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L’accordo tra Riyad e Ankara allarga il Mediterraneo

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Mediterraneo

Non solo Canale d’Otranto e Dardanelli

La vera portata strategica dell’intesa tra la Turchia e l’Arabia Saudita non risiede nel valore degli scambi commerciali né nei singoli accordi infrastrutturali, ma nella nascita di una nuova direttrice geopolitica destinata a collegare il Golfo al Mediterraneo attraverso il Levante.

È una trasformazione che ridefinisce la geografia strategica della regione allargata e che introduce una possibile alternativa terrestre alle tradizionali rotte marittime dominate dai grandi stretti.

Il 9 giugno scorso, a Riyad, i ministri dei Trasporti dei due Paesi hanno firmato un memorandum d’intesa sulla cooperazione ferroviaria e logistica che va ben oltre il semplice potenziamento degli scambi bilaterali.

L’obiettivo dichiarato è il rilancio della storica ferrovia dell’Hegiaz e la costruzione di un corridoio terrestre capace di collegare Istanbul a Gedda attraversando la Siria e la Giordania, con la prospettiva di estendere in futuro la direttrice fino all’Oman e all’Oceano Indiano.

Non si tratta soltanto di infrastrutture, Ankara sta cercando di costruire un nuovo spazio strategico integrato tra Mediterraneo orientale, Levante e Golfo, nel quale logistica, energia, catene di approvvigionamento e sicurezza convergano all’interno della medesima architettura geopolitica.

Una visione che restituisce centralità alle direttrici terrestri senza sostituire, ma piuttosto affiancando, la storica centralità delle rotte marittime.

Un significato importante resta il vertice della NATO che si svolgerà ad Ankara il 7 e l’8 luglio, destinato a concentrarsi non soltanto sull’aumento delle spese militari e sulla produzione industriale della difesa, ma anche sulla sicurezza delle catene logistiche e dei corridoi strategici dell’Alleanza.

L’elemento interessante è che questo progetto si inserisce perfettamente nella strategia turca di trasformare la propria posizione geografica in leva politica, industriale e strategica proprio mentre l’Alleanza Atlantica si riunisce ad Ankara per discutere di aumento della produzione militare, resistenza delle filiere della difesa e sicurezza dei corridoi logistici occidentali.

In questa prospettiva, la Turchia non si propone soltanto come il secondo esercito della NATO, ma come un’infrastruttura geopolitica indispensabile, posta all’intersezione tra Europa, Mar Nero, Mediterraneo e Golfo e capace di connettere rotte energetiche, commerciali e militari lungo l’intero arco eurasiatico.

Se il Canale d’Otranto rappresenta la porta meridionale dell’Adriatico e il punto di connessione tra l’Italia, i Balcani e il Mediterraneo orientale, il sistema formato dai Dardanelli e dal Bosforo continua a costituire il principale snodo tra il Mediterraneo e il Mar Nero.

Oggi Ankara sembra voler aggiungere un ulteriore tassello a questa geografia strategica, trasformare il controllo degli stretti marittimi nel controllo dei corridoi terrestri che uniscono il Mediterraneo al Golfo.

In altre parole, la Turchia non sta semplicemente cercando di diventare un hub logistico regionale, sta tentando di posizionarsi come la cerniera geopolitica tra Europa, Mar Nero, Levante e Penisola Arabica, nel punto di intersezione tra le rotte energetiche, commerciali e militari del XXI secolo.

La geografia, ancora una volta, continua a ricordare che il potere non appartiene soltanto a chi controlla i territori, ma soprattutto a chi controlla i passaggi che li collegano.

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