
Si potevano salvare 190 mila persone attivando cure che erano disponibili e che sono state negate in base alla assurda disposizione: “Tachipirina e vigile attesa”.
Concluso l’International Covid Summit, è tempo di bilanci sull’evento che ha segnato un passaggio decisivo nella discussione scientifica sul Covid. Ospitato al Parlamento UE grazie all’iniziativa di alcuni parlamentari europei, il dibattito dell’ICS ha visto la partecipazione di importanti esponenti del mondo della scienza, dal Dr. Louis Fouche, collaboratore di Didier Raoult, a Robert Malone, tra gli scopritori della tecnologia mRNA.
Robert Malone ha elogiato l’operato del dottor Andrea Stramezzi, il quale, senza ascoltare le demenziali disposizioni ministeriali, ha curato, salvandoli, i suoi pazienti con idrossiclorochina, azitromicina, cortisone e eparina.
Le autorità sanitarie italiane, sostiene “Fuori dal Coro”, trasmissione di Rete 4, erano a conoscenza che il Covid fosse una malattia curabile e Andrea Stramezzi, in un’intervista a La Verità ha detto: “Il 15 marzo del 2020 ho cominciato ad avere i primi pazienti che guarivano con una terapia che non era inventata dal nulla, bensì derivava dalle evidenze scientifiche che già all’epoca ci suggerivano che fosse quello l’approccio giusto. In particolare c’era la pubblicazione del professor Anthony Fauci sulla Sars e c’erano gli studi in vitro del professor Didier Raoult”.
Non solo. Stramezzi ricorda che l’azienda territoriale di Bergamo, in una circolare da lui mostrata a Bruxelles in occasione dell’International Covid Summit, sempre a marzo scrisse che i medici “sul territorio dovevano somministrare ai malati di Covid a domicilio idrossiclorochina, azitromicina ed eparina prima che finissero in ospedale”.
Poi è arrivata la svolta, con l’impedimento delle cure. Svolta reiterata. La circolare del 30 novembre 2020, firmata da Giovanni Rezza e da Andrea Urbani parlava di “vigile attesa”.
Ecco il testo nella parte interessata: “In particolare, nei soggetti a domicilio asintomatici o paucisintomatici, sulla base delle informazioni e dei dati attualmente disponibili, si forniscono le seguenti indicazioni di gestione clinica:
- vigile attesa;
- misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno tramite pulsossimetria;
- trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo); • appropriate idratazione e nutrizione; • non modificare terapie croniche in atto per altre patologie (es. terapie antiipertensive, ipolipemizzanti, anticoagulanti o antiaggreganti), in quanto si rischierebbe di provocare aggravamenti di condizioni preesistenti;
- i soggetti in trattamento immunosoppressivo cronico in ragione di un precedente trapianto di organo solido piuttosto che per malattie a patogenesi immunomediata, potranno proseguire il trattamento farmacologico in corso a meno di diversa indicazione da parte dello specialista curante; • non utilizzare routinariamente corticosteroidi;
- l’uso dei corticosteroidi è raccomandato nei soggetti con malattia COVID-19 grave che necessitano di supplementazione di ossigeno. L’impiego di tali farmaci a domicilio può essere considerato solo in quei pazienti il cui quadro clinico non migliora entro le 72 ore, in presenza di un peggioramento dei parametri pulsossimetrici che richieda l’ossigenoterapia;
- non utilizzare eparina. L’uso di tale farmaco è indicato solo nei soggetti immobilizzati per l’infezione in atto;
- non utilizzare antibiotici. Il loro eventuale uso è da riservare solo in presenza di sintomatologia febbrile persistente per oltre 72 ore o ogni qualvolta in cui il quadro clinico ponga il fondato sospetto di una sovrapposizione batterica, o, infine, quando l’infezione batterica è dimostrata da un esame microbiologico;
- non utilizzare idrossiclorochina la cui efficacia non è stata confermata in nessuno degli studi clinici controllati fino ad ora condotti;
- non somministrare farmaci mediante aerosol se in isolamento con altri conviventi per il rischio di diffusione del virus nell’ambiente”.
Il 26 aprile 2021 arriva una nuova circolare, sempre a firma di Giovanni Rezza e di Andrea Urbani, nella quale si afferma: “Tra le indicazioni si introduce la valutazione sui pazienti da indirizzare nelle strutture di riferimento per il trattamento con anticorpi monoclonali, vengono date indicazioni più accurate sull’utilizzo dei cortisonici, vengono specificati gli usi inappropriati dell’eparina, vengono indicati chiaramente i farmaci da non utilizzare. Infine, nei soggetti a domicilio asintomatici o paucisintomatici, viene esplicitato il concetto di “vigile attesa” come sorveglianza clinica attiva, costante monitoraggio dei parametri vitali e delle condizioni cliniche del paziente.
