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IL VIAGGIO DEGLI DEI

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di Angelo Giubileo

Nell’attualita, l’uomo vive continuamente nel mezzo di implessi, termine coniato da uno degli ultimi grandi poeti – Paul Valery. E cioè: vediamo le cose ma non vediamo l’ordine nascosto delle configurazioni visive. Ordunque, se è pur vero, come anche personalmente credo, che Rabelais – altro grande poeta – avesse ragione nel sostenere che sia “il tempo per l’uomo e non l’uomo per il tempo”; tuttavia l’uomo moderno sembra avere smarrito, quasi definitivamente, il proprio più antico “senso” e ruolo “salvifico” di presenza nel mondo. 

Nel mondo dell’Enuma Elis di Gilgamesh, il termine “neberu” identificava sia il traghetto che, soprattutto, il traghettatore.

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In Il mulino di Amleto, il cui studio e la cui analisi affronto da almeno 10-15 anni, giunti poco oltre la metà dell’iter testuale, i due Autori – Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend – scrivono che “una tradizione del Borneo parla di un’‘isola del gorgo’ dove vi è un albero che permette a un uomo di arrampicarsi fino al cielo e riportare dalla ‘terra delle Pleiadi’ utili semi” (A. Maass, 1924-1925, p. 388).

Subito poco più avanti, sempre nel testo, i Medesimi semplificano il quadro ovvero il modello o schema di lettura della tradizione, precisando che lo stesso “viene elaborato in numerose varianti ed elementi diversi in molte parti del mondo”. Sinteticamente, lo schema è questo: 1) vi è una terra del gorgo 2) sulla stessa terra vi è un albero che arriva fino al cielo 3) mediante l’albero è possibile ascendere al cielo e riportare sulla terra utili semi. Per quanto possa sembrare essenziale, lo schema nasconde però almeno un altro particolare elemento, e cioè il legame tra il gorgo e l’albero, dato che, riportano sempre gli stessi autori: “il vortice si è formato perché è stato abbattuto o sradicato un albero, oppure perché si è scardinato l’asse di un mulino, o simili”.

Al fine di una possibile comprensione dello schema, è senz’altro opportuno muoversi a piccoli passi, immaginando di ripercorrere all’inverso (mimesis) la via che ha generato il testo, e cioè dal testo della tradizione (come traghettare da un luogo a un altro) al pensiero di colui o coloro che l’hanno pensato e quindi restituito per verba.

E allora, seguendo il suggerimento degli Autori, seguiamo la nuova via di Gilgamesh tracciata nell’Enuma Elish. Nella Genesi babilonese, originariamente, le vie sono però tre: la via di Anu, la via di Enlil, la via di Ea. Le tre vie sono tutte inscritte nel cielo dell’epoca corrente, oggi diremmo attuale (actualitas). La via di Anu ha inizio in e da Neberu. Cos’è la via di Anu? Chi o cos’è Anu? Chi o cos’è Neberu? La risposta o meglio il tentativo di rispondere a questi interrogativi non significa però che ci stiamo allontanando dallo schema predetto e dagli elementi che lo compongono; una risposta a questi interrogativi serve infatti a rendere lo schema in qualche modo comprensibile, è piuttosto questo ciò che crediamo o, meglio ancora, speriamo.

Neberu è il principio, e cioè il punto fisso relativo all’osservazione, il punto di appoggio di Archimede per sollevare l’intero mondo (come Apsu?), l’inizio da cui prende le mosse il percorso della via celeste di Anu ovvero la rappresentazione di “una fascia che accompagna l’equatore e che va da 15° (o 17°) a nord dell’equatore a 15° (o 17°) a sud di esso”. Siamo già nel bel mezzo di un implesso: vediamo le cose ma non vediamo ancora l’ordine nascosto delle configurazioni visive…

Se l’equatore è rappresentato da una linea orizzontale che divide il sopra dal sotto ecc. ecc., allora la via di Anu è la rappresentazione di una via celeste e cioè essenzialmente di un moto, sia da nord a sud che da sud a nord in quanto dipende rispettivamente dall’osservatore posizionato nell’uno o altro emisfero. La via di Anu oltrepassa quindi la linea dell’orizzonte, anzi si muove lungo la linea dell’orizzonte; ma qual è il tipo di moto che, lungo la via di Anu, Neberu per-corre? E’ un moto lineare o circolare? E chi o cosa è Neberu? E chi o cosa è Anu? E che fine hanno fatto la via di Enlill e la via di Ea?

