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IMMIGRAZIONE E SISTEMA PENSIONISTICO

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di Giuseppe  Augieri

Completo qui i miei appunti sull’intervento di Panetta al meeting di C.L., con la questione immigrazione.
Sulla bomba demografica che grava sul nostro sistema economico e sulle pensioni Panetta, oltre a richiamare l’Europa a una maggiore presenza, ha evocato la necessità della forza lavoro dei migranti per tappare i buchi degli italiani. E sembra entrare così nel dibattito sullo ius scholae che è forse uno degli elemento di facilitazione di una politica di immigrazione (quella regolare, non facciamo i furbi); nonché, entrare, anche se indirettamente, in quello dell’età pensionabile.
Drammatico il quadro di riferimento. Pochi numeri per caratterizzarlo. Il rapporto tra chi lavora e chi non lo fa più, è sempre più squilibrato a favore dei secondi. Incrociando i dati Inps e Istat si ricava che nelle 107 province d’Italia monitorate in questa analisi dell’Ufficio studi della CGIA, solo 47 presentano un saldo positivo del numero di lavoratori dipendenti ed autonomi rispetto a numero di “pensionati”. La Cgia di Mestre segnala oggi che già in alcuni casi, specie nel Mezzogiorno ma non solo al Sud, si pagano più pensioni/trattamenti sociali/inabilità che non stipendi, ma che nel giro di qualche anno il sorpasso è destinato a compiersi anche nel resto del Paese.
“Un risultato preoccupante che dimostra con tutta la sua evidenza gli effetti provocati in questi ultimi decenni da quattro fenomeni strettamente correlati fra di loro: la denatalità, il progressivo invecchiamento della popolazione, un tasso di occupazione molto inferiore alla media UE e la presenza di troppi lavoratori irregolari” dice l’analisi. E indica, di fatto così, le strade da seguire: quelle aggredibili, perché sull’invecchiamento della popolazione e sulla natalità trovare soluzioni a breve è impossibile: la natura non lo contempla. Inoltre è meglio togliere subito l’illusione che i soli maggiori controlli sul lavoro irregolare, certamente doverosi, possano fornire la risposta definitiva.
Nel 2040 potrebbero esserci, per il tasso di natalità attuale, circa 5,4 milioni di persone in meno tra i 15 e i 64 anni, ovvero in età di lavoro: e dunque la forza lavoro potrebbe calare del 9%. Il rischio è che il Pil diminuisca della stessa percentuale. La regolarità del lavoro, su questo, incide ben poco.
Il problema c’è ed è colossale: i numeri citati servono per rappresentarne la dimensione. Che si aggrava con la questione “tempi”. Intervenire sul tasso di occupazione significa mettere in discussione un sistema che fonda la sua competitività sui bassi salari ed in prospettiva vede l’avvento dell’A.I.. Tempi brevi non sono perciò immaginabili: il che non toglie nulla alla necessità che bisogna comunque iniziare a discuterne seriamente. Intervenire con una politica di incentivazione di nascite (ed è bene non fare gli ipocriti su questo), va bene, ma solo tra 18 anni si vedrà se qualsiasi politica in questo campo funziona. Nell’immediato dunque solo un ingresso controllato di immigrati con l’obiettivo di una loro piena integrazione, fatta senza romanticismi ma programmato con l’idea di un atto necessario per il futuro, può mettere una toppa.
Anche per una riflessione. Sappiamo che se tu immigrato che hai lavorato in Italia, dopo la pensione, rientri nel tuo Paese di origine, la pensione te la paga l’Italia e la spendi altrove. Ma non basta. Se tu immigrato decidi di tornare nel tuo Paese di origine prima di aver maturato il diritto alla pensione, puoi richiedere il riconoscimento dei contributi già versati in Italia. E la “solidarietà contributiva”, perno del sistema, va a ramengo. In entrambi i casi, il “danno” per le finanze è evidente. Una vera integrazione, che comprenda uno “ius” diverso dall’attuale, sarebbe un freno: non perché la proposta in discussione riduca di molto il tempo di attesa per diventare cittadini italiani, ma perché è un segnale di attenzione e rispetto. Un incentivo a “rimanere” italiani.
Aggiungerei che il problema immigrazione è solo una sfaccettatura della multiforme pietra di un mercato del lavoro che non viene gestito né dal suo interno e né dalle istituzioni. I livelli salariali, il lavoro nero, la pletora di contratti aziendali ne sono riprove. Tuttavia anche solo richiamarsi alla bomba demografica e le sue prossime conseguenze sul sistema pensionistico è importante.
Quel sistema non regge. L’elenco delle questioni da affrontare si allarga dall’importo delle pensioni minime sino al gap, per quelle medie, tra reddito disponibile e aumento del costo della vita. Tutto questo appare molto sullo sfondo. In primo piano vedo invece un fiorire di proposte del “chi offre di più” sulla riduzione dell’ età pensionabile, temperata dal giochetto che si fa di ridurre l’età minima e però disincentivare l’uscita dal lavoro con elargizioni costosissime per le finanze. Perché si sa che il sistema altrimenti scoppierebbe. Tutti a dare ragione a Panetta: tra i problemi del sistema pensionistico vi è “l’invecchiamento della popolazione” cioè l’accesso al sistema pensionistico. E poi….. E’, o no, una follia?

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