In particolare si consiglia di:
– non modificare, a meno di stringente ragione clinica, le terapie croniche in atto per altre patologie (es. terapie antiipertensive, ipolipemizzanti, ipoglicemizzanti, anticoagulanti o antiaggreganti, terapie psicotrope)
– utilizzare un trattamento di tipo sintomatico con paracetamolo o FANS in caso di febbre o dolori articolari o muscolari, a meno che non esista chiara controindicazione all’uso, o altri farmaci sintomatici su giudizio clinico
– non utilizzare routinariamente corticosteroidi; inoltre, un utilizzo precoce di questi farmaci si è rivelato inutile se non dannoso, in quanto in grado di inficiare lo sviluppo di un’adeguata risposta immunitaria
– utilizzare eparina solo nei soggetti immobilizzati per l’infezione in atto
– evitare l’uso empirico di antibiotici; il loro eventuale utilizzo è da riservare esclusivamente ai casi in cui l’infezione batterica sia stata dimostrata da un esame microbiologico e a quelli in cui il quadro clinico ponga il fondato sospetto di una sovrapposizione batterica
– non utilizzare idrossiclorochina, la cui efficacia non è stata confermata in nessuno degli studi clinici randomizzati fino ad ora condotti
– valutare, nei pazienti a rischio di progressione di malattia, la possibilità di trattamento precoce con anticorpi monoclonali da parte delle strutture abilitate alla prescrizione”.
Siamo a gennaio del 2022. Il Tar del Lazio, in una sentenza con la quale ha accolto un ricorso del Comitato Cura Domiciliare Covid-19 afferma che il contenuto della nota ministeriale con la quale, in merito alla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2, si prevede una “vigilante attesa” e la somministrazione di Fans e Paracetamolo, “si pone in contrasto con l’attività professionale così come demandata al medico nei termini indicati dalla scienza e dalla deontologia professionale”.
Il Tar annulla la Circolare del Ministero della Salute aggiornata al 26 aprile 2021, nella parte in cui, oltre a prevedere la “vigilante attesa” nei primi giorni d’insorgenza della malattia, pone anche indicazioni di non utilizzo di tutti i farmaci generalmente utilizzati dai medici di medicina generale per i pazienti affetti da Covid. Per il Tar, “in disparte la validità giuridica di tali prescrizioni, è onere imprescindibile di ogni sanitario di agire secondo scienza e coscienza, assumendosi la responsabilità circa l’esito della terapia prescritta quale conseguenza della professionalità e del titolo specialistico acquisito. La prescrizione dell’AIFA, come mutuata dal Ministero della Salute, contrasta, pertanto, con la richiesta professionalità del medico e con la sua deontologia professionale, imponendo, anzi impedendo l’utilizzo di terapie da questi ultimi eventualmente ritenute idonee ed efficaci al contrasto con la malattia COVID-19 come avviene per ogni attività terapeutica”.
In seguito il Consiglio di Stato sospende la decisione del Tar.
Procediamo.
Un’ordinanza del TAR del Lazio del 4 marzo 2021 ha bocciato le linee guida fornite dall’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, in merito ai trattamenti medici da utilizzare durante la prima fase della malattia da Covid-19.
La nota dell’AIFA, pubblicata il 9 dicembre 2020, indicava la “vigile attesa” nonché l’utilizzo di fans e paracetamolo come cure da somministrare durante il trattamento domiciliare della malattia e raccomandava di non adoperare i farmaci generalmente utilizzati dai medici di medicina generale per i pazienti affetti da Covid-19. Il ricorso, effettuato nei confronti dell’AIFA e del Ministero della Salute, ha ad oggetto l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, della nota AIFA in questione ed è stato presentato al TAR dal “Comitato Cura Domiciliare Covid”, un gruppo di medici il cui obiettivo è di “ottenere una cura domiciliare anti covid-19 tempestiva per tutti i cittadini”. Dunque, all’interno dell’ordinanza il Tar afferma che il ricorso dei medici “appare fondato” in relazione al diritto/dovere al quale fanno appello, ossia quello di “prescrivere i farmaci che essi ritengono più opportuni secondo scienza e coscienza”, che “non può essere compresso nell’ottica di una attesa potenzialmente pregiudizievole”.
Il ministero della Salute, guidato da Roberto Speranza, e l’Agenzia italiana del farmaco hanno presentato ricorso al Consiglio di Stato contro l’ordinanza con la quale il Tar del Lazio. In buona sostanza si è continuamente, cocciutamente, voluto fare in modo che i medici non curassero i pazienti e chi lo ha fatto ha subito i rigori dell’Ordine e l’esecrazione dei media mainstream succubi di una narrazione a senso unico, tutta politica e senza alcun valore scientifico.