In sintesi, “la ‘Via di Enlill’ corre parallela a quella di Anu a nord e la ‘Via di Ea’ fa altrettanto a sud”. Se dunque vi sono due vie parallele a una terza, che è quella di Anu, la scienza geometrica ci dice che le tre vie stanno in uno stesso piano e non s’incontrano (… se non all’infinito). Ma gli antichi cosmografi, almeno ai tempi dell’Enuma Elish, non facevano ancora i conti con lo spazio geometrico. E infatti, dice altrove Giorgio de Santillana che “lo spazio non era ancora stato inventato (forse?) da Parmenide”. Essi facevano invece i conti con il tempo che forniva tutte le misure necessarie, al punto che Platone chiamerà il tempo “Il Medesimo” e lo spazio “L’Irregolare” o “L’Indisciplinato”. Abbiate pazienza, la via non s’è affatto smarrita…

Da Neberu inizia quindi la via di Anu e il moto di Neberu è un moto circolare, simile a quello di un gorgo (gurges mirabilis). Inoltre, possiamo ritenere con gli Autori che Neberu rappresenti nella Genesi babilonese “il sorgere eliaco di 1-iku – per essere più precisi di β Pegasi”. Il puzzle sembra quindi ri-comporsi, tassello dopo tassello…

Rispetto alla linea dell’orizzonte, Gil-ga-mesh=colui-che-vide-tutto, ovvero l’osservatore vede e segue il moto degli dei e cioè i viaggi dei corpi all’interno dello spazio sia terrestre che celeste. Il movimento degli “dei”, e cioè di tutti i corpi naturali (Aristotele, libro Λ della Metafisica, 1074 b) è circolare. Infatti, l’osservatore annota che: 1) quando oltrepassano la via dell’orizzonte, le parti basse di una nave sono coperte dalla curvatura dell’acqua 2) ci sono stelle viste in Egitto e (…) a Cipro che non si vedono nelle regioni settentrionali (esempio di Aristotele nel De caelo) e ciò può accadere soltanto su una superficie curva. Ma quanto ampia (e uniforme?) è la curvatura?

Al tempo di Gilgamesh (ma sospettiamo ormai molti millenni ancora prima!?), “1-iku rappresentava l’unità di misura fondamentale di superficie agraria equivalente a circa 3600 (Haidel 1963, p. 82)”. E dunque sembra lecito supporre che la lunghezza della circonferenza, terrestre e celeste, di 360° possa anche essere derivata da questa che un tempo era l’unità di misura della superficie agraria.

Ma, cari lettori, non abbiate per caso dimenticato l’albero?!

L’osservatore, da terra, vedeva il movimento degli astri nel cielo. Ma, dal suo punto d’osservazione in terra, necessitava assumesse un punto di riferimento, di principio, d’inizio del moto di un astro, senz’altro tra i più luminosi o il più luminoso. Sia esso Neberu, Canopo, Sirio, la Polare o quale altro astro nella porzione di cielo visibile dal proprio punto terrestre di osservazione. E allora come registrare lo spostamento dell’astro? In un modo soltanto: mediante il sorgere eliaco della stella. Tracciando una linea immaginaria, stavolta non orizzontale come nello spazio fisico terrestre, bensì verticale tra lo spazio fisico terrestre e lo spazio fisico celeste; metaforicamente, come arrampicarsi su un albero fino al cielo e da lì riportare le giuste e utili misure. Così che, nel mito, molti sono gli dei con una gamba sola: in Grecia, furono detti sciapodi o monopodi gli esseri mitologici con un solo piede o una sola gamba, che, si diceva, abitassero l’India.

Eh no, che non abbiamo dimenticato le vie di Enlil ed Ea. Anche se, invece che “parallele”, crediamo che il Traduttore abbia voluto descrivercele come “sin-croniche” alla via di Anu. La via di Enlil in un emisfero e la via di Ea nell’altro o viceversa, dipende infatti dal punto terrestre di osservazione. E dunque: “ciò significa che la posizione delle ‘Vie di Anu, Enlil ed Ea’ era una funzione di Neberu; il fatto che venga menzionata solo la costituzione dei punti, o stazioni, di Enlil ed Ea suggerisce che Marduk/Giove pretende per sé la ‘dignità di Anu’”. Anu, Enlil ed Ea, tre vie nello spazio ma tutte e tre inerenti a un medesimo moto circolare del tempo.

Ah, quasi dimenticavo: “il significato palese di neberu è ‘traghetto, traghettatore, guado”. Essenzialmente, è questo ciò che siamo.

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  • Redazione

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