assoluta – di vicende come la sua non sta nella gara alla “purezza” ma nel degrado profondo nel quale è caduto il giornalismo – e più in generale l’informazione – che si fregia del titolo di giornalismo di indagine o di denuncia ed è in realtà pettegolezzo, fango mediatico lasciato cadere addosso allo sventurato di turno.
E propaganda politica che non ha niente di libertà e di autonomia. Di puro non c’è niente.
Ora tocca a Ranucci subire quest’onta, la stessa alla quale ha sbattuto alcuni dei personaggi da lui presi di mira. La vicenda Minetti è solo l’ultima in ordine di tempo.
Ora è lui la vittima. E io gli sono solidale.
La tecnica del sospetto, gettato in pasto a un’opinione pubblica forcaiola, va oltre la gara di purezza e va oltre anche alla disinformazione che da essa deriva.
È stracciare l’etica della informazione, tanto più grave perché attiene al quarto potere, quello quasi per niente regolato nei suoi confini e nei suoi comportamenti, che determina stati di animo, sensazioni, opinione pubblica.
Che fa cronaca ma diventa storia, che fa opinione ma diventa cornice di un conseguente giudizio spesso errato. Un potere ampissimo, quarto solo in ordine di tempo.
Ma c’è qualcosa ancora di più grave: che dimentichiamo di denunciare. Questo atteggiamento è quanto c’è di più distante dal principale requisito di una democrazia e di una giustizia giusta.
Quello che l’accusato è innocente fino a condanna definitiva.
Quello che non deve essere lui a difendersi ma chi l’accusa a dimostrare le sue colpe.
Quello che l’accusato va messo nella condizione di avere una difesa allo stesso livello di autorevolezza – e pubblicità – dell’accusa.
Quando qualcuno viene sbattuto in prima pagina, per come è stato “educato” da anni il popolo, i “si dice” diventano accusa, l’accusato colpevole, difendersi impossibile.
L’errore, non sono pochi i casi, dimenticato. Una vita distrutta considerata, al più, un danno da risarcire. Il germe delle dittature: quelle di pensiero che sono più pericolose di altre.
Per questo non sono d’accordo con chi, magari senza dirlo, pensa “ben gli sta”.
Sono solidale con Ranucci, come lo sono sempre stato con chiunque sia caduto nella stessa trappola della modernità di un obbrobrio sociale e culturale prima ancora che giuridico, quello che altre volte ha avvolto il mondo nel suo nero mantello.
Lo sto ripetendo troppo spesso: e questo mi fa paura.