Ora, udite udite, il presidente dell’Aifa, professor Palù, ammette che il protocollo “Tachipirina e vigile attesa” fu un errore e che andavano prescritti gli antinfiammatori.
E’ stato un errore? No.
Il fatto è che solo la dichiarazione di mancanza di cure poteva attivare una procedura d’urgenza per l’attivazione dei vaccini, senza seguire le normali procedure.
Qual è la procedura per autorizzare un vaccino anti COVID-19 nell’UE?
La risposta è in un Pdf dell’unione Europea.
file:///Users/silvano/Downloads/Domande_e_risposte_-_Autorizzazione_all_immissione_in_commercio_condizionata_dei_vaccini_anti_nbsp_COVID-19_nell_UE_.pdf
“Qualsiasi azienda che desideri commercializzare un vaccino nell’UE – si legge nella nota dell’Unione Europea – deve prima richiedere un’autorizzazione all’immissione in commercio per il vaccino. La domanda viene presentata all’Agenzia europea per i medicinali (EMA), che valuta la sicurezza, l’efficacia e la qualità del vaccino. Se l’EMA formula una raccomandazione, la Commissione può procedere ad autorizzare la commercializzazione del vaccino sul mercato dell’UE. In risposta a minacce per la salute pubblica come l’attuale pandemia, l’UE dispone di uno strumento normativo specifico per consentire la rapida messa a disposizione di medicinali da utilizzare in situazioni di emergenza. In tali situazioni di emergenza, la procedura di autorizzazione all’immissione in commercio condizionata (CMA) è specificamente concepita per consentire una autorizzazione il più rapidamente possibile, non appena siano disponibili dati sufficienti. La procedura CMA fornisce all’UE un solido quadro per l’approvazione accelerata e per la sicurezza, le garanzie e i controlli post-autorizzazione. Ai fini della sua valutazione, l’EMA svolgerà un esame indipendente, approfondito e meticoloso di tutte le prove presentate dallo sviluppatore di vaccini”.
E’ evidente che se si fosse detto che il Covid si poteva curare sarebbe venuta meno l’emergenza in base alla quale si sono attivate le ordinazioni dei vaccini.
Così, come si legge nella nota dell’Unione Europea, “l’UE si è assicurata 2,3 miliardi di dosi, in base agli accordi conclusi con sei imprese diverse: BioNTech-Pfizer (fino a 600 milioni di dosi); AstraZeneca (fino a 400 milioni di dosi); Sanofi-GSK (fino a 300 milioni di dosi); Johnson & Johnson (fino a 400 milioni di dosi); CureVac (fino a 405 milioni di dosi); Moderna (fino a 160 milioni di dosi). La Commissione ha inoltre concluso colloqui con Novavax e con Valneva per l’acquisto di ulteriori quantitativi di vaccini, rispettivamente fino a 200 milioni di dosi e fino a 60 milioni di dosi. La Commissione ha approvato l’immissione sul mercato per i vaccini prodotti da due di queste aziende: BioNTech/Pfizer (21 dicembre 2020) e Moderna (6 gennaio 2021)”.
Bingo. Il gioco è fatto. Le circolari dicono che non ci sono cure e che quelle che ci sono non devono essere usate, anche se in effetti curano e salvano vite. L’Unione prende atto dell’emergenza e autorizza l’approvazione accelerata dei vaccini e stabilisce contratti con le case farmaceutiche.
I produttori di vaccini hanno guadagnato più di 13 miliardi di dollari.
Non solo. La signora baronessa ex commoner Ursula von der Leyen non ci vuole dire quali siano le clausole contrattuali relative ai vaccini.
Seguendo la logica non è difficile comprendere che le posizioni di chi ha cocciutamente negato le cure, ha impedito ai medici di fare il loro mestiere e ha imposto paracetamolo e vigile attesa non sono state un “errore”, ma sono state orientate da una strategia volta a imporre i vaccini.
Ora facciamo i conti anche con le conseguenze della vaccinazione, con effetti patologici e addirittura mortali sui quali c’è un silenzio colpevole.
Le bugia, in questi anni sono state tante.
Pensiamo alla menzogna di Mario Draghi, il quale ha affermato a luglio del 2021 che i vaccinati non infettavano. “Il green pass – ha detto Draghi – è la garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose”. Bugia.
Il green pass non valeva nulla e infatti ora Giovanni Rezza, andato in pensione, dice che si sapeva dall’Aifa che gli inoculati risultavano infettati, ma non si fece nulla.
