
Scegliere la storia dell’Ilva di Taranto come termine di una riflessione complessa, oggi che questa azienda e sotto i riflettori, ma che resta simbolo fra i tanti problemi sul tappeto, può servire per capire come in Italia abbiamo buttato alle ortiche il primato della politica .
Un invito all’umiltà di riflettere seriamente sulle scelte fatte sulla gestione dell’industria pubblica italiana.
Le cose non avvengono per caso. Le scellerate scelte di privatizzare in modo scriteriato non hanno trovato una sinistra attrezzata sul piano della cultura industriale in grado di essere propostivi, ne tantomeno un sindacato in grado di farlo, tutto impegnato con generosità sul ricercare l’unita delle sigle, scarsamente nel riflettere su una cultura industriale soggetta a maroni del mercato .
La questione del pieno utilizzo degli impianti – la cosiddetta messa a mille – elemento decisivo per stimolare investimenti duraturi nel tempo e la contrattazione aziendale legata anche al governo delle flessibilità con una cultura salariale premiale, sono stati elementi decisivi tenuti sempre sotto traccia per questione di potere o per un innaturale diritto di veto da parte dell’ala politica più ideologizzata.
Da osservare come nel mentre sono apparsi in contemporanea tanti “ottimati “ legittimati da interventi legislativi anche con un ruolo politico pubblico per operare di concerto con tanti improvvisati speculatori -amici degli amici – e con banche d’affari pronti ad afferrare “l’opportunità “ ghiotta per politiche di scorporo fatte pagare esclusivamente attraverso la scorciatoia della spesa pubblica.
Chi nella sinistra o anche nel sindacato ha sentito parlare in positivo della opportunità della messa a mille dell’utilizzo degli impianti richiedendo in cambio forme di partecipazione nella gestione ?
Diciamolo chiaro: mai nessuno.
Eppure nel mondo reale dell’economia quest’approccio industriale era considerato una priorità fondamentale .
Nel mentre in molti settori lo Stato ha pagato con interventi legislativi e con soldi pubblici per smantellare impianti industriali ma anche servizi inefficienti .
Gli effetti di politiche avventate prima o poi si pagano.
La politica di centralizzare tutte le risorse economiche e finanziarie, comprese le linee guida di comando in cambio di promesse di solidarietà fittizie si è dimostrata un’avventura con cui siamo costretti a fare i conti al più presto .
Oggi si parla di tornare alla priorità della politica? Bene da dove partiamo, con quale cultura industriale ?
Con un sindacato che copia gli influencer alla Ferragni sui temi della sicurezza sui posti di lavoro ?
Oggi ci e data l’occasione di approfondire come specchio di ritorno la politica degli ultimi 20 anni dell’Ilva di Taranto un azienda fondamentale se si considera che vale il 2% del Pil nazionale.
Se le cose stanno così e più che mai utile mettere a fuoco tutti i vari passaggi di quella storia con tutte le ricadute culturali ,politiche, economiche strategiche e i giochi che si sono prodotti .
Bene ! Oggi Giuliano Cazzola su il Sussidiario .net scrive che “quella tragedia industriale nasce in Procura”.
“Quando nel 1995 la famiglia Riva fu invitata ad acquistare l’ex Ilva, lo stabilimento perdeva 4 miliardi di lire l’anno.
La nuova proprietà dal 1995 al 2012 effettuò investimenti per 4,5 miliardi di euro di cui 1,2 per misure di carattere ambientale. Queste operazioni sono state confermate da una sentenza del 2019 del Tribunale di Milano, in primo grado e in appello, nel procedimento per il reato di bancarotta fraudolenta nei confronti dei fratelli Riva (poi assolti).
Nessuno è mai stato in grado di provare che l’ex Ilva abbia violato le leggi sulla tutela ambientale all’epoca vigenti.
Sarebbe l’ora che, nell’interesse della giustizia prima di tutti gli altri aspetti, la maggioranza meno ricattabile sul piano della retorica ambientalista volesse vederci chiaro in quella tragedia industriale annunciata”.
Sostiene ancora Cazzola – già vice segretario nazionale Fiom ai tempi di Bruno Trentin -con un notevole coraggio : “Se vogliamo dare un nome a quella vicenda potremmo coniare una nuova fattispecie di reato: procurato disastro industriale. Perché quell’impianto è stato coscientemente, premeditatamente e volontariamente assassinato da una congiura della magistratura tarantina in complicità – su mandato delle lobbies ambientaliste – e d’intesa con ben individuate istituzioni e forze politiche locali e nazionali”.
E i sindacati? Hanno subito (e in parte condiviso) quel disegno criminoso perché incapaci di sottrarsi alla gogna del “politicamente corretto” ecologista e di opporsi alle toghe.”
Forse sarà attualmente opportuno più che mai passare dalle pagine di giustificazione di teorici improvvisati a quelle più dolorose e pratiche del fare “un esame di realtà vero “al fine di comprendere come l’assunzione di decisioni improvvide producono “effetti a volte devastanti “ che vanno oltre la nostra generazione .
Un’azienda siderurgica non è comparabile ad una serra dove si può decantare all’universo l’acciaio green .
In un mondo dove tutto si verticalizza è importante affermare il primato del controllo propositivo e partecipato dei lavoratori questo si è giusto e possibile
In un modo dove la finanza impone ricatti allucinanti attraverso dinamica di concorrenza sleale permanenti a livello globale ,la politica deve essere recuperata senza “ottimati “ di mezzo : lezione che la storia ci ha insegnato amaramente già dai tempi del Britania in poi.
In fondo sul caso ex Ilva bisognerà pure un giorno arrivare dire la verità!
Soprattutto con la consapevolezza che i sistemi produttivi hanno necessità di avere dei riferimenti precisi ai quali attenersi per essere considerati in regola e non ricattabili.





