Abbiamo già dato
Subire l’immigrazione non autorizzata non è un obbligo e nessuna scusa legata al passato dell’Occidente può servire come motivazione.
Affermare “aiutiamoli a casa loro” è un placebo per le coscienze dei politici, perché nessuno ha il coraggio di dire non vi vogliamo, punto.
Sessant’anni di aiuti internazionali non hanno prodotto sviluppo. Hanno prodotto patrimoni privati, armi e guerre.
In Africa i fondi della cooperazione hanno costruito ville presidenziali, alimentato apparati di potere, creato eserciti personali e ingrassato conti correnti offshore, mentre le popolazioni restavano esattamente dove stavano.
Il risultato è misurabile: l’Africa ha più bisogno di aiuti oggi di quanti ne avesse nel 1960.
A Gaza i miliardi della comunità internazionale dovevano costruire scuole e ospedali. Hanno costruito trecento chilometri di tunnel e comprato i razzi che sono piovuti su Israele il 7 ottobre.
Non siamo egoisti. Siamo contribuenti derubati che continuano a firmare assegni a chi li usa per comprare armi o imbottire casseforti.
E quando i fatti non bastano più a giustificare altri assegni, si tira fuori il senso di colpa. Che è pure mal indirizzato. L’Italia non ha colonizzato mezzo mondo.
Il conto del colonialismo appartiene a chi lo ha praticato su scala industriale: la Francia, che ancora oggi controlla la politica monetaria di quattordici Paesi africani attraverso il franco CFA.
Il Belgio, che ha lasciato il Ruanda con le coordinate etniche di un genocidio. Il Regno Unito, che ha tracciato col righello confini dal Medio Oriente all’India seminando guerre che durano ancora oggi.
L’Italia ha avuto la Libia e l’Eritrea e per quelle ha già pagato, in vite e in risarcimenti, molto più di quanto la storia le chiedesse.
Il paradosso è feroce: chi ha davvero colonizzato non si flagella. Parigi stampa moneta per l’Africa e interviene militarmente quando le conviene.
Londra ha costruito un muro giuridico attorno ai propri confini che fa sembrare Salvini un volontario della Caritas. L’unica che si presenta al tavolo disarmato, col portafoglio aperto e la lacrima pronta, è l’Italia.
Nessun trattato internazionale impone a uno Stato sovrano di accettare l’invasione lenta dei propri confini. Non lo impone il diritto del mare, che prevede il salvataggio ma non la residenza permanente.
Non lo impone la Convenzione di Ginevra, scritta per i rifugiati politici e non per chi cerca un tenore di vita migliore e racconta frottole. Non lo impongono i trattati europei, che prevedono esplicitamente il controllo delle frontiere esterne.
L’obbligo non esiste. Esiste il ricatto morale. E il ricatto morale funziona solo su chi accetta di subirlo.
Mentre l’Occidente si cosparge il capo di cenere, il mondo reale avanza con regole opposte.
Federico Rampini ha dato a questo fenomeno il nome che merita: suicidio occidentale.
Nessuno lo può accusare di simpatie reazionarie dato che è cresciuto nella redazione dell’Unità comunista, ha scritto per vent’anni per Repubblica e trascorso una vita tra New York e Pechino.
Un esperimento unico nella storia: mai nessuna civiltà, nemmeno Roma durante il suo declino, ha criminalizzato in modo così sistematico le proprie origini.
L’Occidente non viene più raccontato attraverso le sue conquiste filosofiche, scientifiche e democratiche. Viene ridotto a fabbrica di genocidi, fucina di ingiustizie, colpe collettive ereditarie da espiare in eterno.
Si insegna ai ragazzi a disprezzare la civiltà che ha prodotto l’Illuminismo, l’abolizionismo, lo Stato di diritto, la medicina moderna. E poi ci si stupisce se quegli stessi ragazzi non trovano nulla che valga la pena difendere quando qualcuno bussa alla porta.
E alla porta bussano in molti, ma non tutti chiedono il permesso. Xi Jinping compra porti, ferrovie, miniere e governi africani senza un grammo di imbarazzo post-coloniale. Non aiuta a casa loro: compra casa loro.
Trump arresta presidenti eletti, bombarda l’Iran, rivendica la Groenlandia, deporta i clandestini e mette in discussione l’alleanza atlantica che per settant’anni ha garantito la sicurezza europea. Putin ha invaso l’Ucraina, riempito il Sahel con i mercenari della Wagner e trasforma ogni instabilità in leva contro Bruxelles.
Erdoğan gioca a fare il sultano dal Mediterraneo orientale alla Libia, piazzando basi militari dove vent’anni fa c’era influenza italiana.
Sono tornate le cannoniere.
E l’Europa, come scrive Rampini, continua a cullarsi nell’illusione di essere una potenza erbivora, capace di contare nel mondo col solo soft power, mentre gli altri accumulano da anni missili, mercenari e materie prime.
Mentre i rivali coltivano un nazionalismo feroce e coeso, l’Occidente educa i propri figli al disprezzo della propria storia. Nessun nemico potrebbe fare di meglio.
Uno Stato che rinuncia a decidere chi entra e chi resta non è generoso.
È uno Stato che ha rinunciato a esistere. Il diritto di dire no non è egoismo, non è razzismo, non è mancanza di cuore. È l’ultimo confine rimasto.
E chi lo cancella non sta aprendo le porte. Sta demolendo i muri portanti.