La campagna vaccinale doveva andare avanti, sempre e comunque.
Sulla pelle degli italiani si attuata una sperimentazione di massa di controllo sociale che è costata 190 mila morti che potevano essere curati.
La domanda che viene spontanea è: il Governo odierno quanto aspetta a fare piazza pulita del ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di sanità, dell’Aifa e di tutti i vari fortini che presidiano interessi di Big Pharma e non quelli del popolo italiano?
Quanto ci vuole perché il ministro Schillaci attivi un’inchiesta ministeriale sugli errori compiuti?
Dobbiamo forse sospettare che, essendo stati al governo con Draghi, anche alcune componenti dell’attuale governo siano reticenti nell’andare a fondo del problema?
Questa componenti vogliono avere sulla coscienza la distruzione di 190 mila vite umane?
Ne terremo conto, perché su questa vicenda non c’è modo di evitare la memoria.
In Italia, questo il triste panorama, non si fa come avviene negli Stati Uniti, dove finalmente il National Institute of Health (NIH) ha rimosso il Wuhan Institute of Virology della Cina, la struttura a lungo sospettata di essere all’origine della pandemia di COVID-19, dai laboratori in cui i soldi degli Stati Uniti possono essere utilizzati per finanziare i test sugli animali, secondo un nuovo aggiornamento all’elenco dei finanziamenti dell’agenzia.
La rimozione è la chiara affermazione che gli Usa hanno finanziato il laboratorio dal quale è uscito il Covid e hanno quiandio la responsabilità di aver dato soldi a un istituto dalla dubbia sicurezza.
Il laboratorio di Wuhan, insieme a tutti i laboratori russi, è stato rimosso dall’elenco NIH.
Justin Goodman, vicepresidente senior per l’advocacy presso il Withe Coast Project, un gruppo di sorveglianza che ha spinto per esporre i soldi che finanziano il laboratorio, ha definito la mossa una “vittoria decisiva nella guerra ai rifiuti”, riferisce il Washington Post.
Un alto funzionario del NIH, non più tardi dell’anno scorso, ha respinto i tentativi di impedire al laboratorio di Wuhan e ad altre strutture straniere di svolgere ricerche sul guadagno di funzione.
Sempre negli Stati Uniti, il senatore repubblicano Marco Rubio, questa settimana ha pubblicato un lungo rapporto sulle origini della pandemia di COVID-19 che presenta “prove circostanziali” per una fuga accidentale di laboratorio a Wuhan, in Cina, come causa.
“Dopo anni di censura, ci sono prove crescenti che un qualche tipo di incidente di laboratorio sia responsabile della pandemia di COVID-19. Questo rapporto, che ha richiesto due anni per essere compilato, modificato e perfezionato, è uno sguardo innovativo su ciò che stava accadendo in Cina durante gli anni e i mesi che hanno preceduto il noto scoppio della pandemia”, ha dichiarato Rubio in una nota.
“Sono grato allo staff, ai colleghi e agli esperti esterni che hanno lavorato per collegare i punti- ha detto Rubio. – Il loro lavoro aiuta a colmare alcuni vuoti critici e ha già contribuito ad altri rapporti, udienze e indagini. Le implicazioni sono impossibili da ignorare: Pechino ha nascosto la verità. Questo rapporto rafforza la necessità di ritenere responsabile il Partito Comunista Cinese”.
Il rapporto, intitolato “Una situazione complessa e grave”, è lungo 328 pagine ed è disponibile tramite il sito Web del Senato di Rubio. Afferma che un insabbiamento del governo cinese è seguito a un incidente di biosicurezza presso l’Istituto di virologia di Wuhan, che fa parte dell’Accademia cinese delle scienze, nel 2019.
Continua accusando il governo cinese di perpetuare un “inganno internazionale” promuovendo la teoria secondo cui il virus ha avuto origine in un mercato umido di Wuhan.
Il sommario del rapporto rileva che “da dicembre 2019 a ottobre 2021, i ricercatori WIV hanno depositato brevetti per invenzioni intese ad affrontare i problemi con il sistema di pressione differenziale dell’aria del laboratorio, le apparecchiature di biocontenimento e il processo di gestione dei rifiuti. Ognuno di questi problemi avrebbe potuto consentire a un agente patogeno di per sfuggire al complesso del laboratorio. I ricercatori del WIV lo hanno confermato spiegando che le loro invenzioni erano progettate proprio per prevenire uno scenario del genere.
In Italia è stata varata una commissione parlamentare. Non c’è più tempo da perdere per stabilire, finalmente, le responsabilità di chi, con disposizioni che nulla avevano a che fare con la scienza, ha causato la morte di 190 mila persone che potevano essere curate





